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14:48 17 Settembre 2019
Donald Trump al Forum economico mondiale (WEF)

Forum di Davos: l'Occidente si lascia sfuggire l'occasione

© AP Photo / Evan Vucci
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Fra 5 giorni nella cittadina svizzera di Davos sarà inaugurato il Forum economico mondiale (WEF) che da circa 50 anni è uno degli eventi più significativi e influenti della politica mondiale.

Nelle ultime settimane prima del forum i media solitamente non fanno che pubblicare notizie, approfondimenti e voci legati all'imminente evento.

Quest'anno non ha fatto eccezione. Ma, le voci che circolano stavolta non faranno contenti gli organizzatori che preferirebbero un approccio più sacrale all'evento.

Vladimir Putin ancora non ha deciso se parteciperà al forum. L'ultima volta vi ha partecipato 10 anni fa, nel 2009, come primo ministro.

Il presidente degli USA Donald Trump ha deciso di non recarsi a Davos. Ragione (o pretesto): la contrapposizione con i democratici al Congresso per la costruzione del muro alla frontiera col Messico e, di conseguenza, la mancata approvazione del bilancio federale che ha già portato allo shutdown (blocco delle attività amministrative per mancanza di finanziamenti) più lungo nella storia degli USA.

Nemmeno il presidente francese Emmanuel Macron parteciperà. L'Eliseo ha giustificato questa decisione adducendo la scusa dei molti impegni, sebbene si pensi che Macron sia in realtà preoccupato per la protesta ancora in corso dei gilet gialli e per l'inizio (il 15 gennaio) del dibattito nazionale proposto per la risoluzione delle controversie con il dialogo democratico e istituzionale.

Anche il presidente sudcoreano Moon Jae-in non intende recarsi al WEF per il secondo anno consecutivo. Tuttavia, mentre lo scorso anno Seul addusse come motivo per l'assenza del presidente un'agenda molto fitta a causa degli imminenti Giochi Olimpici invernali di Pyeongchang, quest'anno il presidente non ha dato alcuna giustificazione: ha deciso così e basta.

Lo status dell'evento è stato messo in discussione per la prima volta qualche anno fa, ma di recente le cose sono cambiate in maniera sostanziale.

Però in questo caso non si tratta solo di fattori esterni, e quindi non governabili, ma anche di azioni compiute dagli organizzatori stessi. Probabilmente, il caso più eclatante in tal senso è stato dapprima un divieto e poi un permesso (seppur con limitazioni) di partecipazione al forum per gli imprenditori russi sottoposti a sanzioni, in particolare Oleg Deripaska, Viktor Vekselberg e Andrey Kostin.

La questione riguarda non tanto questa concreta decisione o una sua modifica quanto piuttosto quello che essa simboleggia.

Per circa 50 anni il Forum di Davos si è creato la reputazione di una organizzazione che stabilisce le tendenze dell'economia e della politica mondiali. Partecipare al forum è stato per anni un onore e un privilegio non solo per i nuovi ricchi del post-URSS che cercavano di sollevare il proprio status, ma anche per le figure più influenti del mondo.

Nel 1979 il Forum fu il primo fra le organizzazioni occidentali di spicco ad instaurare dei contatti con la Cina che aveva appena lanciato la riforma di Deng Xiaoping. Nel 1988 proprio a Davos fu sottoscritta la Dichiarazione di Davos tra Grecia e Turchia per la risoluzione della questione cipriota che scongiurò la guerra fra i due Paesi. Nel 1989 si tenne il primo vertice fra i ministri delle Coree del Nord e del Sud. In quell'anno si discusse anche l'unificazione tedesca per mano del cancelliere della Repubblica Federale di Germania Helmut Kohl e il presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Democratica Tedesca Hans Modrow. Nel 1992 a Davos si tenne il primo incontro dello scarcerato Nelson Mandela con l'allora presidente della Repubblica sudafricana Frederik de Klerk e nel 1994 lì si incontrarono il primo ministro israeliano Shimon Peres e Yasser Arafat dando così avvio a una nuova tappa della risoluzione del conflitto israelo-palestinese.

Non sorprende che il WEF abbia acquisito la reputazione di evento eccessivamente autorevole e a tratti anche nefasto durante il quale si decide il destino del pianeta.

Alla luce di una tale storia le decisioni circa i russi sanzionati risultano non solo meschine (e questo non sarebbe che il male minore), ma, cosa più importante, appaiono incapaci di tenere il passo con le principali tendenze internazionali. Invece dell'abituale ruolo di volano delle tendenze mondiali gli organizzatori di Davos si sono posti come operatori di servizio degli Stati Uniti che quanto a sanzioni si trovano in forte contrapposizione con quasi tutto il mondo. Ma poi hanno fatto un passo indietro e hanno capito che valeva la pena minacciare la Russia solamente di non accogliere la sua delegazione al forum e nient'altro. E questo ha profondamente offeso Washington.

Crisi del genere rovinano molto velocemente la reputazione, soprattutto quando si tratta di un ambito così delicato come quello della politica internazionale. Non sorprende, dunque, che così tanti leader non vogliano partecipare al forum. Quello per cui si recavano qui si è esaurito velocemente.

Tra l'altro, non è un male sfruttare questa situazione per i propri fini. Al Forum dell'anno scorso in prima fila vi era la delegazione cinese guidata da Xi Jinping. Già allora si ventilò l'ipotesi secondo cui in un momento di debolezza del WEF i cinesi avrebbero tentato di "privatizzare" il forum: perché non sfruttare uno strumento che funziona, anche se indebolito!

Probabilmente, queste sono le stesse ragioni che fanno indugiare il leader russo. In linea di massima, è attuale lo scenario per cui il baluardo della globalizzazione e del neocolonialismo occidentali si trasforma in uno strumento con cui modellare la configurazione mondiale il quale è nelle mani di Mosca, Pechino e altri "elementi disturbatori". 

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Tags:
forum, incontri, Economia, Forum economico di Davos, World Economic Forum (WEF), Vladimir Putin, Moon Jae-in, Emmanuel Macron, Xi Jinping, Donald Trump, Cina, Svizzera, Corea del Sud, Francia, USA
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