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22:39 16 Luglio 2019
La natura delle Isole Curili

Le isole senza un accordo

© Sputnik . Сергей Кривошеев
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Costume, società e curiosità (21)
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Perché è così difficile risolvere la questione delle Curili? Alla fine della Seconda guerra mondiale Giappone e Unione Sovietica non conclusero alcun accordo di pace e la disputa sull’appartenenza delle Curili meridionali si protrasse per 70 lunghi anni.

Sputnik vi spiega come mai queste isole siano finite tra i possedimenti russi, a chi appartenevano inizialmente e perché il Giappone avanza pretese.

Chi arrivò per primo sulle Curili?

Nelle dichiarazioni di Tokio sulla storia delle Curili vi è una certa dose di malizia. Queste isole furono scoperte nel XVI secolo nel Mare di Ochotsk e nel XVII secolo Russia e Giappone cominciarono a conquistarle contemporaneamente. In seguito alla conquista, gli Ainu, la popolazione autoctona della Catena delle Curili, si estinsero quasi del tutto. Dunque, i giapponesi non furono in ogni caso i primi.

Alla fine del XVIII secolo Caterina II firmò un decreto circa l'inclusione delle Curili tra i territori russi. Ma la lotta con i giapponesi non si fermò. Alla fine, nel 1855 le parti contrapposte sottoscrissero il Trattato di Shimoda. Al Giappone andarono le isole Iturup, Kunashir, Shikotan e Chabomay, mentre alla Russia le Curili settentrionali. Rimase, però, irrisolta la questione relativa a Sakhalin.

Venne raggiunto un compromesso circa 20 anni dopo con un nuovo accordo firmato a San Pietroburgo. La Russia rinunciò alle Curili e il Giappone a Sakhalin. Ma anche questo documento venne messo in discussione dopo l'inizio della Guerra russo-giapponese nel 1904.

Il Giappone, uscito vincitore, oltre all'arcipelago delle Curili, annesse anche Sakhalin meridionale. Questa spartizione territoriale rimase intatta fino alla fine della Seconda guerra mondiale quando i giapponesi, alleati dei nazisti, furono distrutti dalla coalizione antihitleriana.

Proprio questo fatto, ovvero l'alleanza tra il Giappone militarista e i fascisti, viene ignorato da Tokio ogni volta che si parlava dell'annessione delle Curili meridionali all'URSS visti i risultati della guerra.

Le leggi in tempo di guerra

Dopo l'inizio della Seconda guerra mondiale i rapporti tra Mosca e Tokio si fecero complicati. Da un lato, nell'aprile del 1941 le parti firmarono il Patto nippo-sovietico di non aggressione. Dall'altra, l'apertura nel giugno del 1944 da parte degli alleati occidentali dell'URSS del Fronte Pacifico fece ben presto capire che i giorni del regime militarista di Tokio erano contati.

Per coadiuvare gli USA e la Gran Bretagna nell'Estremo oriente russo, nell'aprile del 1945 l'Unione sovietica venne meno al Patto di non aggressione e ad agosto dichiarò guerra al Giappone. Per farlo Stalin richiese agli alleati la concessione di Sakhalin meridionale e delle Curili.

Washington e Londra accettarono questa condizione. In caso di rifiuto Mosca avrebbe potuto agire da sola, ma gli alleati occidentali temevano proprio questo. Nel febbraio del 1945 alla Conferenza di Yalta grazie all'accordo sull'estremo oriente gli alleati dichiararono il passaggio di Sakhalin meridionale e delle Curili all'URSS.

Dopo che il Consiglio supremo dell'Unione sovietica incluse Sakhalin meridionale e le Curili fra i territori del Paese, fu necessario ottenere il riconoscimento internazionale di questi territori da parte degli altri Paesi vincitori. Questi non vennero meno agli impegni presi a Yalta e inclusero la clausola delle Curili nel testo del Trattato di San Francisco del 1951.

