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    Un incidente tra Ayrton Senna ed una Ferrari

    Schumacher e quell'autografo atteso 14 anni

    © Foto: Williams / LAT
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    Mauro Lauretano
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    Ricordo ancora bene quel primo maggio del 1994. Eravamo a festeggiare in campagna, da mio zio Remo. Una giornata tutto sommato allegra, nonostante non andassi molto d'accordo coi miei parenti.

    Una scampagnata segnata dalla terribile notizia appresa la sera, al telegiornale, della morte di Ayrton Senna.

    La Formula 1 in seguito non mi avrebbe più emozionato tanto come quando ero bambino, quando sedevo sul divano con mio madre a seguire le gesta di Senna, Prost, Mansell, Piquet. La morte di Ayrton segnò un po' la perdita dell'innocenza e provocò un senso di vuoto dentro di me, che in seguito solo Michael Schumacher riuscì in parte a colmare. Capiamoci, i due non avrebbero potuto essere più diversi: l'uno figlio della razionalità tedesca e l'altro prodotto del rutilante paese della samba, nonostante una vena malinconica sempre presente sul suo viso.

    Non potendo avere l'autografo di Ayrton decisi di avere quello di Schumi, che era passato in Ferrari. Un'impresa titanica, vista l'inavvicinabilità e il carattere schivo del personaggio, che comunque mi si presentò la possibilità di tentare in quel 5 maggio 1996, circa due anni dopo la morte di Ayrton. Mio padre decise infatti di portarmi al Gran Premio di San Marino e già a quel punto io non ero tanto interessato alla gara, che in altri tempi mi avrebbe totalmente gasato, ma a tornare a casa con l'agognato pezzo di carta (tanti chiamano così la laurea, per me questa definizione vale solo per l'autografo). Sembrava impossibile e proprio per questo decisi di prenderla così: se non avessi raggiunto l'obiettivo, sarebbe stato per l'estrema difficoltà della cosa; se l'avessi centrato, avrei potuto essere fiero di me.

    ​Ovviamente non riuscii a portare a casa nessun autografo: sarebbe come pensare di andare a vedere il Real Madrid e tornare con quello di CR7. Provai a partecipare all'invasione finale accaduta subito dopo lo stop di Schumi a un passo dal traguardo ma mio padre comprensibilmente me lo impedì.

    Avrei dovuto aspettare quattordici lunghi anni prima di rifarmi, ormai diventato adulto, laureato e con un mestiere di assicuratore in grado di sostenere le mie scorribande in giro per il mondo. Fu in un contesto decisamente meno competitivo che soddisfai il mio desiderio: la partita della nazionale piloti contro il Lions Team a Cittadella, provincia di Padova.

    Mi sedetti in prossimità dell'uscita per gli spogliatoi per avere la possibilità di avvicinare i partecipanti, o meglio IL partecipante. Quando Schumacher uscì, mi sporsi dagli spalti chiamandolo e allungandogli il foglietto per l'autografo ma lui timidamente salutò soltanto.

    ​Poco male, dal momento che sapevo che, dopo la partita, i piloti si sarebbero ritrovati al ristorante Antico Brolo di Padova, dove avevo riservato un tavolo una settimana prima. Essere in possesso delle informazioni giuste e prenotare di conseguenza tavoli e stanze di alberghi è una delle costanti della vita di un cacciatore di autografi, un'arte che ho via via sempre affinato. Come quella di aspettare il momento giusto: passò molto tempo prima che i piloti e tutto lo staff si presentassero e io finsi di dover lavorare fino a tardi con il mio computer per ritardare la richiesta del conto e dover così lasciare il locale.

    Quando arrivarono, chiassosi e sorridenti come si conviene a un gruppo di sportivi che si ritrovano, fui attraversato da un fremito. Ero tentato di fiondarmi su Schumacher ma, visto che avevo aspettato quattordici anni, potevo ulteriormente temporeggiare per tentare l'assalto al momento giusto.

    Quando, con la coda dell'occhio, lo vidi uscire, mi allontanai anche io dopo poco. Lo trovai così che era al telefono. Feci finta di telefonare anche io, camminando qua e là, ovviamente sempre buttando un occhio a lui per vedere quando avrebbe smesso di parlare. Giunti al momento fatidico, mi avvicinai e gli dissi:

    "Good match today, but I still prefer you as driver than as footballer". Gli parlai in inglese perché se non aveva imparato la nostra lingua quando era alla Ferrari non vedevo come avesse potuto farlo dopo.

    "Grazie, molto gentile", mi rispose invece in italiano. Gli allungai il foglietto chiedendo l'autografo e lui scherzando disse:

    "Do you prefer the sign of the footballer or the driver?"

    L'italiano non l'aveva imparato, ma dopo anni al volante della Rossa (o forse fu qualche bicchiere di rosso bevuto a cena?) anche il suo rigore teutonico mostrò un piacevole segno di cedimento.

    Ah Schumi.

    Mentre riguardo quell' autografo, allora atteso quattordici anni, ripenso a quando me lo trovai fra le mani: rivolsi gli occhi al cielo e pensai ad Ayrton.

    Tags:
    Gran Premio F1, San Marino
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