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    Piazza Maida a Kiev, Ucraina

    Sparate a tutti gli obiettivi in piazza Maidan: nuove testimonianze dai cecchini georgiani

    © Sputnik. Andrey Stenin
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    Il 20 febbraio 2014 in piazza Maidan a Kiev degli sconosciuti aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo 53 persone, 49 dei quali erano manifestanti e quattro membri delle forze dell’ordine. L’indagine è finita in un vicolo cieco: i criminali fino ad oggi non sono stati trovati. Un corrispondente di Sputnik si è incontrato con i presunti cecchini.

    Il 20 febbraio 2014 in piazza Maidan a Kiev degli sconosciuti aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo 53 persone, 49 dei quali erano manifestanti e quattro membri delle forze dell'ordine. I leader dell'opposizione e i rappresentanti di USA e UE accusarono momentanaemente di questo il "regime di Viktor Yanukovich". Tuttavia l'indagine è finita in un vicolo cieco: i criminali fino ad oggi non sono stati trovati. Il corrispondente di Sputnik, Andrei Veselov, si è incontrato con i presunti cecchini. Sono originari della Georgia. Affermano di aver ricevuto gli ordini dai leader di Euromaidan. Inoltre era un ordine diretto di sparare non solo ai poliziotti, ma anche agli stessi manifestanti, per far infuriare la folla e provocare una crisi politica.

    Generale Tristan Tsitelashvili, Alexander Revazishvili and Koba Nergadze
    © Sputnik. Stringer
    Generale Tristan Tsitelashvili, Alexander Revazishvili and Koba Nergadze

    Il fatto che alcuni cecchini georgiani siano stati coinvolti nelle riprese su Maidan è stato annunciato per la prima volta dal generale Tristan Tsitelashvili, ex comandante dell'unità d'élite dell'esercito georgiano Avaza. Tsitelashvili ha combattuto in Abkhazia, ha preso parte alle ostilità nell'agosto del 2008 durante la seconda guerra in Ossezia del Sud, per poi diventare un nemico personale di Mikhail Saakashvili che ha cercato di addossare la responsabilità della sua sconfitta ai militari.

    A casa di Tsitelashvili si è recata la polizia che lo ha bruscamente arrestato e durante l'azione rimase gravemente ferito il figlio di pochi anni del generale. Da Tsitelashvili richiedevano il riconoscimento di un fittizio "accordo dei generali" a causa del quale la Georgia avrebbe presumibilmente perso la campagna militare del 2008. Il generale non diede nessuna testimonianza, e da allora è nemico diretto di Saakashvili.

    "Che a Maidan ci fossero dei georgiani e che fosse stato ordinato loro di sparare apposta, lo sapevo già dal 2014, ha detto Tsitelashvili a Sputnik. Alcuni di essi erano miei sottoposti nell'esercito georgiano. Alcuni sono ancora sul territorio dell'Ucraina, prendono parte alle ostilità. Altri sono tornati. Hanno avuto paura di parlare a lungo. E hanno ancora paura di parlare! Sono testimoni inutili e possono essere semplicemente eliminati".

    "La gente ci chiamava Sonderkommando"

    Koba Nergadze, militare dell'esercito georgiano, nel 2003-2004, ha preso parte a diverse operazioni speciali nell'area di Ergeneti, situata tra la Georgia e l'Ossezia meridionale.

    "Contrastavamo il contrabbando. La regione era divisa tra contrabbandieri georgiani e osseti. A volte c'erano situazioni di conflitto, inclusi scontri diretti con le forze armate ossete. La nostra brigata ha perso 11 o 12 persone, non ricordo esattamente. La perdita totale dell'esercito georgiano fu di 45 persone" ha detto Nergadze.

    Nel 2006, si ritirò dalle unità combattenti come luogotenente e dopo un certo periodo, sotto l'egida di Mamuk Mamulashvili, si stabilì nel Servizio di sicurezza del Ministero della difesa della Georgia. Oggi Mamulashvili è il comandante della cosiddetta legione georgiana, che partecipa ai combattimenti nell'est dell'Ucraina a fianco di Kiev. "L'ho incontrato nell'esercito, al compleanno del mio amico Bezho" ha aggiunto Koba.