Ma Mosca improvvisamente si rifiutò di firmare quel documento. Il Cremlino non era d'accordo sul fatto che il testo fosse stato scritto da Washington e Londra. Inoltre, Mosca criticò il documento poiché al suo interno non si menzionava in favore di quale Paese Tokio stesse rinunciando alle Curili. L'Unione sovietica non era d'accordo nemmeno sul fatto che non avessero chiamato a firmare il contratto anche la Cina, la quale "aveva portato sulle proprie spalle il grande fardello della lotta contro i militaristi giapponesi".

"Bisogna essere ciechi per non accorgersi della grottesca situazione in cui si trovarono gli organizzatori della conferenza i quali avevano fatto in modo che alla risoluzione della questione giapponese partecipassero El Salvador e il Nicaragua e non la Cina", afferma sdegnato Aleksey Gromyko, che occupava allora la carica di viceministro degli Esteri. "Nonostante le affermazioni dei rappresentanti degli USA, non vi fu alcuna consultazione con il governo sovietico circa il trattato di pace con il Giappone".

Proprio l'assenza della firma di Mosca al Trattato di San Francisco diede in seguito l'opportunità a USA e Giappone di speculare sul passaggio illegittimo delle Curili all'URSS e, poi, alla Russia.

Un'occasione mancata

Il maggiore critico della decisione di non firmare il Trattato di San Francisco fu Nikita Khrushev. "Gli americani mantennero la parola data. I nostri interessi furono salvaguardati così come previsto dal protocollo firmato da Roosevelt. Non so cosa ci abbia spinto a non firmare", scrisse nelle sue memorie.

A esprimere dispiacere riguardo a tale decisione fu anche il patriarca della diplomazia russa Evgeny Primakov: "Perdemmo un'occasione. Se non ci fossimo rifiutati di firmare il trattato di pace nel 1951 a San Francisco, ora non ci sarebbe alcun problema territoriale".

Inglesi e americani non si fecero perdere l'occasione di sfruttare a loro vantaggio la défaillance diplomatica di Mosca.

"La guerra è finita. Il nemico comune, per sconfiggere il quale eravamo necessari all'Occidente, è stato distrutto. Ora l'Occidente ha cominciato a mobilizzarsi e a usare le proprie forze contro l'URSS", scrive afflitto nelle sue memorie Khrushev.

Degno di nota è il fatto che la Cina (una delle ragioni per cui Mosca si rifiutò di firmare il trattato di pace) negli anni '60 sostenne il Giappone nella controversia con l'URSS.

"Durante un incontro con Mao Tse-tung i giapponesi sollevarono la questione di Sakhalin meridionale e delle Curili. Mao fu d'accordo con le loro richieste: "Sì, vi sosteniamo. Le vostre richieste appaiono legalmente fondate", racconta Khrushev.

La Dichiarazione di Mosca

Mosca tentò di firmare il Trattato di San Francisco a posteriori, ma dovette fare i conti con la resistenza degli americani prima e dei giapponesi poi. "I giapponesi cominciarono a battersi contro i punti del trattato che stabilivano il passaggio delle Curili e di Sakhalin all'URSS", ricorda il funzionario sovietico.

Ben presto il Giappone cominciò a sostenere che l'URSS per prima avesse infranto il Patto di non aggressione e che, dunque, anche le Curili meridionali (o "territori del Nord" come li chiama Tokio) fossero occupate illegalmente. Dopo l'inizio dell'avvicinamento politico-militare tra Tokio e Washington fu chiaro che il dialogo era irrimediabilmente compromesso. La situazione venne salvata, però, dal fatto che i giapponesi stessi capirono di aver bisogno di un contatto con Mosca. Sulle Curili venne conservata la presenza militare sovietica ed era difficile ignorarla.

Le parti convennero di concludere una pace postbellica sulla base di un accordo bilaterale. La Dichiarazione congiunta fra URSS e Giappone del 1956 permise ai Paesi di dichiarare ufficialmente la fine della guerra e di riprendere le relazioni diplomatiche.

