11:36 24 Settembre 2018
Cielo al Lago Bajkal

Il cielo è azzurro per tutti? Come i concetti condizionano la percezione del colore

© Sputnik . Vladimir Smirnov
Mondo
URL abbreviato
0 60

In alcuni popoli primitivi l’intera tavolozza dei colori era limitata a “chiaro” e “scuro” mentre gli europei oggi hanno decine di parole diverse per descrivere le più leggere sfumature del cielo o dell’erba.

La lingua influisce sulla percezione del mondo che ci circonda, confermano gli esperti. Vincolato dalle nostre categorie concettuali, il cervello umano "non vede" molte cose.

Il miele verde e le pecore viola

Vedove alla Festa dei Colori di Shashi Shekhar Kashyap (India)
© Foto : Shashi Shekhar Kashya/Stenincontest
Nel 1858 William Gladstone, politico britannico, scrittore e ricercatore di letteratura antica, si è interessato all'inusuale gamma cromatica presente nei poemi greci Iliade e Odissea: mare color porpora, cielo del color del miele, pecore viola e miele verde. Omero, poi, utilizza perlopiù i colori "nero" (170 volte) e "bianco" (100). Dunque forse i greci vedevano il mondo in bianco e nero con alcune screziature di rosso, viola, giallo e verde. Il blu invece non lo distinguevano proprio.

Lo studioso tedesco Lazarus Geiger ha dimostrato che una simile percezione cromatica è caratteristica delle antiche opere letterarie islandesi, arabe, cinesi ed ebraiche. Solamente nei testi egiziani antichi compare spesso il blu, ma gli egiziani sono un'eccezione perché sapevano creare la tinta blu.

Nelle antiche cronache russe l'aggettivo "blu" ricorre ma indica o il nero o rosso purpureo. Ad esempio il critico letterario sovietico Yuri Lotman interpreta l'espressione "occhi blu" come gli occhi iniettati di sangue di un ubriaco.

Occhi o cervello?

La mancata percezione del rosso e del verde e talvolta del giallo e del blu è definita daltonismo. La ragione principale del daltonismo è la mancanza di uno speciale pigmento nella retina. Tale mutazione è piuttosto rara. In Europa soffre di daltonismo tra il 2 e l'8% della popolazione maschile e solamente lo 0,5% della popolazione femminile. È poco probabile che la situazione fosse diversa nell'antichità.

Inoltre, come ha dimostrato il gruppo di studiosi dell'Università di Rochester negli USA, la percezione cromatica dipende non tanto dai coni (cellule dell'occhio umano che reagiscono alle onde dello spettro elettromagnetico di una determinata lunghezza e che trasmettono le informazioni al cervello), quanto piuttosto dai neuroni del cervello che elaborano i segnali ricevuti dai coni fotorecettori.

L'algoritmo alla base di questa elaborazione non è ancora stato studiato. Secondo alcune ricerche i segnali inviati dai fotorecettori vengono trasformati nella corteccia visiva situata nella zona occipitale del cervello. Vi sono evidenze riguardo al fatto che la distinzione cromatica avvenga nel lobo temporale inferiore, ovvero nella zona che garantisce il buon funzionamento dell'attività visiva (ad esempio, il riconoscimento facciale). Quindi il neurobiologo Bevil Conway del Massachusetts Institute of Technology (USA) ha scoperto nel lobo temporale dei macachi, che hanno una retina simile alla nostra, piccole cellule in grado di dedicarsi al riconoscimento delle sfumature e di creare una tavolozza cromatica sui generis

Senza le parole, niente concetti. Senza i concetti, niente parole

Legare i colori a categorie è una capacità solo umana e gli uomini lo fanno in modi tra loro diversi. Ad esempio nella lingua dei popoli indigeni del Brasile i colori giallo, verde e blu rientrano in un'unica categoria e vengono indicati con un'unica parola. Mentre in russo il blu scuro e il blu chiaro sono colori diversi. Non a caso esiste la parola "azzurro".

Gli studiosi del Massachusetts Institute of Technology e dell'Università di Stanford hanno stabilito l'esistenza di un legame tra il nome del colore in una lingua e la velocità del suo riconoscimento. Durante lo studio condotto i russofoni che partecipavano all'esperimento riconoscevano le sfumature di blu più velocemente rispetto agli anglofoni. Ma quando durante il test cromatico ai russi è stato chiesto di ricordare un numero a otto cifre, i risultati sono stati simili a quelli degli inglesi. Dunque, il colore viene riconosciuto in sezioni del cervello responsabili del linguaggio e del riconoscimento verbale, proprio quelle sezioni che si sono spente quando è stato loro chiesto di tenere a mente lunghi numeri.

Biologia alla base dello sviluppo del linguaggio

Secondo l'ipotesi dell'antropologo Brent Berlin e del linguista Paul Kay in ogni lingua umana inizialmente vi sono due categorie di colore: il nero e il bianco. Gradualmente il lessico cromatico si allarga. Ciò è dimostrato dalla pratica linguistica di quei pochi popoli che tutt'ora vivono in condizioni primitive. Ad esempio i cacciatori-raccoglitori della tribù indonesiana Dani utilizzano solo due parole: "chiaro" e "scuro". Gli abitanti dell'isola Nias (vicino a Sumatra) hanno 4 concetti cromatici: nero, bianco, rosso e giallo. Il verde, il blu e il viola sono per loro sfumature del nero. Mentre i membri della tribù di Papua Bernimo e del popolo africano Himba fanno fatica a distinguere il blu e il verde poiché nelle loro lingue questi colori rientrano in un'unica categoria.

Va aggiunto, però, che i membri di questi popoli sono stati in grado di distinguere i colori a loro prima sconosciuti dopo che sono state loro insegnate le differenze. 

Correlati:

Le prime fotografie a colori dell' Impero Russo
Sonda ExoMars-TGO scatta le prime fotografie a colori di Marte
Tags:
percezione, colore
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik