09:31 18 Ottobre 2018
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È guerra: in California ci si prepara ad aggredire la Russia. Ultimatum dell’UE

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Come riporta il New York Times lunedì nella sede di Facebook entrerà in funzione la “Camera della guerra”.

Il compito dei suoi 20 addetti (più circa altri 300 collaboratori di Facebook esterni e 20.000 persone sparse per tutto il mondo) sarà "sradicare la disinformazione e le fake news ed eliminare gli account falsi che potrebbero tentare di influenzare gli elettori prima delle elezioni negli USA, in Brasile e in altri Paesi".

Cerchiamo di capire meglio cosa vuole dire.

1. Facebook è una multinazionale americana. Ma è intenzionata a lavorare come garante della verità non solo per gli elettori statunitensi, ma anche per "altri Paesi".

2. No, questo non significa che qualcuno comincerà a chiedere ai Paesi quali criteri debba seguire la rete di Zuckerberg per bannare i fake. In Pakistan, ad esempio, Facebook ha fornito un supporto per "combattere le menzogne" durante le elezioni d'estate collaborando a stretto contatto con la commissione elettorale statale e bloccando quando necessario su richiesta del governo. Vi sono motivi per credere che per paura di essere bloccati o di perdere pubblico potrebbero "addomesticare" questo mezzo anche altri governi, compreso quello russo.

3. A proposito, l'UE già fa pressioni su Facebook su più fronti: il commissario europeo per la giustizia Vera Jourova ieri ha spiegato che Facebook ha tempo fino a fine anno per smettere di raccogliere e utilizzare i dati degli utenti in ottemperanza alla normativa europea. "Ci lavoriamo da più di due anni e sto cominciando a perdere la pazienza. Vogliamo vedere un risultato. Se non lo vedremo, imporremo delle sanzioni", ha comunicato il commissario. Solo 10 anni fa sarebbe stato impensabile sentire una simile arringa da parte di un eurofunzionario ceco.

Insomma, il futuro dei social network sarà estremamente inquieto.

In primo luogo, o cominceranno ad osservare le normative di tutti i Paesi che avanzeranno pretese sui loro statuti o saranno costretti a perdere la speranza di legare l'intero mondo a un unico standard (il loro). E, dunque, cominceranno a proporre vari contratti di utenza ai cittadini dei vari Paesi. Ad esempio, alcuni ucraini potranno essere spiati tramite il monitor, mentre tutti i dati dei tedeschi dovranno essere cancellati.

In secondo luogo, è altamente probabile che i social network saranno costretti de facto a "proteggere" vari Paesi da reciproche ingerenze. Dunque, in un ufficio di Facebook, ad esempio, si impegneranno a difendere i sauditi dalla propaganda sionista e allo stesso modo gli israeliani da quella islamista. Se per caso l'ufficio russo del social network americano cominciasse a combattere le ingerenze dell'amministrazione statunitense nella politica russa, si verrebbe a creare una situazione divertente. Ma la logica degli eventi ci porta a non escludere completamente una tale possibilità.

E proprio qui c'è il trucco. I social media per come li conosciamo sono stati creati per un secolo "unipolare" in un mondo unipolare. Linkedin nel 2002, Facebook nel 2004, Twitter nel 2006 e Instagram nel 2010.

Era un periodo in cui internet non era ancora stato assoggettato alla legge. E contemporaneamente un periodo in cui il futuro del pianeta non suscitava grandi preoccupazioni: si prospettava la supremazia di un'unica grande nazione occidentale. E questa supremazia era totalizzante: forze aeronautiche, film di Hollywood, etichette discografiche di Los Angeles e New York, social media della Silicon Valley. Il mondo aveva un'unica scelta: cedere alle regole o farlo dopo.

Ma le cose sono cambiate e anche in modo incredibilmente veloce. Inizialmente entra in crisi il mondo descritto da Fukuyama: nel mondo, oltre agli USA, vengono a galla altre nazioni.

Poi tra le due metà del mondo occidentale qualcosa si guasta e l'Europa è pronta a sbarazzarsi del dollaro. E infine le élite politiche capiscono che internet è una risorsa per la quale si può e si deve combattere.

Ora l'assetto iniziale dei social network non è al passo con le reali richieste dei governi i quali con il tempo saranno sempre più avidi di sovranità sui propri canali di informazione.

Ma questo non è tutto. Per noi la cosa più interessante è un'altra.

I media russi nell'ultimo periodo stanno denunciando la politica mediatica occidentale. Noi credevamo che gli occidentali difendessero la libertà e la democrazia. Ma ora sappiamo per certo che erano solo ipocriti. Nascondendosi sotto la lotta alle fake news e alle ingerenze esterne, introducevano una censura diretta e intralciavano la libertà di espressione di coloro che non piacevano ai loro capi. E portano ancora avanti una guerra mediatica ormai allo scoperto contro la Russia.

Dunque, si ritiene che nella cosiddetta "guerra contro la Russia" gli hacker di Putin, gli Skripal avvelenati e i gay torturati non siano il motivo principale della campagna stessa. La ragione, invece, di questa guerra mediatica sarebbe interna e riguarderebbe tutti i Paesi avanzati, cioè la volontà di controllare i media nazionali.

Questo perché, va ribadito, ora i vari Paesi hanno capito che le visualizzazioni, i "mi piace" e la condivisione di post sono un vero e proprio capitale con il quale si possono comprare le persone. In pratica la situazione attuale è una specie di unione tra anarchia e occupazione: in patria c'è la zecca di Stato, ma l'emissione vera e propria del "denaro" si fa all'estero. 

E le varie nazioni nel frattempo si stanno affrettando a costruire dei confini su internet all'interno dei quali opprimere l'anarchia. E poiché dire direttamente ai cittadini che la libertà è finita non è possibile, si dice loro invece che è giunto il momento di difendere la loro libertà mediatica. Da chi? Be' dai russi. Per questo, è stata introdotta la polizia per il controllo della libertà.

Dunque, prendersela con l'Occidente non avrebbe alcun senso. Alla fine sono riusciti a imparare. 

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Tags:
social network, censura, Ingerenze, dollaro, Instagram, Twitter, Facebook, Russia, USA
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