18:44 16 Luglio 2018
Crocifisso

Scoperta sensazionale: in Italia trovati i resti di un uomo crocifisso 2000 anni fa

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L'inizio di questa storia è abbastanza normale in Europa: nel 2006-2007 viene costruito un'oleodotto nel comune di Gavello, vicino Venezia. Durante i lavori viene stata scoperta una sepoltura solitaria. I resti vengono trasportati al laboratorio. Nel 2018, i risultati della ricerca vengono pubblicati da Archaeological and Anthropological Sciences.

Il nome dell'articolo scientifico è onesto, con un punto interrogativo alla fine: "La ricerca interdisciplinare della lesione ossea del tallone nell'Italia romana: probabile caso di crocifissione?", ma anche senza notizie di certezza assoluta la scoperta è sensazionale. Se i risultati degli scienziati sono corretti, tale scoperta sarebbe solo la seconda nella storia dell'archeologia: si tratta della tomba di un'uomo crocefisso 2000 anni fa.

Incredibile ma vero, nonostante le numerose testimonianze scritte, alcune delle quali hanno anche costituito la base per una religione mondiale, ad oggi è stato archeologicamente confermato solo un caso di morte per crocifissione.

"Il valore della nostra scoperta è che questa rappresenta il secondo ritrovamento del genere nella storia. E' ben noto che tale metodo crudele di esecuzione per lungo tempo è stato usato e perfezionato dai Romani, ma per gli archeologi è sempre stato difficile identificare le persone morte per crocifissione: le ossa rotte non si conservano facilmente e, di conseguenza, ci sono difficoltà nell'identificazione delle lesioni" ha detto in un'intervista con l'edizione italiana Estense l'antropologa Ursula Thun Ursula Thun Hohenstein, coautrice dello studio.

Una vittima di crocifissione può essere identificata da una caratteristica obbligatoria: i buchi sulle ossa dei piedi e/o dei polsi. Tuttavia, i romani spesso rimuovevano i chiodi di ferro dal corpo del condannato e le ossa eventualmente si disintegravano in piccoli frammenti e si conservavano male, rendendo difficile identificare il trauma originale.

Lo scheletro di Gavello è "fortunato": in fase di scavo, gli archeologi hanno notato la "particolare natura del trauma" sul calcagno destro. Ci sono stati altri fattori che hanno spinto gli scienziati a lunghe e costose ricerche sulla tomba in questione: sono stati trovati i frammenti delle ossa del cranio, 18 denti, frammenti di costole e vertebre, frammenti di ossa pelviche, frammenti di ossa lunghe (si è completamente conservato solo l'osso della coscia sinistra) e alcune ossa delle mani e piedi

"Nel nostro caso, nonostante le cattive condizioni dei resti, siamo stati in grado di identificare un insieme di segni che indicano una morte dolorosa, simile alla crocifissione" ha detto a Estense Emanuela Gualdi, Professore di Antropologia presso l'Università di Ferrara e co-autrice dello studio.

In altre parole, oltre alla principale "prova", un foro nel calcagno, gli anni di studi hanno trovato altri segni di conformità con i criteri di sepoltura romani per la crocifissione, tra cui il tempo, il luogo e l'identità del defunto.

Contrariamente alla credenza popolare, l'esecuzione attraverso la crocifissione non fu inventata dai Romani. Ha un'origine più antica: probabilmente assira o babilonese. La crocifissione come misura suprema della punizione passò "per eredità" da un impero a un altro. Nel VI secolo a.C. fu adottata dagli antichi persiani, nel IV secolo a.C. arrivò insieme ad altri come "bagaglio culturale" delle conquiste di Alessandro Magno e la crocifissione divenne nota nel Mediterraneo orientale. Nel III secolo a.C. i Fenici introdussero alla crocifissione i romani e questi, a loro volta, applicarono e migliorarono l'antica esecuzione fino al IV secolo d.C. dopodiché questa pratica fu bandita da Costantino il Grande, il primo imperatore cristiano.

I romani con il loro pratico modo di pensare trasformarono la crocefissione in un mezzo di tortura efficace: rallentarono il più possibile la morte del malcapitato, massimizzando allo stesso tempo il dolore. La crocefissione poteva durare dalle 6 ore ai 4 giorni. I moderni esperti di medicina legale sono giunti alla conclusione che nella versione classica la morte sopraggiungeva a causa del graduale sviluppo d'insufficienza respiratoria, in altre parole per soffocamento.

È noto che le guardie romane non potevano lasciare il luogo dell'esecuzione fino alla morte della vittima. La lunga attesa era estenuante, quindi a volte si faceva ricorso a metodi accelerati: crurifragio (si rompevano le ossa delle gambe, la tibia e/o il perone, allora la vittima non poteva più stare in piedi e moriva per soffocamento), una lancia al cuore, un forte colpo al torace, così come accendere un fuoco ai piedi della croce, in questo caso la vittima moriva soffocata dal fumo.

Tracce di tale intervento (ad eccezione del fumo) dovrebbero essere conservate sulle ossa della vittima, sono state anche cercate sullo scheletro di Gavello.

Un altro dettaglio importante: il ritratto sociale del crocifisso sulla croce. Nel mondo romano, tale punizione veniva considerata vergognosa e destinata a determinate categorie di persone: schiavi o ex schiavi (liberti), ribelli, cristiani, persone che hanno commesso crimini e altri non-cittadini di Roma.

