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09:40 22 Settembre 2019
L'acqua

“Se teniamo al pianeta, più persone devono occuparsi di scienza”

CC0 / Pixabay
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In quest’intervista Diva Amon, biologa marina e collaboratrice del Museo di Storia Naturale di Londra, ci spiega quali danni provocano gli scienziati ai pesci di fondale durante lo studio degli oceani, perché riusciamo più facilmente ad andare nello spazio che a calarci nella Fossa delle Marianne e come mai è importante parlare di scienza.

Il 9 dicembre a Stoccolma si è tenuto il Nobel Week Dialogue, una conferenza annuale aperta al grande pubblico alla quale partecipano i vincitori degli anni precedenti, politici, giornalisti e personalità di spicco. Quest'anno il tema è stato "Water matters" (l'acqua conta). Gli oratori hanno trattato un ampio ventaglio di temi, dall'insufficienza idrica nei Paesi in via di sviluppo alle ricerche di tracce d'acqua su Marte fino alla vita nei fondali oceanici. Nell'ambito di quest'evento Indicator.Ru ha parlato con Diva Amon, biologa marina e collaboratrice del Museo di Storia Naturale di Londra. Diva si occupa dei problemi legati all'ecologia marina e allo studio degli organismi chemiosintetici, cioè che ricavano l'energia grazie al processo di chemiosintesi (insieme di reazioni di organicazione durante le quali si acidificano composti organici e inorganici ricchi di energia come l'idrogeno molecolare e lo zolfo). Diva ha partecipato a 15 spedizioni marine.

— Lei si occupa non solo di biologia marina, ma anche di problemi ecologici come l'estrazione di combustibili fossili dai fondali. Mi può dire qual è la differenza fondamentale tra questo tipo di estrazione e quella off-shore dal punto di vista ambientale?

— Le due tipologie sono molto simili fra loro, ma si differenziano per il fatto che si estraggono prodotti diversi. L'estrazione dai fondali riguarda i minerali: cobalto, rame, nichel. Quella off-shore, invece, permette di estrarre petrolio e gas. I metalli vengono estratti dal fondale marino risucchiandoli fuori, per così dire. Per l'estrazione di petrolio e gas, invece, si trivella un pozzo dal quale si estraggono i combustibili. Per quanto possa apparire strano, la trivellazione ha meno conseguenze ambientali dell'estrazione dei metalli direttamente dal fondale marino.

— Al momento alcune società sostengono che in Artide si possa estrarre petrolio con l'ausilio di nuove tecnologie senza arrecare danni sostanziali all'ecosistema della regione. È possibile?

— Sappiamo molto poco dell'ecosistema artico per confermare questa ipotesi. Prima di avviare qualsiasi operazione, è necessario condurre attente ricerche sulla regione. Ma chiaramente qualsiasi attività antropica avrà un'enorme influenza sull'ambiente. Persino quando studiamo il fondo oceanico, non riusciamo a evitare determinate conseguenze.

— Ci parli un po' di questo. Come si effettuano questi studi? In che misura colpiscono l'habitat oceanico? Quando si vede una fotografia raffigurante pesci che vivono a grandi profondità, sembra quasi che siano stati accecati dalla luce della macchina fotografica.

— Circa 200 anni fa l'uomo non sapeva che nell'area dei fondali oceanici vivessero esseri viventi. La maggior parte degli scienziati ipotizzava che a più di 1800 m sotto la superficie non vi fosse ossigeno, per questo per loro la vita in quella regione era impossibile. Oggi, però, sappiamo che proprio il fondale è l'area più popolata del nostro pianeta.

Noi impieghiamo diversi strumenti per osservare quest'area: dalle semplici e poco costose reti a strascico (semplicemente si gettano in acqua, si riportano in superficie e si vede cosa è caduto nella rete) fino a piattaforme più complesse e costose come bracci robotizzati, telecamere e dispositivi autonomi che vengono gettati sul fondo e svolgono da soli tutto il lavoro senza alcun controllo da parte dell'uomo. Chiaramente la parte più avvincente del lavoro è quando ci si immerge da soli sul fondale.

