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    Il parere dell’oncologo: non fomentate la carcinofobia, ma un controllo serve a tutti

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    Un famoso oncologo bielorusso ha spiegato a Sputnik per quanti anni e, talvolta, decenni si sviluppa nel nostro organismo il tumore cancerogeno, per quale motivo le diagnosi oncologiche sono sempre di più e a cosa servono i programmi di prevenzione.

    Tutto quello che ognuno di noi deve sapere sulle patologie oncologiche è stato oggetto della discussione tra Svetlana Litskevich, corrispondente di Sputnik, e Sergej Krasny, vicedirettore responsabile dell'attività di ricerca del Centro di oncologia e radioterapia RNPC Aleksandrov, membro dell'Accademia nazionale bielorussa delle scienze, professore e dottore di ricerca in medicina.

    —  È vero che le patologie oncologiche possono essere definite la diagnosi del futuro?

    —  Sì, l'incidenza delle neoplasie maligne cresce. Alcuni parlano addirittura di epidemia. E la ragione principale è l'invecchiamento della popolazione. Meno persone muoiono di complicazioni cardiovascolari, più a lungo vivono e maggiori tumori maligni presenteranno. Nei Paesi con un'alta qualità della vita i tumori maligni sono al primo posto e superano per mortalità le patologie cardiovascolari che abbiamo già imparato a prevenire e curare. La tendenza mi pare chiara.

    Tuttavia non serve aver paura. In fin dei conti, nessuno di noi vivrà in eterno. E di cosa morirà una persona, è una questione di ordine filosofico. Penso che sia meglio morire di tumore maligno in età avanzata piuttosto che di infarto miocardico da giovani.

    —  Dall'altro lato, però, la morte "cardiaca" può essere improvvisa o, come si dice di solito, un fulmine a ciel sereno, mentre tutto ciò che è legato alle patologie oncologiche lo associamo ad un processo di lenta e straziante agonia.

    —  Non sono d'accordo. Se analizziamo la questione da un punto di vista cristiano, non c'è niente di peggio che una morte improvvisa o, come l'ha chiamata lei, "un fulmine a ciel sereno", inattesa. Una persona non riesce a salutare i propri cari, ad esprimere qualche ultimo desiderio, a chiedere perdono e, forse, a completare ciò che ha iniziato e a pentirsi delle proprie cattive azioni.

    Inoltre una morte improvvisa è un durissimo colpo per i cari del malato perché prima questi era in buona salute e d'un tratto non c'è più. Invece, quando a una persona viene diagnosticata una patologia oncologica, tutti gradualmente si abituano all'idea: sia i parenti, sia la persona stessa. Il nostro compito è semplificare la sua vita, rendere la cura dignitosa e il meno possibile dolorosa.

    —  Quali sono i tumori che più degli altri bisogna temere?

    —  Non bisogna aver paura di nulla. Lo stress non serve a nessuno. Non fomentate la carcinofobia! Semplicemente tenete sotto controllo la vostra salute, fate visite mediche regolari, sottoponetevi agli esami e agli screening indicati per la vostra fascia d'età.

    Sempre più spesso ai bielorussi viene diagnosticato il tumore della pelle, che si riesce a identificare con facilità, e nel 97-98% dei casi viene curato completamente. Per questo motivo è sconsigliato persino includerlo nelle statistiche complessive.

    Parlando invece di altri tipi di tumore, al primo posto tra gli uomini troviamo il tumore alla prostata e tra le donne quello al seno. Entrambi i tumori sono ormono-dipendenti. La loro incidenza è in crescita in tutto il mondo. Il nostro stile di vita è diventato più tranquillo, sedentario, abbiamo a disposizione più cibo e siamo più stressati. È cambiato anche il nostro rapporto con il sesso e con la procreazione. Le donne fanno meno figli, allattano più raramente, lo fanno solo per un breve periodo di tempo, ricorrono più spesso a sostanze ormonali. L'organismo femminile non funziona come dovrebbe, quindi cominciano a manifestarsi le malattie. Inoltre, di notte i bielorussi sono sempre più spesso impegnati in altre attività diverse dal sonno: ad esempio passano sempre più tempo sui social media.

    —  Quando è il momento giusto per cominciare a formulare ipotesi sulla possibilità di avere una patologia oncologica?

    —  In Bielorussia sono stati elaborati programmi speciali di screening e diagnosi precoce di alcune malattie oncologiche. In primo luogo riguardano il tumore alla prostata e al seno. Gli uomini tra i 50 e i 65 anni devono fare le analisi del sangue per rilevare il PSA (antigene prostatico specifico). Se si rilevano variazioni, è necessario procedere alla biopsia ecoguidata della prostata. Così si ha la possibilità di diagnosticare un tumore allo stadio iniziale e, dopo l'operazione e la radioterapia, ottenere una guarigione praticamente completa. Le donne tra i 50 e i 70 anni devono sottoporsi a una mammografia una volta ogni due anni. Questo permette di diagnosticare il tumore allo stadio 0 o 1 e di curarlo in modo definitivo con alte percentuali di successo. Allo screening per la prevenzione del tumore alla cervice uterina in Bielorussia si sottopongono le donne con più di 30 anni.