I primi studi antropologici sui resti sono stati condotti all'Università di Ferrara. L'osso del tallone è stato sottoposto ad uno studio separato presso l'Università di Siena utilizzando un potente microscopio digitale Hirox, che consente di creare modelli tridimensionali di oggetti.

"C'è un canale rettilineo di 24 mm di lunghezza si estende dalla superficie mediale dell'osso (diametro 9 mm) al laterale (diametro 6,5 mm). Tracce di pressione esterna sono presenti solo sulla superficie mediale, che può corrispondere al punto di entrata del chiodo. La presenza di una frattura ellissoidale sulla superficie interna dell'osso suggerisce che il danno è stato inflitto prima della morte e la direzione dell'impatto che va dall'interno verso la superficie esterna, creando un vuoto nel punto di ingresso" dichiarano gli esperti.

In altre parole, non era esattamente come la crocifissione viene dipinta nell'iconografia: l'uomo di Gavello non è stato trafitto davanti, ma da un lato. Il chiodo è andato a destra attraverso il calcagno dall'interno verso l'esterno, e il tipo di frattura suggerisce che il condannato era ancora in vita, e che in quel momento l'arto umano era poggiato su una superficie solida.

Tuttavia, gli autori dello studio sono i primi ad ammettere che queste conclusioni non sono né esaurienti né inequivocabili. È difficile capire come dovrebbe apparire un trauma "tipico" in una crocifissione, se c'è un solo risultato confermato di questo tipo per il confronto.

La prima e, fino a poco tempo fa, l'unica prova tangibile della crocifissione è stato trovata nel 1968 a Gerusalemme, durante lo scavo di un grande cimitero ebraico del Secondo Tempio (II secolo aC — '70 aC) vicino a Giv'at Hamivtar. È stato scoperto un ossario con le ossa di due persone: un ragazzo di 3-4 anni e un giovane uomo tra i 20 e i 24 anni.

Non c'è dubbio che l'uomo sia morto sulla croce: sorprendentemente i suoi resti si sono conservati con tutte le prove, incluso un chiodo di ferro nel calcagno. "Dopo che un chiodo lungo circa 18 cm aveva attraversato entrambe le gambe, era entrato in un tavola di legno e una croce; Qui il chiodo aveva colpito un ramoscello piegando la punta del chiodo, quindi non poteva essere rimosso dopo la morte dell'uomo" si legge nell'articolo.

"La posizione, la sezione trasversale e la direzione del canale passante coincidono solo in parte con l'altro caso noto di crocifissione. Il foro nel calcagno dello scheletro del condannato italiano è tondo, mentre nel caso della vittima di Gerusalemme è quadrato. Infatti, i romani spesso usavano chiodi con una sezione quadrata, ma l'uso di chiodi "rotondi" hanno avuto luogo, tale prova c'è nella letteratura storica" scrivono i ricercatori.

In entrambi i casi, il trauma penetrante, cioè, che passa attraverso l'osso con i punti di ingresso e di uscita, è situato sulla parte posteriore del tallone. La differenza sta nella direzione d'urto: dall'interno verso l'esterno nello scheletro di Gavello, dall'esterno verso l'interno nella vittima di Gerusalemme (secondo uno studio nel 1985).

La direzione dell'impatto è estremamente importante per determinare la posizione del corpo sulla croce. Immagini e fonti scritte danno diverse descrizioni di esecuzioni: il numero di chiodi varia da uno a quattro (le mani spesso non sono fissate con chiodi ma con corde), i piedi possono essere inchiodati separatamente (2 chiodi) o insieme da un lungo chiodo.

Secondo gli autori, il tipo di trauma sulla destra del calcagno della vittima di Gavello è coerente con le posizioni del corpo sulla croce, proposte da Nico Haas, il primo ricercatore sul ritrovamento di Gerusalemme: a) il corpo tende a destra in modo da fissare le gambe con un solo chiodo, b) le gambe sono posizione aperta, i piedi sono impilati e fissati con un chiodo all'interno.

Ma i ricercatori di Gavello non escludono una terza variante: i piedi messi dai lati opposti della croce e fissati alla trave con due chiodi trasversali dalla parte interna.

700 anni di pratica romana; decine di migliaia giustiziati sulla croce; numerose immagini e testimonianze scritte; una condanna a morte, eretta a rango di tecnologia con i suoi termini, dispositivi e sequenza di azioni, ma finora, tutta la comprensione scientifica della crocifissione romana erano basati su un singolo (già fuori portata per lo studio), insieme di ossa e di una ricostruzione antropologica e forense.

Se l'ipotesi della morte dell'uomo di Gavello verrà confermata, le sue ossa non saranno solo la seconda prova archeologica di crocifissione del mondo, ma apriranno anche nuove opportunità di ricerca. La scoperta degli studiosi italiani potrà influenzare le idee esistenti sulle modalità di crocifissione nell'Impero Romano, le convinzioni prevalenti e le superstizioni associate all'esecuzione di rituali e pratiche funebri.

Gli autori dello studio riconoscono che per il confronto e la conferma dei risultati sono necessari nuove scoperte di questo tipo, ma il lavoro svolto da loro può aiutare ulteriormente gli archeologi a "identificare" i resti dei crocifissi.

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