Quanto ai pesci accecati, va detto che la maggior parte delle creature che popolano il fondale non ha gli occhi: infatti, lì è buio e non ne ha bisogno. Ma sì, ha ragione, alcuni pesci gli occhi li hanno e purtroppo anche se ci caliamo sul fondale con le più buone intenzioni, qualche danno lo arrechiamo. Ad esempio, quando vi trovate per un po' di tempo al buio, vi ci abituate e, se qualcuno accende la luce, siete accecati per qualche secondo. Noi fotografiamo con il flash animali che non hanno mai visto la luce. Quindi, sì, forse alcuni di loro rimangono ciechi dopo, ma non lo sappiamo.

Tuttavia, dobbiamo studiarli e non possiamo farlo senza che vi sia una qualche conseguenza su di loro. L'umanità in generale influenza in maniera decisamente maggiore l'oceano: estrazione di combustibili fossili, trasporto di combustibile, espulsione di rifiuti industriali in acqua… In realtà, senza nemmeno considerare i rifiuti industriali, sappiamo che l'oceano è stato inquinato dalla spazzatura tradizionale. Quando ci caliamo sul fondale e troviamo una busta di plastica, capiamo che la situazione è davvero terribile.

— A quale profondità massima vi siete calati?

— Sono stata nella Fossa del Giappone a una profondità di 10,5 km. Ci siamo calati con uno Shinkai-6500. I primi 5-10 secondi sono stati terribili, perché ci si rende conto che, se ci fosse qualche guasto, non ci sarebbe nessun superstite. Poi si comincia a guardare negli oblò e ce ne si dimentica. La bioluminescenza è il fenomeno di luce più bello che io abbia mai visto. Chiaramente poi durante l'immersione abbiamo tutta una serie di compiti da effettuare e questi occupano tutto il nostro tempo e la nostra attenzione.

— Gli oceani non sono stati studiati in maniera esaustiva. Talvolta sembra che per l'uomo sia più facile andare nello spazio che calarsi nella Fossa delle Marianne. Perché, secondo Lei?

— Sì, ha ragione. L'uomo ha visto meno del 2% dei fondali oceanici. Abbiamo cartine precisissime della superficie lunare o marziana, ma sul fondo oceanico quasi non siamo nemmeno stati. Solamente un decimo delle creature oceaniche ha un nome, il 20% di loro è stato scoperto ma non ancora classificato, mentre il restante 70% non è stato nemmeno ancora scoperto. Un paio di anni fa è uscita una pubblicazione che forniva una stima del numero complessivo delle specie di animali marini, ovvero circa un milione. Questo dato è stato ottenuto con l'ausilio di un modello matematico che impiega dati genetici.

Dunque, la prima ragione per cui l'uomo preferisce lo spazio, secondo me, è che si investe molto meno nello studio dell'oceano rispetto che nei programmi spaziali. Infatti, per lo studio dell'oceano servono apparecchiature complesse e costose di cui noi non disponiamo. È necessario progettare e creare questi strumenti, il che implica ingenti spese. La seconda ragione è che lo spazio attira di più rispetto all'oceano. L'uomo vuole andare là dove nessuno è mai andato. Sì, è un'attrazione irrazionale. Ma sapete, l'uomo ama un approccio del tipo "andiamo in un altro paese e cominciamo tutto daccapo", mentre non apprezza rimanere in uno stesso posto e ingegnarsi. Ecco, studiare l'oceano è proprio questo secondo caso. L'oceano va approcciato senza essere distrutto. Questo è più complicato di volare in uno spazio vergine e portarvi a termine qualche operazione.

Inoltre, l'uomo è ammaliato dall'idea di trovare la vita su altri pianeti. Ma io dico sempre: per ora la Terra è l'unico luogo a noi conosciuto in cui vi è la vita. Dunque, forse, non è meglio rimanere qui e far sì che la vita non scompaia?

— E perché Lei ha deciso di studiare gli oceani e, in particolare, i batteri chemiosintetici?

