20:05 16 Agosto 2018
La bandiera americana

L’America si è isolata del tutto. Gas russo in Cina e atomica cinese in Turchia

CC BY 2.0 / Dave Parker / Blue Sky
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Come comunicato ieri dalla Direzione doganale generale della Repubblica Popolare Cinese, il fatturato delle operazioni commerciali tra Russia e Cina per il primo semestre di quest’anno è cresciuto del 25,8% annuo e ha raggiunto quota 58,53 miliardi di dollari.

Il che è particolarmente curioso. I funzionari e gli esperti cinesi, sempre attenti a mantenere un "equilibrio commerciale", ora osservano con estrema condiscendenza l'aumento del fatturato ignorando il saldo commerciale. Ma su questo ci sono alcune cose da dire.

Il volume di esportazioni dalla Cina in Russia solo nel periodo considerato è aumentato del 16,6% e si è attestato a 26,9 miliardi di dollari. Le importazioni, invece, di prodotti e servizi russi in Cina sono cresciute del 34,9% raggiungendo i 31,45 miliardi di dollari. E, lo ripetiamo, i cinesi sono piuttosto sensibili a questo proposito. Ma tale "inversione di tendenza" sembra non preoccuparli affatto, il che, dal punto di vista dei mercati globali, è piuttosto strano.

In realtà una spiegazione c'è.

La cancelliera della Germania Angela Merkel parla al presidente statunitense Donald Trump durante il summit del G7.
© AP Photo / Jesco Denzel/German Federal Government
Ma prima vediamo la portata di questi cambiamenti. Il fatturato delle operazioni sino-russe al 2016, ad esempio, è cresciuto a ritmi simili a quelli del PIL russo, cioè 2,2% all'anno, e ha raggiunto i 69,52 miliardi di dollari USA. Ma già nel 2017 questo valore ha subito un'impennata del 20,8% (più di un quinto: si tratta di cifre molto alte) totalizzando 84,07 miliardi di dollari. E nel 2018 si prevede il superamento della soglia dei 100 miliardi. Chiaramente siamo lontani dai 600 miliardi di dollari delle operazioni tra USA e Cina, ma si tratta comunque di una cifra estremamente significativa.

E in questo calcolo, va detto, ancora non sono stati inclusi i maggiori progetti strategici di fondamentale importanza sia per la Russia sia per la Cina: né il gasdotto Forza della Siberia, né la rotta Passaggio a Nord-Est, né il corridoio di transito del Kazakhstan con la sua autostrada ad alta velocità in previsione. E il completamento logistico del corridoio ferroviario trans-eurasiatico (Ferrovia Bajkal-Amur, Transiberiana) è appena cominciato.

Nel frattempo, come comunicato dall'agenzia Reuters con riferimento ai dati delle statistiche nautiche, le forniture di gas naturale liquefatto (GNL) dagli USA in Cina già a luglio di quest'anno sono scese ai loro livelli minimi per il 2018, ovvero 130.000 tonnellate. Si noti che già a maggio gli USA esportavano in Cina circa 400.000 tonnellate di GNL e a marzo 445.000 tonnellate.

Invece con l'arrivo dell'estate altri Paesi come Australia, Indonesia, Malesia e Papua Nuova Guinea hanno incrementato le proprie forniture di GNL in Cina. Ma in questo settore la nazione più in perdita (chi l'avrebbe mai detto?!) è la Russia.

In generale, è chiaro che la diminuzione delle esportazioni di GNL dagli USA è il risultato del giro di vite alle divergenze commerciali fra i due Paesi. La Cina ha interpretato l'acquisto di gas di scisto americano come una concessione a Trump, come un gesto di buona volontà.

Questo gesto, però, non è stato apprezzato dagli USA.

E adesso, secondo i trader che hanno espresso la loro opinione tramite Reuters, la Cina sta cercando in ogni modo fonti alternative per coprire il suo fabbisogno.

Ed è del tutto comprensibile che le cerchi non fra i suoi concorrenti a livello globale, ma fra i suoi vicini a livello continentale.

Ma non è tutto. Ora passiamo alla Turchia, anch'essa con una interessante notizia.

Come ha dichiarato Fatih Donmez, ministro turco dell'energia e delle risorse naturali, la Turchia ha in previsione di costruire una terza centrale nucleare (oltre a quella di Sinope e a quella di Akkuyu finanziata dai russi) nel nord-ovest del Paese.

E a costruirla non saranno i russi, ma i cinesi.

Questa decisione è chiaramente politica. E sembra che sia stata presa in maniera più o meno definitiva durante le trattative che il presidente turco Tayyip Erdogan e il presidente cinese Xi Jinping hanno condotto durante il decimo vertice BRICS a Johannesburg. Gli stessi BRICS fra i quali la Turchia anela a rientrare.

Ed è altamente improbabile che il signor Erdogan e il compagno Xi abbiano preso una decisione del genere all'insaputa del collega russo.

Cosa ci fa capire questo?

Considerate la realizzazione dei progetti nucleari russo (centrale di Akkuyu) e cinese (centrale della Tracia) e le forniture di gas tramite il Turkish Stream e il Blue Stream (quest'ultimo costruito nell'ambito degli accordi russo-turchi del 1997 con una capacità di 15,5 miliardi di metri3), la Turchia nei fatti sta trasferendo la totalità dei suoi flussi verso la cosiddetta piattaforma energetica eurasiatica controllata dalla Russia con la partecipazione della Cina.

La Turchia, va ricordato, è un membro della NATO e ancora un alleato ufficiale dei "Paesi civilizzati occidentali" e degli USA.

Tutto ciò non è un segnale di una qualche "sensazionale nuova alleanza".

Ma è piuttosto espressione della sistematica regionalizzazione dell'economia globale e dell'eccentricità dell'attuale presidente americano. Trump e la sua politica sono solamente un catalizzatore e non la ragione degli eventi.

E, a dire il vero, la Russia e la Cina in tal senso non "creano delle mode", ma più banalmente seguono i processi (per ora solo economici) che naturalmente si verificano a livello globale.

Fra i quali vi è il crescente, di nuovo per ragioni meramente economiche, autoisolamento degli USA a livello globale.

La politica, come sempre accade nelle storie di questo genere, arriva con un leggero ritardo rispetto all'economia.

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transiberiana, NATO, BRICS, Russia, Turchia, Cina, USA
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