La comparsa di basi militari americane in Giappone preoccupò molto l'URSS, per questo Mosca cominciò a contrattare. Il Cremlino decise di prendere in considerazione l'eventuale concessione di due delle Curili meridionali (Shikotan e Khabomay) se avesse ottenuto in cambio dal Giappone il ritiro dei militari stranieri.

"Pensavamo che questa concessione non fosse di grande importanza per l'URSS. Quelle sono isole deserte popolate solo da marinai e militari. Non hanno nemmeno alcuna rilevanza militare. Al contrario, l'amicizia giapponese che volevamo conquistarci avrebbe svolto un ruolo fondamentale. Per questo le concessioni territoriali sarebbero passate in secondo piano grazie all'instaurazione di questi nuovi rapporti tra URSS e Giappone", così Khrushev giustificava questa decisione.

Sebbene la Dichiarazione di Mosca del 1956 non entrò in vigore perché le parti non erano pronte a scendere a compromessi, viene ancora oggi considerata la base della diplomazia bilaterale post-bellica. Khrushev tenne in alta considerazione questo documento fino alla sua morte.

Soldi in cambio delle Curili

La Guerra fredda spaccò il mondo in due grandi aree ideologiche. Il Giappone si oppose al blocco sovietico, dunque non vi furono passi in avanti a livello di negoziati con Mosca.

La perestroyka e la glasnost, che mossero l'operato di Mikhail Gorbachev a metà degli anni '80, ispirarono anche i giapponesi. Grazie ai cambiamenti occorsi in Unione Sovietica, le due parti riuscirono a regolare la questione territoriale. All'inizio del 1990 si recò a Mosca il ministro degli esteri Shintaro Abe (padre dell'attuale premier giapponese) per stabilire personali rapporti di fiducia con il presidente sovietico.

"L'era di Gorbachev è l'occasione perfetta per un trattato di pace nippo-sovietico. Costi quel che costi, ma voglio raggiungere quest'obiettivo", dichiarava continuamente in quel periodo Abe.

Ai negoziati con il Cremlino il Ministro degli Esteri giapponese era accompagnato dal figlio, Shinzo Abe. Nella delegazione giapponese svolgeva le funzioni di segretario e fu presentato a Gorbachev. Vedendo il figlio del ministro, Gorbachev notò quanto Shinzo assomigliasse al padre.

"Vi si può confondere", disse in tono scherzoso Gorbachev.

L'incontro si concluse con la promessa di una visita dei dirigenti sovietici a Tokio. Prima di recarsi nella capitale giapponese il segretario di stato USA James Baker mise in guarda Gorbachev sul fatto che concludere affari con i giapponesi non fosse cosa facile.

"Badate bene: non vi sono negoziatori più caparbi. Sono in grado di ripetere per ore le stesse cose, insistono, ribadiscono ciò che è già stato detto. Cercano di far cambiare idea all'altra parte", spiegò il diplomatico americano.

Gorbachev se ne convinse ben presto. Sentendosi i padroni della situazione, i giapponesi passarono subito all'azione. Proposero a Mosca di prendere la Dichiarazione del 1956 come base dei negoziati per un accordo di pace, ma di completarla con la promessa di restituire a Tokio 4 (e non 2) Curili. In cambio i giapponesi si dissero pronti ad aiutare finanziariamente la controparte.

"In sostanza, i giapponesi tentarono di predeterminare l'incontro per metterci in una posizione scomoda, invece di stabilire insieme un compromesso. Dissi che mi opponevo in maniera decisa a negoziati del genere. Era assolutamente inaccettabile non solo nell'ambito dei rapporti bilaterali, ma anche a livello generale", ricorda Gorbachev nel libro "Il mondo che sta cambiando".

La delegazione di Mosca dovette allora sostenere 6 turni di negoziati e ascoltare ogni volta le stesse richieste dei giapponesi: le isole in cambio di denaro.