    —  Perché le persone con più di 65/70 anni non vengono incluse nello screening di prevenzione? Hanno meno probabilità di avere una patologia oncologica o sono considerate in misura minore rispetto al resto della popolazione?

    —  Se diagnostichiamo in pazienti anziani un tumore del diametro di mezzo centimetro, si può considerare più una sovradiagnosi che una reale minaccia. Per 20-30 anni non rappresenterà un problema, ma una simile diagnosi non farà vivere tranquillo il paziente. Vi è un parametro chiamato "storia naturale del cancro alla prostata" che indica il tempo che intercorre tra la comparsa delle prime cellule tumorali e quella dei primi sintomi della patologia (faccia attenzione, non alla morte ma alla comparsa dei primi sintomi!), ovvero 39 anni. E se il tumore è diagnosticato a 50 anni, quando il paziente ne ha 80 può manifestare seri problemi nella minzione e dolori alle ossa legati a possibili metastasi. Quindi già a 50 anni bisogna curarlo. E se un tumore microscopico viene diagnostico a 70 anni, darà segni della sua esistenza circa 30 anni dopo. Vale la pena curarlo in questo caso? Non sarà questo ad aumentare l'aspettativa di vita del paziente, ma la sua qualità durante i trattamenti può risentirne in maniera considerevole. 

    —  Di quanto l'ereditarietà aumenta il rischio di malattia?

    —  Il cancro è una patologia genetica, ma i tumori ereditari sono nel complesso circa il 7%. Un numero basso. Gli altri si manifestano in processi di mutazione che si verificano in tutto l'arco della vita. Il nostro sistema immunitario riesce a contrastarli fino a un certo punto, ma quando non ne è più in grado comincia la crescita tumorale.

    Per alcuni tipi di tumore la percentuale di incidenza ereditaria è maggiore. Questo è il caso dei tumori all'intestino crasso, al seno e alle ovaie. In questi casi l'ereditarietà raggiunge il 20%. Coloro che hanno avuto un tumore devono essere particolarmente attenti, sottoporsi obbligatoriamente agli esami e in caso di necessità prendere le adeguate misure. Ma non dobbiamo dimenticare che le cattive abitudini influiscono sullo sviluppo del cancro più dell'ereditarietà. Ad esempio, il fumo genera circa il 30% dei tumori maligni.

    —  Il mondo è cambiato quando persone famose hanno cominciato a parlare della loro esperienza nella lotta contro il cancro?

    —  Sì, senz'ombra di dubbio. Solo 20 anni fa non si poteva pronunciare la parola "cancro" e questo ha portato a grandi problemi. Oggi in più del 60% dei malati di cancro si osserva una guarigione.

    —  Ma cosa intendiamo per guarigione? Un'aspettativa di vita di altri 5 anni?

    —  No, intendiamo una completa guarigione. Il paziente sarà controllato, ma non gli verrà più diagnosticato questo tumore.

    Prima il paziente non sapeva di cosa fosse malato fino alla morte. La verità si scopriva solo dopo la morte. E allora lo venivano a sapere tutti: i parenti, i vicini, tutto il paese. In pratica nessuno vedeva i guariti, ma tutti vedevano i morti. E nelle persone si consolidava il mito che il cancro fosse incurabile.

    Ma quando la gente ha cominciato a vedere esempi di persone che vivevano a lungo e felicemente dopo il cancro, la loro opinione ha cominciato a cambiare: la gente si sottopone più volentieri ai controlli e accettano più facilmente la diagnosi. Sanno che la vita dopo il cancro può comunque essere eccellente.

    —  Prima che una persona cominci a combattere il cancro, deve fare i conti con lo shock iniziale. Questo tipo di diagnosi è sempre uno shock indipendentemente dalle conoscenze che uno ha. Perché lei ha scelto questa specializzazione?

    —  Io ero specializzato in urologia. Nel 1992 mi hanno chiamato in oncologia e non me ne sono mai pentito. È la specializzazione in assoluto più dinamica e avanzata tecnologicamente. Qui vengono condotte le ricerche più serie e si fanno importanti scoperte. Ogni cinque anni vi sono cambiamenti radicali come non succede in nessun altro settore medico oggi.

    —  Dato che una cura universale per il cancro non è ancora stata inventata, oggi in Bielorussia si punta sullo screening precoce.

    —  Prima diagnosticare un cancro allo stadio 0 o 1 era una scoperta del tutto casuale. Con l'introduzione dei programmi di screening queste diagnosi sono diventate il nostro obiettivo.

    I tumori sono malattie infide perché agli stadi iniziali non si manifestano. Quando compaiono i sintomi (spesso si tratta di perdita di peso, innalzamento della temperatura corporea, stanchezza, emorragie, repulsione verso il cibo, in particolare la carne), il tumore è già al terzo o quarto stadio, cioè quando l'obiettivo ormai è prolungare la vita del paziente e non più guarirlo.

