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Internet oggi non è solo una piattaforma per lo scambio d’informazioni, opinioni e pubblicità, ma anche un vero e proprio campo di battaglia.

Alla fine di settembre il fondatore di Wikileaks Julian Assange ha scritto su Twitter che il conflitto della Catalogna è la prima "guerra di internet":

"La prima guerra di internet al mondo è iniziata in Catalogna. La gente e il governo sono impegnati nell'organizzazione di un referendum sull'indipendenza, e l'intelligence spagnola va all'attacco, bloccando reti di telecomunicazione, censurando centinaia di siti web e protocolli internet".

Assange può essere definito un "messaggero della guerra catalana" nello spazio globale di Internet: grazie a lui un vasto pubblico ha imparato a conoscere il concetto di "guerra di internet", e ha esortato i suoi sostenitori ad aiutare a smascherare i metodi di censura della polizia spagnola. Julian ha definito il conflitto in Catalogna "il più importante nel confronto occidentale tra il popolo e lo Stato dopo la caduta del muro di Berlino, utilizzando solo le tecniche del 2017: VPN, server proxy, mirror e chat criptate alla sorveglianza on-line e di censura, i bot di propaganda e di protezione personale".

Riconosciuta l'autorità di Julian Assange e l'importanza del suo contributo alla copertura degli eventi in Catalogna, bisogna comunque dire che il conflitto tra le autorità spagnole e i sostenitori dell'indipendenza non è la prima guerra su Internet. Nell'agosto del 2008, il conflitto armato in Ossezia del Sud è stato accompagnato da uno scontro tra Russia e Georgia nello spazio digitale, che può essere descritto come la prima "guerra di internet" significativa, almeno per la Russia moderna.

Ci sono altri esempi di guerre d'informazione nell'arena politica: le "rivoluzioni colorate" in Medio Oriente, gli eventi in Ucraina, la Brexit, l'ultima elezione del presidente degli Stati Uniti. Per gli scontri nell'ambiente imprenditoriale e nelle storie politiche locali, le guerre su Internet sono diventate da tempo la norma.
Gli attuali eventi riguardo l'indipendenza catalana sono caratterizzati principalmente dall'uso di quegli strumenti digitali di lotta politica che si sono evoluti negli ultimi dieci anni più insieme allo sviluppo di Internet.

Per evitare il referendum sull'indipendenza, l'Alta Corte spagnola ha incaricato la polizia di svolgere un'operazione speciale nel Centro per le telecomunicazioni e per le tecnologie informatiche della Catalogna. Il suo obiettivo era sospendere l'insieme di programmi e applicazioni che avrebbero potuto consentire di votare, scoprire ipotetici risultati di un voto ipotetico e la comunicazione tra i diversi seggi elettorali. Questo è stato riferito ai giornalisti dal rappresentante del governo spagnolo in Catalogna Enrique Mello.

Assange afferma che durante l'operazione speciale la polizia militare spagnola ha occupato l'edificio delle telecomunicazioni a Barcellona e ha ordinato di bloccare 29 applicazioni che il governo catalano ha utilizzato per organizzare il referendum. Per questi ultimi, la corte spagnola ha inviato una richiesta a Google.

La Spagna ha bloccato i siti catalani con il dominio.cat. Così, la pagina principale del referendum, Referendum.cat, in questo momento mostra il messaggio: "Questo dominio è stato sequestrato in conformità con il mandato della Corte Suprema ed è ora sotto il suo controllo". In totale, la Spagna ha bloccato più di 140 risorse che sostenevano l'indipendenza della comunità autonoma.

La polizia spagnola ha interrogato 17 persone sullo sviluppo delle piattaforme di voto online. Secondo il portavoce della polizia, queste persone sono sospettate di "aver diffuso un sito web per partecipare ad un referendum dichiarato illegale" e anche a "aver reso più facile ricevere documenti per organizzare il referendum".

In generale, le autorità spagnole hanno usato un insieme tradizionale di metodi amministrativi per impedire le proteste. Oltre al fatto che i metodi di lavoro erano molto uniformi, le azioni avevano tutte un carattere negativo: "divieto", "chiuso", "sopprimere". Le simpatie degli osservatori esterni in tali condizioni ovviamente non andavano alla macchina "proibitiva" senz'anima dello stato.

