13:42 18 Novembre 2018
La bandiera di Siria

Giornalista siriana: ”sono la prima corrispondente di guerra donna in Siria”

© REUTERS / Omar Sanadiki
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"Sono stata la prima giornalista siriana a indossare un giubbotto antiproiettile ed un elmetto, e ad essere fatta prigioniera. Inoltre, sono stata uno dei primi giornalisti siriani a restare feriti", afferma Yara Saleh.

La trendaduenne Yara Saleh, conduttrice del canale televisivo di stato Al-Ikhbariya, è arrivata nella zona militare 8 mesi dopo lo scoppio del conflitto nel marzo 2011 e ha accompagnato le forze governative per due anni e mezzo.

Rispondendo al perché ha scelto una professione così insolita per una donna del Medio Oriente, Yara ha detto che in un primo momento lei e la sua defunta collega e amica Yara Abbas non avevano pensato seriamente a al vero significato del corrispondente militare. Come giornalisti, dovevano occuparsi di documentare l'ingresso delle truppe siriane nelle città, accompagnare gli osservatori arabi e portare ai siriani e al mondo la testimonianza dei residenti locali nelle aree catturate da gruppi armati. Yara non li definisce altro che "terroristi".

"La guerra ha preso slancio, le truppe hanno preso d'assalto la città, e c'era molta disinformazione sulla situazione nei territori che controllavano. L'esercito veniva costantentemente accusato di furti, distruzioni, violenza e omicidio. Ogni volta era colpevole l'esercito siriano, mentre la vittima era sempre un civile. E poi abbiamo iniziato a seguire l'esercito per documentare la sua entrata in ogni città, in modo che fin dall'inizio ci fosse una trasmissione in diretta sul posto. All'inizio, quella era la nostra missione. E solo dopo questo hanno iniziato a chiamarci corrispondenti di guerra. Eravamo lì per informare su cosa stava succedendo", spiega Yara.

Solo nel 2013 il mondo ha iniziato a riconoscere che, quelli che inizialmente erano rappresentati come ribelli pacifici, erano in realtà armati, dice Yara. Dal 2011, lei e la sua troupe cinematografica hanno cercato di dimostrare che gli altri belligeranti erano armati, e che quindi queste armi non erano destinate alla difesa, ma all'attacco. "Le persone venivano uccise e poi gettate nel fiume Oronte. E 'stato un omicidio, dovevamo parlarne. "

Il distretto di Damasco, il nord di Deraa, Idlib e Deir-ez-Zor, così come le province di Homs, Hama e Latakia, questo è più meno l'itinerario approssimativo che abbiamo percorso in due anni e mezzo, un periodo paragonabile alla durata di servizio nell'esercito siriano. Yara e la sua troupe cinematografica sono state ripetutamente prese di mira dai gruppi armati. La giornalista dice che durante questi lunghi mesi, ha detto, ha visto la morte, distruzione e la paura dei civili nelle regioni catturate da coloro che in seguito si sarebbero chiamati Esercito Libero Siriano (FSA).

L'inferno della prigionia dell'Esercito Libero Siriano                                                        

Proprio all'Esercito Libero Siriano è legata una delle pagine peggiori del suo lavoro come corrispondente di guerra. Nell'estate del 2012, la sua troupe di 4 persone fu catturata dalla FSA nei pressi del villaggio di Al-Tall nel sobborgo occidentale di Damasco. Dopo 6 giorni, tre furono liberati e l'assistente dell'operatore fu "giustiziato con 60 proiettili".

"Il capo dei terroristi emanò un decreto religioso (fatwa), condannandoci a morte. Poi è stato ordinato loro di lasciare i giornalisti vivi per scambiarli con i terroristi, ma Hatem (assistente cameraman, montatore) era già stato ucciso", ha ricordato Yar con una voce tremante con le lacrime agli occhi.

Secondo Yara, i membri della FSA, tra cui un solo saudita, si sono interessati prima di tutto alla religione dei giornalisti. Lo spirito del takrifismo (ideologia islamista radicale, che si basa sull'accusa contro l'incredulità musulmana) si manifestava in tuttal a sua forza. "Mi hanno fatto indossare un velo. Coloro che chiedevano la libertà in Siria […] mi hanno fatto pregare. Hanno un secondo nome: Daesh, perché non sono diversi da loro".

Poi arriva la confusa storia dei sei giorni di "orrore, umiliazione, percosse e tentato stupro", le promesse di "smembramento", ma la storia finisce inevitabilmente con il ricordo della morte di Hatem.

"Vedo il suo viso di fronte ai miei occhi quando l'hanno trascinato verso la sua esecuzione", dice Yara. Secondo lei, prima che di ucciderlo, è stato chiesto al gruppo se qualcuno voleva sacrificarsi per salvarlo, e Yara si offrì volontaria. "Era un desiderio sincero, ero responsabile per il gruppo. Poi, dopo essere stati liberati, sua madre venne da me per scoprire dove fosse suo figlio, che era partito con me. È stato molto difficile".

"Per me è impensabile che un siriano uccida un altro compatriota. Ero sicuro che non fossero siriani. Ma si è scoperto che, alcuni di quei siriani avevano studiato con me (prima della guerra)", specifica Yara.

15 giorni dopo il rilascio, Yara ha ricominciato a lavorare. Ha saputo della morte della sua collega Yara Abbas, ha visto il suo compagno essere ferito da un frammento di bomba e dopo due anni e mezzo ha deciso di lasciare il lavoro di corrispondente di guerra.

"Provavo un senso di colpa per il destino dei miei colleghi. Forse a causa del mio disperato coraggio, i miei colleghi mi hanno seguita, mi sentivo in colpa. Poi mia madre mi ha chiesto di lasciare questo lavoro, era molto preoccupata per me. Ma il lavoro continua e una nuova generazione di giornalisti è venuta a sostituirci ", afferma Yara.

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giornalisti, Giornalismo, guerra, Crisi in Siria, Conflitto in Siria, Siria, Bombardamenti in Siria, Esercito della Siria, Esercito siriano libero, Siria
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