11:02 16 Dicembre 2018
Trump nella poltrona di Winston Churchill

Trump, il nuovo cagnolino del principe saudita

© Foto: Sarah Sanders/twitter
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Donald Trump ha rilasciato una serie di dichiarazioni riguardo all’omicidio del noto dissidente saudita in Turchia. Dichiarazioni che, evidentemente, avevano l’intento di mostrare a tutti la forza, la saggezza, il pragmatismo e il patriottismo del presidente americano, ma che hanno avuto l’effetto opposto.

Già da alcuni giorni l'operato di Trump è alla mercé dei social media e oggetto di critiche da parte non solo dei suoi avversari politici ma anche dei funzionari del Partito repubblicano.

La Casa Bianca forse contava di soffocare lo scandalo, ma ora le possibilità che al Congresso e al Senato prendano dei provvedimenti contro l'Arabia Saudita sono aumentate sensibilmente. Hanno trovato il punto di debole di Trump e lo sfrutteranno sebbene il presidente americano avesse, in linea di massima, ragione. Sì, ragione, perché litigare con l'Arabia Saudita e fare finta che gli USA fossero improvvisamente molto interessati ai principi morali è una sciocchezza incredibile. Tra l'altro, già da anni i sostenitori del presidente cercano di spiegare ai suoi oppositori che litigare con la Russia è anch'essa una tattica che non va da nessuna parte, ma il desiderio di inimicarsi Trump è maggiore persino della paura delle armi nucleari russe. E vi sono buone possibilità che succeda qualcosa di simile anche con l'Arabia Saudita. In sostanza, le dichiarazioni di Trump si basano sulle seguenti tesi.

In primo luogo, l'Arabia Saudita è un partner importante per gli USA in Medio Oriente. Tradotto significa che l'Arabia Saudita è un acquirente impressionante di armi americane. Trump va molto fiero del recente contratto che prevede la fornitura di armi ai sauditi per una somma totale di più di 100 miliardi di dollari.

In secondo luogo, l'Arabia Saudita ha aiutato molto Trump ad abbassare i prezzi del petrolio, cioè, come dice Trump, è come se l'intero mondo avesse ottenuto uno "sgravio petrolifero". In verità, il leader americano ha dimenticato di dire che per raggiungere questo risultato ha dovuto truffare l'Arabia Saudita, i membri del gruppo OPEC-Russia e gli alleati americani fra cui Israele: infatti, Trump ha promesso sanzioni draconiane che avrebbero dovuto distruggere le esportazioni di petrolio dell'Iran, ma in pratica tutto è finito in una bolla di sapone. Ma questo trucchetto probabilmente non funzionerà di nuovo in futuro.

In terzo luogo, Trump ha trovato il modo di sfruttare la "minaccia russa": ha dato a intendere che i tentativi di punire severamente l'Arabia Saudita avrebbero portato il petrolio a salire fino a 150 dollari al barile e che questo avrebbe fatto gli interessi di Mosca. Di fatto, ha dato un messaggio politico interessante: "chi richiederà delle sanzioni per l'Arabia Saudita, è dalla parte dei russi". La stampa e la classe politica americane non hanno apprezzato questa mossa poco ortodossa del presidente americano.

Ad esempio, la CNN ha riportato la reazione del presidente del Comitato per gli affari internazionali del Senato, il repubblicano Bob Corker. Quest'ultimo ha dichiarato che l'operato del presidente riguardo allo scandalo saudita "ha fatto sprofondare il Paese a livelli infimi" e ha richiesto che i membri dell'amministrazione della Casa Bianca rendessero tempestivamente conto della situazione di fronte al Senato.

Il giornalista di Bloomberg Eli Lake osserva che anche per gli standard professionali poco elevati dell'attuale amministrazione di Washington la situazione è andata molto male. L'unica frase che trapela dalle dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca sull'"omicidio saudita" è: "Il mondo è un posto pericoloso". Dunque, se il mondo è pericoloso, che differenza fa che ci siano più o meno giornalisti o dissidenti? Eli Lake si lamenta del fatto che il presidente degli USA si sia lasciato sfuggire la splendida possibilità di fare pressione sul governo saudita nonostante il rischio che Riyad cominciasse davvero a cercare nuovi alleati in Mosca e Pechino. Stando alla versione della ben informata agenzia di stampa americana saranno il Senato e il Congresso degli USA ad organizzare le nuove sanzioni.

Tra gli altri è spiccato l'intervento della rappresentante delle Hawaii al Congresso, la nota attivista democratica Tulsi Gabbard, che ha scritto un twit diventato virale: "Ehi, Donald Trump! Ora sei il cagnolino dei sauditi? È così che metti "l'America prima di tutto?" (nell'originale il linguaggio era più scurrile, NdR). Trump viene colpito con uno dei suoi amati slogan "L'America prima di tutto!". Il problema è che con il suo operato ha dimostrato di fatto la vulnerabilità degli USA: che razza di egemone è se ha paura di punire l'Arabia Saudita per aver ucciso un dissidente che aveva contatti con gli USA e lavorava per influenti media americani?

Ma il rompicapo è presto risolto: non si tratta dei prezzi del petrolio, ma del sistema dei petroldollari. Se gli USA minacciassero l'Arabia Saudita, i principi sauditi potrebbero velocemente arrecare danni enormi all'economia e al sistema finanziario americani: basterebbe loro dichiarare che da quel momento il petrolio saudita sarà venduto non in dollari, ma in oro, yuan o euro. In tal modo, distruggerebbe il sistema dei petroldollari, elemento chiave della potenza finanziaria americana.

Il colonnello Gheddafi è stato ucciso per aver tentato di tendere una minaccia assai meno grande al sistema dei petroldollari, ma bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare: l'Arabia Saudita impara dagli errori degli altri e proprio per questo sta avanzando l'idea di comprare i sistemi russi di difesa antiaerea S-400, per non parlare poi dell'avvicinamento generale alla Russia la quale in Medio Oriente si è già guadagnata la meritata reputazione di partner affidabile. In tale contesto la cifra citata da Trump di 150 dollari al barile in caso di un conflitto con l'Arabia Saudita è il minore dei problemi per gli USA e il minore dei vantaggi che la Russia potrebbe trarre da un conflitto del genere.

Dunque, lasciate da parte le illusioni americane di grande nazione, Trump ha ragione. Come si dice, "Parigi val bene una messa", ma dal punto di vista degli interessi pragmatici americani la stabilità dei petroldollari val bene non la vita di un dissidente pro-americano, quanto la vita di migliaia di "vittime sacrificali" del genere. Ma il fatto è che l'establishment americano in larga parte ha dimenticato il pragmatismo e vive in un mondo di illusioni nel quale gli USA sono intoccabili. Non si può nemmeno escludere che il sistema finanziario americano venga minato durante l'ennesima manifestazione della propria forza. Se succedesse una cosa simile, il resto del mondo ne trarrebbe grandi benefici.

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giornalismo, Difesa, Cooperazione, Donald Trump, Medio Oriente, Arabia Saudita, USA, Russia
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