11:15 21 Novembre 2018
Un'immagine dal film Solaris

Figlio del regista Tarkovsky: su mio padre girano tanti falsi miti

© Sputnik . V. Murashko
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A Madrid è stata inaugurata la mostra dedicata a uno dei film più importanti di Andrey Tarkovsky, “Lo specchio” (Zerkalo).

Proprio dalla capitale spagnola ha preso avvio la rappresentazione di questo film organizzata da Andrey Tarkovsky junior, il figlio del regista residente a Firenze e a capo dell'Istituto internazionale che porta il nome del padre. Oltre alla mostra di Madrid saranno proiettati anche altri film del grande regista e si avrà l'occasione di un confronto con grandi personalità artistiche. Sputnik ha intervistato Andrey Tarkovsky junior e ha scoperto perché Tarkovsky senior si considerava innanzitutto un regista russo e come sarà la versione integrale di "Andrey Rublev".

Questa mostra è dedicata solamente a un film, "Lo specchio". È un film autobiografico basato su fatti reali. È la storia di una famiglia, di un padre, della sua infanzia e gioventù. La mostra sarà estremamente importante per il pubblico perché dedicata sia al film sia a Tarkovsky.

— Quali altre mostre presenterete negli altri Paesi?

— La più interessante sarà la mostra di Polaroid. Le Polaroid sono un tipo di fotografie particolari e ho una meravigliosa collezione di foto che ho fatto con mio padre. A marzo l'abbiamo presentata a Buenos Aires.

La mostra dedicata a "Lo specchio" è nuova. Vi sono materiali che non sono mai stati esposti, frammenti dei diari di lavoro preparatori a "Lo specchio" che non sono mai stati pubblicati, vi sono materiali esclusivi su Firenze.

Inoltre, sono in allestimento altre due mostre: una in Italia agli Uffizi. Sarà una mostra collettiva dedicata alla produzione di mio padre. L'altra si terrà ad Amsterdam nel Museo del cinema.

Ogni anno organizziamo mostre in vari Paesi. Ad esempio, quattro anni fa eravamo in Brasile. In America Latina c'è un grande interesse per le opere di mio padre.

— Lei si appresta a ricreare la versione integrale di "Andrey Rublev". Di cosa si tratta?

— Il film che tutti noi conosciamo dura 184 minuti, mentre la versione integrale è di 204 minuti. Dalla versione integrale solitamente il regista elimina qualcosa, ripulisce alcuni passaggi. Ma in questo caso mio padre è stato costretto a fare dei tagli a causa della censura.

E per ripristinare la versione autoriale, è necessario mantenere quei frammenti che non avrebbe voluto eliminare, ovvero ripristinare quei "frammenti censurati" ed eliminare ciò che invece aveva scelto lui di eliminare. In tutto 196 minuti. Guardando questa versione, il film è più comprensibile, logico e plastico.

Tutti gli altri film sono proprio come li aveva concepiti mio padre, mentre con "Rublev" è successa questa cosa. In generale, questo film ha avuto vita difficile. Una volta uscito nel 1966 ne hanno vietato la proiezione e la prima si è tenuta nel 1971, cioè quasi in contemporanea con "Solaris". Tra l'altro, per la distribuzione del film in Italia sono stati eliminati 45 minuti. Non si capiva niente, sembrava un altro film. Mio padre disse che quello non era il suo film. Fate ciò che volete ma non io non c'entro. E solamente dieci anni fa abbiamo proiettato la versione integrale in Italia.

Alle riprese del film Andrey Rublev
© Sputnik . RIA Novosti
Alle riprese del film "Andrey Rublev"

— Un altro progetto consiste nel ripristinare le registrazioni delle conferenze di Tarkovsky sul cinema. Ci racconti che registrazioni sono. Chi le ha fatte?

— A registrare le conferenze e a conservare le registrazioni è stata Marianna Chugunova. Al momento stiamo lavorando con lei sull'archivio e lo stiamo sistemando. Mio padre ha tenuto due cicli di conferenze nell'ambito di corsi superiori per registi nel 1977 e nel 1984. Ma le registrazioni comprendono anche diversi incontri con il pubblico e presentazioni di film. Mia madre e Marianna hanno sempre detto che bisognava registrare. Mio padre non se n'è mai interessato. Non si è mai preparato per le conferenze, andava di improvvisazione e discuteva della sua arte. Sono materiali molto interessanti. In totale sono 50-60 ore di corsi, più altre conferenze che ha tenuto a Berlino, Londra, in Italia e in Svezia per un totale di 600 ore di materiale. Vorremmo pubblicare 3 libri: corsi, conferenze, incontri con il pubblico. In Italia sono proprietario di una casa editrice con la quale ho pubblicato i diari, il libro "Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema". Prossimamente pubblicheremo le sue conferenze. Gli stiamo anche ridando voce presso la scuola di cinema di San Sebastián in Spagna. Il progetto è finanziato: si possono ascoltare le lezioni con i sottotitoli e poi discutere. Al momento sto montando un documentario su mio padre che si baserà sulle registrazioni audio.

