06:11 13 Dicembre 2019
Cherumblemma Emmelas

Fare a meno dell’ossigeno: alcuni pesci ci riescono

© Foto : Mbari
Mondo
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Le creature che vivono e si moltiplicano in condizioni ambientali proibitive si chiamano estremofili. Gli esperti di tali creature si chiedono spesso di cosa siano capaci questi esseri straordinari e se esista un limite alla loro resistenza.

Durante nuove ricerche taluni studiosi dello Scripps Institute of Oceanography dell'Università della California a San Diego e del Monterey Bay Aquarium Research Institute hanno scoperto due specie di pesci che vivono in un habitat praticamente privo d'ossigeno.

Già nel 2015 i biologi marini si erano approcciati allo studio di alcune aree molto profonde del Golfo di California. Utilizzarono un robot sotterraneo controllabile a distanza il quale effettuò una serie di immersione a una profondità di più di 1000 metri.

Le aree studiate sono fra le più estreme al mondo: lì la concentrazione di ossigeno è di circa 40 volte inferiore agli habitat con poco ossigeno ai quali, si pensava, si potessero abituare i pesci. Di fatto per loro si tratta di "zone morte". Tuttavia, gli esperti hanno scoperto con sorpresa fiorenti comunità di pesci in queste acque.

"Non riuscivo a credere ai miei occhi", ammette Natalya Gallo dello Scripps Institute of Oceanography. "Un habitat privo di ossigeno teoricamente esclude la presenza di pesci, ma lì ve ne erano a centinaia. Ho subito capito che c'era qualcosa di particolare e che questo sfidava la nostra comprensione dei limiti della tolleranza all'ipossia".

La squadra di Gallo ha appurato che i pesci a loro agio in un habitat praticamente privo di ossigeno appartengono a due specie: gli squali Cephalurus cephalus, anche noti come gattucci lecca-lecca, e la Cherublemma emmelas, o brotula nera.

I biologi marini non sono ancora in grado di spiegare quali adattamenti fisiologici permettano a questi pesci di sopravvivere e addirittura di prosperare in condizioni così estreme. Tuttavia, hanno prestato attenzione a diversi fattori. Animali di entrambe le specie sono molto piccoli: sono lunghi meno di 30 cm. I loro corpi sono morbidi e lassi, mentre le loro ossa sono sottili e poco sviluppate. Invece, le loro teste e branchie sono piuttosto grandi rispetto alle dimensioni del corpo.

Secondo gli esperti, i pesci estremofili ricorrono a una serie di strategie per far emettere più ossigeno all'ambiente circostante e per diminuire il suo consumo favorendo invece un immagazzinamento più efficace dell'energia.

Si suppone, inoltre, che queste specie si siano adattate a vivere in aree molto profonde per evitare gli attacchi dei predatori. In sostanza, sono quasi gli unici a popolare queste aree inospitali. In habitat a bassa concentrazione di ossigeno gli scienziati oltre ai pesci hanno incontrato anche lumache di mare, stelle marine e altri invertebrati. Ma in queste aree prive di ossigeno il fondo marino sembrava il deserto lunare a detta dei ricercatori.

Gli autori dello studio, inoltre, sostengono che la loro scoperta sia importante non solo per lo studio degli estremofili. Infatti, durante ricerche di questo tipo gli esperti potrebbero chiarire in che modo le creature e gli ecosistemi marini siano in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici in atto.

Le temperature degli oceani in media continuano ad aumentare e questo influisce sulla loro composizione biochimica e, in particolare, sulla concentrazione di ossigeno. Gli esperti stanno profilando i possibili scenari dei futuri cambiamenti climatici e, per farlo, i biologi devono sapere quali specie animali potranno sopravvivere in condizioni così estreme e quali invece sono a rischio di estinzione.

Una descrizione più dettagliata di questo studio è disponibile sulla rivista Ecology.

Tags:
biologia, pesca, mare, scienza, California, USA
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