11:46 11 Dicembre 2018
Una donna siriana

Da prestatrice di soccorso a prigioniera dei jihadisti: l’incubo di una volontaria NPO

© Sputnik . Andrey Stenin
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“Quei 4 giorni furono molto duri, non li dimenticherò mai”: la storia di una ragazza che lavorava come volontaria per un'organizzazione senza scopo di lucro (NPO) ed è stata presa prigioniera a Duma tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013. È rimasta prigioniera per 4 giorni, poi è stata scambiata per dei carcerati siriani.

L'intervista è stata concessa con la richiesta di mantenere l'anonimato.

Come è finita prigioniera?

"Io e i miei colleghi collaboravamo con una NPO che si occupava di aiuti umanitari. Mi hanno catturata a Duma (a est di Damasco). Tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013 ci hanno scambiati con dei carcerati siriani. Sono rimasta prigioniera per 4 giorni prima che avvenisse lo scambio. Ma questi 4 giorni sono stati durissimi, non li dimenticherò mai".

"Allora si chiamavano l'Esercito libero, ma poi divennero Jaysh al-Islam. Quella era la prima fase della loro formazione e del loro finanziamento come organizzazione".

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Erano siriani?

"No. La maggior parte di loro, soprattutto i capi, erano stranieri. Erano terroristi venuti dall'estero: Giordania, Cecenia, Tunisia, Paesi europei e arabi, francesi".

"Alcuni erano francesi veri e propri, non parlavano nemmeno l'arabo".

In quale percentuale erano presenti gli stranieri tra i suoi rapitori?

"Metà e metà, ma i siriani non prendevano decisioni. Erano gli stranieri a farlo".

Quanti eravate e in quali condizioni vi tenevano?

"Eravamo in 15, tra ragazze e ragazzi. Ci hanno catturati in piazza Hamadani a Duma. Ci hanno portati altrove, in un appartamento. Era tutto scuro, le finestre e le porte bloccate. Anche dentro c'era buio. Non appena siamo arrivati lì, è cominciato l'interrogatorio".

"Ci hanno chiesto che religione professavamo (a quale corrente del cristianesimo o dell'islam appartenevamo) e il modo in cui si rivolgevano a noi dipendeva proprio dalla nostra professione di fede e dal fatto che sostenessimo o meno il governo siriano. Venuti a sapere le mie convinzioni religiose, cominciarono a torturarmi. Fu terribile perché ai loro occhi ero una peccatrice".

Se fosse stata cristiana, sarebbe stato meglio? (chi lascia l'islam è peggiore dei semplici "peccatori"?)

"Sì, perché io sono sciita. Proprio per questo mi hanno torturato ancora di più. Secondo loro ho voltato le spalle alla vera religione. Se fossi stata cristiana, sarebbe stato più facile. Per quanto riguarda i sunniti che sostenevano le autorità siriana, si sono comportati anche peggio perché li consideravano veri e propri traditori".

Vi erano fra di voi anche esponenti di altre religioni?

"Sì! C'erano sunniti, drusi, sciiti, cristiani, membri della diaspora curda".

Qualcuno è morto?

"Sì, due ragazzi. Li hanno condannati a morte perché sostenevano attivamente il regime siriano".

Vi hanno torturato? Cosa hanno fatto?

"Chiaramente, sì. Ci disinfettavano col fuoco, ci spegnevano le sigarette addosso, ancora adesso ho i segni delle scottature. Mi hanno appeso al soffitto, versato addosso l'acqua e colpito con una corda".

Cosa volevano sapere da voi?

"Volevano sapere quali generali collaboravano con noi dato che noi garantivamo il coordinamento tra le parti coinvolte nel conflitto. Ci hanno torturato per le nostre convinzioni religiose e per il nostro background".

E se qualcuno non confessava niente, cosa succedeva?

"Continuavano con le torture perché comunque queste persone senza convinzioni morali erano per loro dei barbari. Il loro comportamento nei nostri confronti era per loro la norma. Il quarto giorno il governo ha deciso di scambiarci. Allora hanno tagliato delle dita alle ragazze perché avevano lo smalto, cosa che va contro i precetti dell'islam. Una ragazza è stata colpita con un coltello al fianco. In seguito, per questo ha perso un rene".

Hanno cercato di fornirvi aiuto dopo la tortura?

Bandiera della Siria
© Sputnik . Dmitry Vinogradov

"No, pensavano che, se qualcuno fosse morto, sarebbe stato meglio. Ripetevano la frase "La bestia è crepata" perché per loro la nostra morte non era un problema". 

Qual era il loro aspetto fisico?

"Con la barba e senza baffi".

Non hanno detto da dove venivano?

"No, addirittura fra di loro usavano dei soprannomi".

Le torture avevano luogo in un'unica stanza o uno a uno?

"Uno a uno".

Vi davano da mangiare?

"Una patata, un pezzo di pane..."

Hanno provato a violentare le ragazze?

"Ovviamente sì".

Come è riuscita a sopravvivere e a tornare alla sua vita?

"I miei genitori mi hanno aiutata. La mia famiglia è stata fondamentale. Non appena sono uscita dall'ospedale, mi hanno detto che tutto quello che era successo sarebbe rimasto nel passato. Mi hanno proposto di andare in Europa, ma non ho accettato, perché non volevo sfuggire dai problemi ma affrontarli. Dovevo continuare a vivere, ma il primo mese è stato difficile perché avevo paura anche solo quando suonavano alla porta. Finché mio padre non mi ha portato a Duma. Mi ha detto: "Vai a Duma, non aver paura. Se vivrai nella paura tutta la vita, ne morirai". Mi ha detto che quello che era successo per lui non era un problema. "Qualunque cosa sia successa, non è per colpa tua, è passato ormai". I miei genitori mi hanno convinto a uscire di casa e tornare all'università. Ho dedicato la mia tesi di laurea magistrale a mio padre che mi ha aiutato a superare l'accaduto. Anche il sostegno dei miei amici è stato importante".

Come hanno influito quegli eventi sul suo futuro e sulla sua carriera?

"Non potevo più rimanere nelle organizzazioni umanitarie. Ho visto con i miei occhi che l'umanità in realtà è una menzogna. Continuo ad aiutare le persone ma senza che nessuno lo sappia. Aiuto coloro che la guerra ha privato di un tetto. Quelli che i media ricordano solo nelle statistiche. Ho trovato il mio posto nella società e loro sono diventati la mia nuova famiglia. Ma ho ancora paura. Se qualcuno mi sfiora, sussulto per lo spavento. Ho paura a restare a casa da sola. Ma continuo a vivere. Per non parlare poi dei problemi di salute: ora ho bisogno di continue cure. Chiaramente, covo molta rabbia".    

Tags:
prigionieri di guerra, Torture, Intervista, Siria
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