    "Ufficialmente eravamo la scorta di sicurezza ai meeting a Tbilisi, in modo che non ci fossero scontri tra sostenitori e oppositori di Saakashvili. In effetti, eravamo incaricati di sopprimere i raduni dell'opposizione, dovevamo monitorare l'opposizione" ammette Nergadze.

    "Nel caso di necessità, per ordine dei comandanti, i membri della nostra squadra picchiavano i leader dell'opposizione. Di norma, eseguivamo azioni simili a volto coperto. La gente ci chiamava "Sonderkommando". Di solito i membri della nostra squadra nascondevano il loro posto di lavoro e quello che facevano" dice l'ex ufficiale. Gli agenti erano divisi in "decine". Uno dei capisquadra era Nergadze. Altri noti "capisquadra" erano Georgiy Saralidze, Merab Kikabidze, David Makiashvili.

    Koba ha indicato a Sputnik alcune delle "tariffe". Così, ad esempio, per il pestaggio di un deputato dell'opposizione si ricevevano mille dollari.

    A dicembre 2013 Mamulashvili riunì in le "decine" e gli diede il compito di "andare velocemente in Ucraina in aiuto dei manifestanti". Al gruppo di Nergadze furono assegnati 10.000 dollari. Ed altri 50.000 furono promessi al ritorno. Viaggiarno con passaporti falsi. Lo stesso Nergadze aveva un passaporto intestato a Georgy Karusanidze (nato nel 1977).

    Il gruppo fu dislocato a Kiev in via Ushinsky. E loro ogni giorno, come se andassero a lavoro, andavano in piazza Maidan. "Ci diedero il compito di mantenere l'ordine, affinché non ci fossero ubriachi, mantenere la disciplina e identificate i provocatori" dice l'ufficiale. Nergadze ha festeggiato il nuovo anno nell'hotel Ucraina, già sotto il controllo dei manifestanti.

    Un altro ex militare georgiano, arrivato a Kiev nel mezzo dei disordini, è Alexander Revazishvili. Dopo aver prestato servizio nell'esercito in Georgia, è stato un attivista dell'organizzazione dei sostenitori di Saakashvili "Free Zone". Con le sue stesse parole, "si è fatto coinvolgere nelle file degli oppositori, organizzava scontri e provocazioni". L'organizzazione era guidata da Koba Khabazi, che presentò Revazishvili a Mamulashvili. Quello si interessava alla specialità militare del congedato: nell'esercito era un cecchino.

    A metà febbraio Revazishvili, Khabazi e altri quattro rappresentanti di Free Zone volarono a Kiev con un volo della compagnia Ukraine International Airlines. Furono messi sulla strada Vozduhoflotskaya, e poi furono trasferiti nel conservatorio occupato dall'opposizione.

    "Le armi le portò Sergei Pashinsky"

    "Il 14 o il 15 febbraio i più anziani del gruppo, io, Kikabidze, Makiashvili, Saralidze, gli altri non li ricordo, ci riunimmo al terzo piano dell'hotel Ucraina in una camera separata. Li c'erano Andrey Paruby (politico ucraino di estrema destra, nel periodo dei disordini a Kiev era il "comandante del Maidan", dal 2016 speaker della Verkhovna Rada) e Sergei Pashinsky (scandaloso uomo politico e uomo d'affari ucraino, deputato popolare dell'Ucraina).

    Sergei Pashinsky
    © Sputnik. Mikhail Markiv
    Sergei Pashinsky

    Paruby si mise davanti a noi disse: "dobbiamo aiutare il popolo fraterno, e presto avremo un compito" senza dare ulteriori spiegazioni. Già allora avevo visto che i manifestanti erano armati: fucili da caccia e pistole" dice Nergadze.

    All'incontro prese parte anche un certo Christopher Brian, che fu presentato come ex soldato americano.

    "La sera del 19 febbraio, Sergei Pashinsky e alcuni ragazzi sconosciuti entrarono in albergo e tornarono con grandi borse. Tirarono fuori carabine SKS, fucili d'assalto Kalashnikov calibro 7.62, un fucile SVD e una carabina sconosciuta. Pashinsky ci spiegò che le armi sarebbero state necessarie "per proteggersi", ma alla mia domanda da chi difendersi non rispose e lasciò la stanza" continua Nergadze.