"Io non fui d'accordo sul legame fra cooperazione economica e successo dei negoziati di pace. Bisogna, invece, cominciare proprio dallo sviluppo delle relazioni in ogni settore e, in particolare, nell'economia, nel commercio, negli investimenti. Solo un approccio del genere ha futuro", racconta Gorbachev.

L'amicizia, la pesca, ma non la pace

La caparbietà dei giapponesi e i tentativi di legare il trattato di pace alla questione delle Curili furono i motivi per cui l'incontro previsto per il 1992 a Tokio tra il primo ministro giapponese e Boris Eltsin non si tenne.

"Cominciai a calcolare quante possibilità avessimo, considerate tutte le offerte e le sfumature. Alla fine, ne trovai 14. La difficoltà della situazione era legata al fatto che proprio i giapponesi, invece, avevano solo una di retorica su cui fare pressione: le isole erano sempre state loro, dunque dovevano essere loro restituite. Due giorni prima della data stabilita io stesso decisi di annullare la visita", ricorda Eltsin nel libro "Il diario del presidente".

Nel 1997 il primo presidente russo e il primo ministro giapponese Ryūtarō Hashimoto si incontrarono a Krasnoyarsk. Oltre ai negoziati, i capi di stato andarono a pesca contando sul fatto che un dialogo informale avrebbe potuto avvicinarli alla risoluzione del problema delle Curili e del trattato di pace.

"Mentre io e Ryu pescavamo nello Yenisey non volevamo solo del pesce, ma anche la pace. Una pace vera fondata su precisi accordi. Nessuno ancora sapeva cosa ci avrebbe riservato quella pesca", racconta Eltsin "La maratona presidenziale".

Il risultato di quell'incontro informale furono accordi nippo-russi su pesca, garanzie bancarie e investimenti congiunti. Decisero di concludere il trattato di pace entro il 2000.

L'era di Putin e Shinzo Abe

Vladimir Putin già durante il suo primo mandato presidenziale diceva che la Russia era pronta a discutere con il Giappone le condizioni del trattato di pace. Putin non si espresso nemmeno contro alla possibilità di prendere come base dell'accordo la Dichiarazione del 1956.

"Riteniamo di non avere alcun problema territoriale. È il Giappone a pensare di avere problemi territoriali con la Russia. Siamo disposti a intavolare una discussione a tal proposito", ha dichiarato Putin due anni fa.

Quando divenne primo ministro del Giappone Shinzo Abe, il figlio di quel ministro degli Esteri che all'inizio degli anni '90 aveva incontrato Gorbachev, a Tokio si cominciò a parlare di un nuovo approccio nelle relazioni con Mosca. Per il premier giapponese raggiungere un accordo reciproco con la Russia e risolvere le pluriennali controversie era diventata una questione di onore in memoria del padre.

All'insegna di questo nuovo approccio Putin e Abe si incontrarono più volte a livello bilaterale, si chiamano l'un l'altro per nome e si danno del tu. Tuttavia, non vi sono stati avanzamenti della questione territoriale o del trattato di pace.

Quando l'anno scorso Putin propose ad Abe di concludere un trattato di pace senza condizioni preventive, stava solo scherzando.

Di recente i giapponesi hanno cominciato a parlare del "traguardo di Singapore" in riferimento all'incontro tra Putin ed Abe tenutosi a novembre a Singapore. Alcuni funzionari hanno anche menzionato il progetto di tenere fra gli abitanti delle contese isole un referendum per capire cosa ne pensino. La campagna di informazione avviata a Tokio ha lasciato Mosca perplessa. Il Ministero degli Esteri russo ha interpellato l'ambasciatore del Giappone per fare un'osservazione circa l'infondatezza delle voci riguardanti lo status delle Curili meridionali.

Al momento Putin e Abe sono più cauti nel parlare di un atteso miglioramento dei negoziati.

Ma i giapponesi continuano a nutrire speranze nel fatto che l'intesa personale fra i due contribuisca a raggiungere il compromesso e la conclusione del trattato di pace a condizioni che soddisfino entrambe le parti (innanzitutto sulla questione delle Curili).

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