00:44 19 Novembre 2018
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Salvare o uccidere il pianeta: dove mettere i gas a effetto serra?

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Gli scienziati hanno proposto di eliminare dall’atmosfera parte dell’anidride carbonica per bloccare l’effetto serra. Le eccedenze di CO2 vengono immesse sottoterra dove il gas può essere conservato per milioni di anni. Nel mondo sono già attivi alcuni progetti simili. Si riuscirà a salvare il mondo dal riscaldamento globale? Ve lo dice Sputnik!

Chi emette, paga

Verso la fine del secolo la temperatura atmosferica media sulla Terra crescerà di più di un grado Celsius e mezzo rispetto ai livelli della fine del XIX secolo. Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) ritiene tale sviluppo molto verosimile e anzi inevitabile. Il riscaldamento globale porterà a sostanziali cambiamenti a livello di biosfera, all'innalzamento dei livelli dell'oceano e a serie conseguenze per l'umanità.

La relazione pubblicata di recente dall'IPCC è dedicata ai modi per evitare questo scenario e, se proprio non sarà possibile, a come adattarsi a questi cambiamenti. Il problema è che le possibilità di adattamento non soddisfano tutti. Molte persone saranno private delle loro case, delle loro terre e del loro stile di vita. Per questo, i politici dei Paesi maggiormente sensibili al cambiamento climatico invitano a intraprendere le misure necessarie sin d'ora.

La maggior parte degli scienziati sostiene che l'obiettivo principale è ridurre le emissioni di gas a effetto serra e, idealmente, eliminarle. Come misure complementari si propone l'impiego di tecnologie per rimuovere l'anidride carbonica in eccesso dato che a produrre la maggiore quantità di questo gas a effetto serra è il settore industriale. In casi estremi, si può pensare a soluzioni ingegneristiche che, ad esempio, deviino parzialmente i raggi solari dalla Terra in modo tale da compensare l'effetto serra. Le sperimentazioni ingegneristiche sul clima non sono ancora cominciate e difficilmente vi si ricorrerà nel prossimo futuro. Mentre le tecnologie per la "purificazione" dell'atmosfera dalla CO2 sono in funzione già da una trentina d'anni. E a queste nella relazione dell'IPCC è riservata particolare attenzione. Si sottolinea che queste tecnologie sono applicabili in qualsiasi lotta al riscaldamento globale. Gli scienziati non hanno dimostrato la loro efficacia, dunque è rischioso affidarvisi, ma questo non è un motivo per tirarsi indietro.

Il sottosuolo è la soluzione

L'azienda svizzera Climeworks ha avviato in Italia uno stabilimento per l'eliminazione della CO2 dall'atmosfera.

Turbine giganti pompano l'aria attraverso dei filtri che separano l'anidride carbonica. Contemporaneamente una cella elettrolitica alcalina riceve 240 m3 di idrogeno all'ora utilizzando le eccedenze di energia dei pannelli solari. Poi con la CO2 e l'idrogeno si produce del metano liquido che viene impiegato come carburante per i camion.

Lo stabilimento elimina 150 tonnellate di CO2 l'anno, il che chiaramente è una goccia nel mare rispetto alle gigatonnellate all'anno che vengono rilasciate nell'atmosfera in seguito all'impiego di combustibili fossili. Nel libro "Il ruolo potenziale dell'eliminazione della CO2 con soluzioni ingegneristiche per stabilizzare la sua concentrazione a un livello accettabile", pubblicato dall'Istituto per il clima e l'ecologia presso il Servizio federale di idrometeorologia e controllo ambientale (Rosgidromet), si riportano i seguenti dati: bisognerebbe eliminare dall'atmosfera 1.200 gigatonnellate di anidride carbonica per ridurne il contenuto a livelli non critici (350 mm CO2 per m3 di aria).

Tecnologie più potenti richiedono lo stoccaggio di anidride carbonica in depositi sotterranei che non permettono perdite. Leader in tal senso è Statoil, società norvegese operante nel settore petrolifero e del gas, la quale estrae metano dal giacimento off-shore Sleipner nel Mar del Nord. L'anidride carbonica fuoriesce dal sottosuolo ed i norvegesi la ripompano nel sottosuolo: in uno strato di arenaria porosa a una profondità di 800 metri sotto il livello del mare.