    In quel momento ci fu un discorso tra Nergadze e Mamulashvili. Mamulashvili disse che "il compito principale" era di "creare caos in piazza Maidan, di usare le armi contro qualsiasi obiettivo, manifestanti e poliziotti senza fare nessuna differenza". Promise che i soldi promessi prima della partenza sarebbero stati pagati solo dopo l'esecuzione dell'"incarico".

    Secondo Revazishvili, lo stesso giorno le armi furono portate al conservatorio: "arrivò Mamulashvili e Saralidze, soprannominato Malysh e una decina di altri che non conoscevo. Mamulashvili chiese del nostro umore. Risero. Qualcuno chiese a Mamulashvili in georgiano: "Dov'è Misha?" Rispose: "Alla polvere da sparo". Quindi se ne andarono. Dopo un po' Pashinsky e alcuni altri portarono la borsa con le armi. Principalmente carabine SKS. Lo stesso Pashinsky aveva un fucile Kalashnikov con il calciolo esteso".

    Tra i presenti c'era Vladimir Parasyuk, a capo di una delle "centinaia" di Maidan, in seguito comandante della quarta compagnia del battaglione Dnepr e deputato dell'Ucraina.

    Vladimir Parasyuk toglie la bandiera russa dal Consolato generale di Russia a Leopoli
    © Sputnik. Stringer
    Vladimir Parasyuk toglie la bandiera russa dal Consolato generale di Russia a Leopoli

    "Pashinsky mi chiese di aiutare con la scelta della posizione per il tiro. Disse che di notte ci sarebbe potuto essere un assalto al conservatorio da parte delle forze speciali Berkut e che i manifestanti avrebbero potuto disperdersi " aggiunge Revazishvili.

    "Di notte, circa alle quattro o alle cinque di mattina sentii degli spari, come mi sembrò, che provenivano dal palazzo d'Ottobre. Pashinsky balzò in piedi, afferrò il walkie-talkie e iniziò a urlare per fermare il fuoco dicendo che non era ancora il momento. Gli spari si interruppero immediatamente. Verso le 7:30 del mattino (forse più tardi) Pashinsky ordinò a tutti di prepararsi ad aprire il fuoco. Spara due o tre colpi e cambia immediatamente posizione. Gli spari durarono per circa 10-15 minuti. Successivamente, ci fu ordinato di lasciare le armi e di lasciare l'edificio" dice Revazishvili.

    Dopo tornò a Maidan. Sentii che la gente era furiosa, alcuni pensavano che erano stati i membri del Berkut a sparare. Altri al contrario pensavano che il fuoco era stato aperto dai propri, dai manifestanti. "Capii che questo poteva finire male, che ero finito in una brutta storia, e che potevo essere ucciso se qui tutti lo avessero scoperto. Me ne andai, camminai lungo piazza Maidan. Quindi decisi che era ora di andare via. Prendemmo un taxi e andammo all'aeroporto" completa la storia di Revazishvili.

    "La mattina presto del 20 febbraio, più o meno alle 8, sentii degli spari provenire da parte del conservatorio. Dopo tre-quattro minuti il gruppo di Mamulashvili apri il fuoco da una finestra dal terzo piano dell'hotel Ucraina. Sparavano in coppie. Dopo gli spari si spostavano nella camera successiva e sparavano di nuovo. Quando tutto finì ci fu detto di andarcene. Lo stesso giorno, insieme a Bezho, siamo volati a Tbilisi" ha detto Nergadze.

    L'ex ufficiale dell'esercito georgiano non ha ricevuto il denaro promesso. Oggi teme una vendetta da parte degli ex "colleghi".

    Koba Nergadze e Alexander Revazishvili sono pronti a confermare le loro parole in un tribunale ucraino. A disposizione della redazione di Sputnik ci sono copie delle testimonianze ufficiali date agli avvocati Alexander Goroshinsky e Stefan Reshko, che rappresentano nella corte distrettuale di Svyatoshinsky di Kiev gli interessi degli ex membri dell'unità speciale Berkut. Sputnik possiede anche copie dei biglietti aerei che confermano l'arrivo di Nergadze e Revazishvili a Kiev durante gli eventi di piazza Maidan.

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