    I programmi di screening sono rivolti a persone sane o che si ritengono tali. In Bielorussia sono attivi quattro programmi di screening: per il cancro al colon-retto, alla prostata, alla cervice uterina e al seno. Sono i tipi di cancro più diffusi fra i bielorussi.

    Lo screening per il cancro al colon-retto in Bielorussia non sta dando i risultati sperati (solo circa il 3% del gruppo target). Mentre per i tumori al seno, ad esempio, i dati sono impressionanti: la percentuale raggiunge il 20% e circa il 55% dei tumori si manifesta agli stadi 0 o 1. Le pazienti si sottopongono a operazioni non traumatiche che prevedono piccole incisioni e non a trattamenti impegnativi che prevedono l'asportazione dei linfonodi o la chemioterapia.

    Fino al 2011 si è osservata una crescita stabile della mortalità legata al cancro alla prostata del 10% all'anno, ma negli ultimi anni grazie allo screening abbiamo ottenuto una riduzione di questo valore del 2% nonostante l'incidenza del cancro alla prostata nella popolazione aumenti.

    Lo screening per il cancro alla cervice uterina, introdotto per la prima volta già negli anni '80, permette di diagnosticare patologie agli stadi iniziali e condizioni precancerose. Secondo le statistiche tutta la popolazione femminile in Bielorussia si sottopone a controlli ginecologici. Ma le statistiche e la vita sono due cose diverse. Infatti, una donna potrebbe aver fatto un controllo due volte e un'altra nemmeno una. Quindi un valore reale potrebbe corrispondere al 40-50% della popolazione femminile target. Vi è poi una categoria di donne, circa il 20% della popolazione, che sfortunatamente non si reca mai dal dottore e non si sottopone a controlli.

    —  Nei film vediamo spesso situazioni in cui il malato non vuole farsi curare, parte per Bali e lì, in un meraviglioso bungalow, passa i suoi ultimi giorni. Succede spesso che i bielorussi non vogliano farsi curare?

    —  Sì purtroppo accade spesso. Circa il 10% rifiuta subito i trattamenti. E se il tumore è al quarto stadio, è comprensibile. Ma in un anno circa 1000 pazienti hanno rifiutato le cure pur avendo tumori solo al primo o al secondo stadio! Sono casi di tumori curabili al 100%. In ogni struttura abbiamo psichiatri e psicologi che provano a convincerli a non rifiutare le cure. Si riesce a far cambiare idea a circa la metà.

    Ci sono però anche persone che si curano ricorrendo a "rimedi popolari". Nel XXI secolo è terribile sapere che alcuni si rivolgono ai guaritori, mangiano funghi velenosi, bevono cherosene. Non fanno del male solo a se stessi. Per lo Stato queste sono perdite importanti. In media curare un cancro al primo stadio costa 1000 dollari e una tale cura permette di riacquistare una totale capacità lavorativa. Curarne uno al quarto stadio, invece, ne costa 10000 all'anno e non vi è speranza di guarigione. Vi è anche un trattamento che costa circa 100000-150000 dollari all'anno. Nei Paesi con un sistema sanitario liberalizzato se il paziente rifiuta le cure al primo stadio e poi va a curarsi una volta raggiunto il quarto, possono pagargli il costo delle cure del primo stadio. Il resto verrà considerato un danneggiamento intenzionale e non verrà pagato.

    —  Lei ha detto che dal momento in cui si manifesta la prima cellula cancerosa nell'organismo fino alla comparsa del tumore passano più di 30 anni. Questo accade per tutti i tumori?

    —  No, chiaramente questo riguarda solo il cancro alla prostata. Due tumori morfologicamente identici possono comportarsi in maniera del tutto diversa: uno può svilupparsi lentamente e reagire bene alle cure, un altro può cominciare a espandersi in modo aggressivo. Dipende dalle loro mutazioni. Il cancro di alcuni organi è sempre molto aggressivo: ad esempio, il cancro al pancreas, al fegato, all'esofago, al cervello, i linfomi, i sarcomi e i melanomi.

    Ma anche in casi così cronici noi proponiamo la via delle cure e tentiamo di spiegare in modo chiaro al paziente su cosa può fare affidamento. Ogni persona ha il diritto di scegliere da sola il modo in cui trascorrere gli ultimi mesi di vita: un paio di mesi con la famiglia e i figli o anche di più ma su un letto d'ospedale. Queste difficili questioni si risolvono con un consulto tra medici, paziente e psicologo.

    Gli oncologi fanno dell'ironia quando dicono che possiamo distruggere qualsiasi tumore a qualsiasi stadio. La questione è se il paziente sopravvive. L'arte del medico consiste nell'uccidere le cellule tumorali senza danneggiare quelle sane. Non è sufficiente allungare la vita di una persona. Bisogna tener conto della sua qualità. Quindi uno dei criteri più importanti del nostro lavoro riguarda il numero di anni di vita di buona qualità che possiamo dare al paziente.

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    Tags:
    Malattie, cancro, Bielorussia
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