La Catalogna ha risposto in maniera asimmetrica rivolgendosi ai valori democratici della libertà di parola., I leader catalani hanno paragonato i blocchi online della Spagna a quelli attuati in Turchia, Cina e Corea del Nord. Il rappresentante del governo regionale ha detto: "Nessun paese democratico occidentale lo ha mai fatto. Internet è un territorio libero". Questo strumento retorico ben diffuso sui social network ha ricevuto il sostegno dei leader di pensiero, anche di altri paesi.

Il presidente regionale della Catalogna ha postato un link su Twitter siti con informazioni sui luoghi di votazione il 30 settembre. Tuttavia, i messaggi sono stati cancellati dopo la comparsa di un ordine del tribunale che i siti utilizzati per la diffusione dei dati sul referendum avrebbero dovuto essere bloccati.

Le azioni della Catalogna nello spazio di internet hanno voluto attirare l'attenzione al voto e aggirare il blocco. Il partito pirata della Catalogna ha creato un mirror dei siti bloccati. Il rappresentante del partito ha detto che ritiene inaccettabile il blocco delle risorse, che "fornivano solo informazioni pratiche su dove votare". A seguito della situazione i "Pirati" si sono rivolti alla Corte Europea denunciando l'inattività della Commissione europea in relazione alla violazione della libertà di parola in Spagna.

Il fondatore di Pirate Bay, Peter Sunde ha proposto di aiutare i separatisti. Su Twitter ha scritto di poter fornire ai catalani risorse, domini gratuiti e hosting anonimi. Per aggirare i blocchi catalani gli attivisti hanno usato VPN e proxy server, all'uso dei quali ha invitato anche il presidente del governo della Catalogna, Carles Puigdemont su Twitter.

A causa del blocco dei voti online, i catalani hanno iniziato ad attrezzare edifici per il voto "offline", il che ha portato a scontri con la polizia che è giunta a sgomberare i seggi.

Sembra che il tentativo delle autorità spagnole di nascondere le informazioni sul referendum abbia portato ad una sua diffusione più ampia. Quindi, secondo gli attivisti, solo uno dei domini di voto alternativi a settembre è stato visitato da più di 700 mila persone. "Quando si chiude una porta, se ne apre un l'altra" ha aggiunto l'attivista. La scelta delle azioni asimmetriche come risposta a ogni singolo blocco ha permesso ai separatisti di contrastare con successo le iniziative delle autorità spagnole.

In realtà, i leader della Catalogna possiedono oggi la risorsa politica di maggior valore: il supporto di attivisti uniti in una rete comune via internet. Va notato che su una casa su due a Barcellona è appesa la bandiera catalana, e queste persone sostengono l'idea di indipendenza da molti anni. Gli strumenti di internet e la loro corretta applicazione ha permesso agli attivisti di scambiare informazioni, evitare blocchi e generare una propria agenda interna, che si è tradotta in una votazione "offline". Da soli, gli attivisti sarebbero stati paralizzati da misure restrittive, ma con l'infrastruttura online è stato possibile formare un capitale politico vivente, cosa che le autorità spagnole non possiedono. Questo esempio dimostra che Internet può essere un modo universale per coordinare un movimento politico.

Le autorità spagnole non hanno tentato di creare una rete di sostenitori che non voleva la separazione da Madrid, e non hanno fornito loro le infrastrutture di comunicazione. Dunque a causa di questo la Catalogna è diventata un brillante esempio del confronto tra "la macchina dello Stato senz'anima" e i cittadini "attivi". Ovviamente, le simpatie degli osservatori vanno ai cittadini. I divieti hanno creato solo un'immagine della Polizia di Stato, ma nel 2017 la politica non è solo negli uffici. Internet è diventato un campo di battaglia, protesta e spazio di manovra, così come un altro punto di riferimento nella realtà in giochi politici.

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Tags:
guerra, Indipendenza, Guerra informatica, Internet, Indipendenza della Catalogna, guerra d'informazione, Polizia, governo, Carles Puigdemont, Julian Assange, Catalogna
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