— Ha girato un film su suo padre?

— Sì, le riprese sono già terminate. Abbiamo girato in tutti i luoghi in cui ha lavorato: Vladimir, Suzdal, Mosca, Myasnoe, Tuchkovo, nel luogo dove si trova la casa de "Lo specchio", in Svezia, in Italia, nei luoghi in cui è stato girato "Nostalghia". Sarà la sua storia. Il film si rifà alla sua voce. Sarà un racconto di Tarkovsky su Tarkovsky stesso senza ulteriori commenti. Certo, si è detto e scritto molto di Tarkovsky, ma questo sarà una riproduzione fedele di quello che ha detto lui.

Chiaramente, è buona cosa che le sue opere vengano studiate, ma vi sono anche leggende, miti e storie che talvolta sono veritieri e altre volte, invece, non hanno nessun fondo di verità. Vorrei che ascoltaste proprio lui. Per questo sto pubblicando i suoi testi.

Il film che sto montando dovrebbe uscire in primavera. I produttori decideranno a quale festival presentarlo. Chiaramente, lo proietteremo in Russia e in Italia.

— Quando ci sarà l'inaugurazione del museo di Ryazan?

— A Myasnoe la casa è rimasta com'era quando c'era mio padre. È casa mia, a volte ci torno, è un posto che mi piace perché ci sono cresciuto, ci ho passato l'infanzia. La aprirò al pubblico. Sarà un museo privato. E vicino verrà costruito un centro con sale espositive, sale cinematografiche e un museo. Ricreeremo lo studio di Mosca in cui lavorava. In questo centro si terranno seminari e retrospettive.

Vorrei che i giovani potessero studiare lì il cinema e imparare il nostro modo di vedere il cinema e l'arte in generale. In pratica, non vorrei creare un semplice museo. Chiamarlo museo non mi piace. Dev'essere un posto da vivere. Un centro culturale, la casa di Tarkovsky intorno alla quale si dovrà risvegliare la vita culturale. Non dev'essere solo un archivio.

Speriamo di aprire già nel 2020. E contiamo di avviare l'intera struttura in 5 anni.

— Quando Tarkovsky durante una conferenza stampa a Milano ha dichiarato che non sarebbe tornato, si trattava di un segno di protesta? Pensava che sarebbe tornato? Dopotutto non gli avevano tolto né la cittadinanza né il passaporto. È stato difficile per lui prendere questa decisione? È stato difficile vivere all'estero?

Andrey Tarkovsky durante le riprese del film Nostalghia, 1983.
© Sputnik . RIA Novosti
Andrey Tarkovsky durante le riprese del film "Nostalghia", 1983.

— Durante le riprese di "Nostalghia" sono sorti determinati problemi. Tra l'altro, li ha sempre avuti. Parte del film doveva essere girata in Russia, a Myasnoe, ma mio padre cominciò a capire che stavano reprimendo sempre di più la sua arte. Alla proiezione di "Nostalghia" a Cannes nel 1983 le autorità sovietiche fecero tutto il possibile perché il film non ricevesse alcun premio. E il caso arrivò in tribunale. Fu una situazione assai spiacevole. Il regista Sergey Bondarchuk era membro della giuria. E mio padre non capiva perché un sovietico si impegnasse a tal punto per non premiare un russo. Questo lo offese moltissimo. Chiese che gli venissero concessi tre anni per girare tre film che in Russia non avrebbe potuto girare. Non era intenzionato a rimanere. Gli dissero che sarebbe dovuto tornare in URSS per discuterne in loco. Ma mio padre capì che, se fosse tornato, non l'avrebbero più lasciato partire. Fu costretto a tenere quella conferenza stampa.

Sì, non gli tolsero la cittadinanza. Ma lui fece una scelta. Per lui fu estremamente doloroso essere privato della sua Russia perché le era molto legato. Si avverò la profezia del film "Nostalghia" in cui l'eroe non ritorna. Non riuscì a girare "Sacrificio", a proiettare "Boris Godunov". Aveva molti progetti ("La vita di Sant'Antonio", "Amleto"), ma non riuscì a portarli a termine.

Sfortunatamente, ci si è dimenticati di cosa fossero il periodo sovietico, l'epoca di Brezhnev, la censura, le pressioni sugli artisti e le morti delle persone.

— Può raccontare il primo ricordo che ha di suo padre?