— Forse perché questi organismi sono le creature più numerose nell'oceano. In acqua c'è vita ovunque, a qualunque profondità. Ma non dappertutto la vita prende colori sgargianti. Gli organismi chemiosintetici non hanno bisogno né di luce solare né di ossigeno. Vivono grazie al metano, ai solfuri e ad altre sostanze contenute nel fondale marino: ciò vuol dire che hanno sempre cibo ed energia in abbondanza, per questo tali creature sono molto numerose. E visivamente sono molto belle. Gli organismi chemiosintetici hanno modificato profondamente le nostre solide convinzioni sulla vita, perché non avevamo la benché minima idea che forme di vita simili esistessero prima della scoperta alla fine degli anni '70 delle sorgenti idrotermali (o camini idrotermali, cioè sorgenti sul fondo oceanico che emettono acqua calda ad alta concentrazione di minerali a una pressione di centinaia di atmosfere. Intorno a queste sorgenti vivono enormi comunità di organismi chemiosintetici). Questo ci ha dimostrato che la vita non ha bisogno della luce solare o dell'ossigeno. La vita può essere anche molto diversa da quella a cui siamo abituati. Considerato tutto questo, com'è possibile che non vogliamo studiarla?

— Lei ha un obiettivo scientifico? O un sogno?

— Sono un idealista. E sì, ho un sogno: vorrei che il mio lavoro contribuisse alla conservazione e alla tutela degli oceani. Essendo a conoscenza della situazione in cui versano gli oceani oggi, mi è difficile vedere un futuro roseo, ma ci spero.

Nel mio lavoro posso identificare tre direzioni fondamentali. In primo luogo, mi occupo di quello di cui si occupano tutti i biologi marini: scopriamo nuove specie. Ne scopriamo di nuove ad ogni spedizione. In secondo luogo, studio l'influenza dell'uomo sull'oceano e, in particolare, le conseguenze dell'estrazione di combustibili fossili dalle profondità oceaniche. Sono pochissimi i Paesi a potersi occupare di studiare l'oceano perché si tratta di un'attività costosa che richiede specialisti qualificati e apparecchiature all'avanguardia. Io sono di Trinidad e Tobago, un Paese in via di sviluppo nel Bacino caraibico. Noi abbiamo accesso all'oceano, ma non possiamo studiarlo. Dunque, il terzo obiettivo del mio lavoro è creare metodologie di studio delle profondità oceaniche che possano essere accessibili anche ai Paesi meno ricchi.

— Quando parla di nuove specie scoperte ad ogni spedizione, intende microorganismi? O anche creature più grandi?

Mar Glaciale Artico
© Sputnik . Alexander Kovalyov

Certo! Scopriamo nuove specie di pesci, meduse… Addirittura un paio di anni fa sono state scoperte 7 nuove specie di balene. Però, considerate che questi animali vivono in uno strato d'acqua più superficiale, quindi vengono scoperti con maggiore facilità. Da ogni spedizione torniamo con decine, se non centinaia di coralli e piovre mai visti. A una profondità di più di 3 km, la probabilità di trovare una nuova specie è del 50%. E questo ad ogni spedizione.

— Durante la sessione plenaria dell'evento ha detto che "gli scienziati sono sempre stati cattivi comunicatori". Molti di loro dicono davvero che la gente comune non deve necessariamente sapere di cosa si occupa la scienza. A loro non interessa. Secondo Lei, quindi, perché invece è importante parlare di scienza?

— Prima di tutto, per una cosa ovvia: se la società capisce che gli scienziati portano benefici, è pronta a pagare tasse per sviluppare le tecnologie. Una certa sensibilizzazione alla scienza potrebbe indurre i politici a investire di più nella ricerca. Tuttavia, cerco di parlare di scienza anche per un'altra ragione: ci serve una nuova generazione di ricercatori. Quando me ne andrò io e se ne andranno i miei coetanei, chi prenderà il nostro posto? Se non raccontiamo ciò che facciamo e non facciamo vedere ciò che abbiamo raggiunto, nessuno vorrà mai occuparsi di scienza. Magari un bambino russo tra 30 o 40 anni potrebbe risolvere un problema scientifico che affligge l'intero pianeta. Ma se non sapesse che può essere un ricercatore in futuro? Insomma, se questo pianeta ci serve davvero, dobbiamo attirare alla scienza quanti più cervelli possibile.

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rifiuti, cambiamenti climatici, clima, Maratona, biologia, Intervista
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