Gli scienziati controllano il deposito sotterraneo Sleipner da più di 20 anni analizzandone forma e dimensioni grazie all'ausilio di metodologie geofisiche. Dal 2014 in questo deposito arrivano anche i gas del giacimento Gudrun. Nel deposito si trovano ormai decine di milioni di tonnellate di CO2. Lo strato di rocce impermeabili scongiura il rischio di perdite.

L'opposizione delle comunità locali

Vi sono grandi depositi sotterranei di CO2 in Europa, Canada e Algeria. E sebbene non abbiano provocato alcun problema, le comunità locali li guardano con grande cautela. Molti progetti simili in Europa sono falliti sebbene avessero ricevuto l'approvazione dal Parlamento europeo il quale mirava a ridurre le emissioni di gas industriali del 15%.

Nel 2012 in Germania fu approvata una legge che permette la costruzione di depositi sotterranei di gas a effetto serra. Ma cominciarono le proteste e i politici fecero marcia indietro. Per la medesima ragione anche il nuovo deposito di Halten in Norvegia è giunto a un punto morto.

Interessante, ma costoso

La gente teme che i gas conservati nel sottosuolo fuoriescano in superficie provocando una contaminazione di massa e altre gravi conseguenze.

L'impiego di depositi sotterranei di gas è ostacolato da tre fattori: il prezzo, la mancanza di infrastrutture e il fatto che bisogna aspettare decine di anni per vedere dei risultati. Per ora questa tecnologia è accessibile solamente per le grandi società di estrazione e comunque serve il sostegno dello stato.

Ad esempio, Climework propone di immettere anidride carbonica a una profondità di un chilometro sotto le rocce di basalto dell'Islanda. Le sperimentazioni hanno, infatti, dimostrato che in due anni il gas si trasforma in minerali. In tal modo, il rischio di eventuali perdite dal deposito è scongiurato. Ma è il costo elevato a complicare la realizzazione di questo progetto.

Uno stabilimento per la cattura di CO2 può essere vantaggioso se collocato vicino a una grande centrale termoelettrica a carbone. Ma in molti casi è più conveniente passare al gas naturale. È molto più interessante se la cattura di CO2 viene effettuata a partire da un impianto a biomassa perché questo garantisce la cosiddetta "emissione negativa".

In pratica, con la combustione della biomassa, cioè degli scarti delle industrie alimentare, agricola e di lavorazione del legno, non si aumenta la quantità di gas a effetto serra nell'atmosfera. Semplicemente ritorna in circolo la CO2 utilizzata dalle piante per la fotosintesi. Se si catturano queste emissioni, l'equilibrio naturale va in negativo e si verifica una piccola compensazione perché l'emissione proviene dalla combustione di un carburante.

L'anidride carbonica può anche essere inserita nei giacimenti di petrolio o di gas per aumentare il loro rendimento quando sono vicini all'esaurimento. Ma non è un metodo efficace. È decisamente più vantaggioso in questi casi utilizzare dell'azoto o apposite miscele che non si diluiscono negli idrocarburi e li portano in superficie.

Dall'anidride carbonica catturata si cerca anche di ricavare dei carbonati, un processo conveniente e non complicato tecnologicamente. Il problema è che non si sa dove mettere né i carbonati né l'anidride carbonica. Conservarli nelle discariche è oggi un'idea opinabile.

Controversa è, inoltre, la proposta di conservare l'anidride carbonica liquida sul fondo dell'oceano.

Al momento le previsioni meteorologiche sono molto imprevedibili. La temperatura media globale è aumentata di circa 1 grado in un secolo e mezzo. Cosa succederà tra 30, 50 o 80 anni? Un altro grado e mezzo o 3 gradi? Il futuro della cattura e della conservazione dei gas a effetto serra sarà definito una volta che si farà chiarezza sulla questione climatica. Gli esperti prevedono un impiego su larga scala di queste tecnologie entro il 2070.

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