— Uno dei miei primi ricordi riguarda il film "Lo specchio". Ero presente alle riprese, avevo 2 anni e mezzo. Ricordo la scena dell'incendio. Ero spaventato dall'elicottero. Nella scena in cui Solonitsyn (l'attore Anatoly) se ne va, il vento era fortissimo per via dell'elicottero. Da un lato, l'elicottero mi piaceva, ma allo stesso tempo non osavo avvicinarmici. Mio padre mi portava alle riprese, negli studi di Mosfilm perché mi piaceva molto. Mio padre era un uomo affettuoso e gentile, avevamo un bellissimo rapporto. Era molto attaccato a me e io a lui.

— Com'è stato il vostro ultimo incontro?

— Un autunno partì per Parigi per curarsi, mentre io rimasi in Italia perché dovevo andare a scuola. Un mese dopo morì (il 29 dicembre 1989 a Parigi, NdR). Prima che partisse, eravamo andati in vacanza al mare a Cala Piccola a casa in un amico di papà, il produttore Pio de Berti Gambini. Il Monte Argentario in Toscana è una bellissima zona. Fu l'ultimo luogo dove ci siamo visti. Dopo andai a Parigi ma per i suoi funerali.

— Suo padre ha scritto o ha parlato della differenza di approccio alle riprese in URSS e in Occidente? O della differenza degli attori, ad esempio.

— All'estero la produzione era diversa rispetto all'URSS. Lì tutto era in mano ai produttori e si cercava di risparmiare. Ma l'approccio alle riprese e il lavoro in scena non sono cambiati nel tempo. Lui formava un'équipe. In Russia erano persone di fiducia scelte negli anni. Qui più o meno funziona allo stesso modo. Sebbene abbia girato un solo film in Italia, non ebbe difficoltà. In Svezia fu più difficile perché lì il sistema funziona diversamente. Ma lui era molto aperto e si rivolgeva in modo umano ad ogni membro dell'équipe, non si sentiva un maestro. Questo rapporto onesto, aperto e diretto con le persone gli permise di creare l'atmosfera necessaria per le riprese. Le difficoltà possono sorgere ovunque, che sia in Russia o altrove.

— È vero che Tarkovsky dopo qualche tempo fu molto critico riguardo alla "Infanzia di Ivan"? (Il film ricevette il Leone d'oro al Festival del cinema di Venezia nel 1962, NdR)

— Non parlava mai bene delle sue opere. Così scrive nei suoi diari: tutti dicono che i miei film sono meravigliosi, ma forse sono solo poco più bravo dei miei colleghi in patria, e in generale non è niente di che. Ha scritto: ho rivisto "Rublev" ed è pieno di errori. Un capolavoro del cinema mondiale, fra i 100 migliori film al mondo da più di 50 anni, ma per lui c'era sempre qualcosa che non andava. Era molto critico riguardo alle sue opere e a quelle degli altri. Non sempre era apprezzato perché diceva quello che pensava in modo diretto. Questo atteggiamento gli portò moltissimi nemici fra i suoi colleghi. Ma era una persona che non scendeva a compromessi.

Andrey Tarkovsky junior.
© Sputnik . Vladimir Vyatkin
Andrey Tarkovsky junior.

— Lei ha un carattere simile a suo padre?

— Cerco di non scendere a compromessi, ma il mio lavoro non mi permette un ampio margine di manovra nelle mie decisioni. Lui aveva una situazione diversa, era costretto a lottare ogni giorno per le sue opere. Ma diceva che qualsiasi artista oggi deve fare la gavetta. Una delle caratteristiche dei grandi artisti è la capacità di dimostrare la propria arte indipendentemente da tutto. E che film ha girato nell'URSS! È impressionante. Come si poteva girare "Andrey Rublev" negli anni 60? E "Solaris", "Stalker"… Ogni suo film è un miracolo. E dice tanto del suo carattere. A molti nell'URSS hanno tarpato le ali. Lui non si è arreso.

— Condivide l'idea secondo cui Tarkovsky è più popolare all'estero che in Russia?

— Ha sempre avuto e sempre avrà un proprio tipo di spettatore. Il rapporto con i suoi film, le impressioni e le opinioni su di essi sono ovunque le stesse. Le emozioni di quelle persone che vedono per la prima volta un film di Tarkovsky all'estero sono esattamente le stesse di quelle dei russi. È una cosa sorprendente. Mio padre andava a toccare alcune corde dell'anima che sono universali, parlava con le persone e le persone sono uguali ovunque.

Ma diceva sempre di essere un artista russo e, proprio perché russo, gli altri lo capivano. Diceva che, se avesse lavorato come gli occidentali, come i registi italiani ad esempio, non sarebbe riuscito a fare quello che gli veniva meglio e sarebbe stato un disastro. Diceva: ok, girerò i miei film in Italia, in Svezia, all'estero, ma li girerò come un artista russo.

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