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    Giornalista britannico paragona la reazione dei media alla liberazione di Mosul e Aleppo

    © REUTERS/ Youssef Boudlal
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    La città siriana di Aleppo e quella irachena di Mosul sono state liberate dai militanti a distanza di un paio di mesi: una di queste operazioni militari ha subito una drastica condanna dai media occidentali, l'altra elogi.

    Una simile differenza nel riportare i due eventi è un buon esempio di come funziona la propaganda nel cosiddetto "mondo libero", scrive il giornalista britannico Neil Clark in un editoriale del sito RT.

    La liberazione di Mosul dai media occidentali è stata presentata come una grande vittoria, ciò che senza dubbio, è, sottolinea Clark. Ma è sotto i nostri occhi, evidente, quanto sia solo accennato l'alto il prezzo di questa liberazione. 

    Secondo i dati del gruppo indipendente Airwars, in seguito agli attacchi aerei e di artiglieria delle forze della coalizione guidata dagli USA durante otto mesi di combattimenti, a Mosul sono morte da 900 a 1200 persone. Secondo le Nazioni Unite, più di 5000 edifici sono stati danneggiati, mentre l'80% della parte ovest di Mosul è distrutta.

    Le vittime sono state ferite alla testa da schegge e armi da fuoco mentre scavavano sotto le macerie, con il sangue agli occhi, dopo aver perso tutta la famiglia, "arrivati spesso troppo tardi, per salvarli" dice Yolanda Zhakme, portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

    ​Tutto questo contrasta con quanto diffuso in Occidente per la battaglia di Aleppo a fine del 2016. Allora, l'esercito siriano, con il sostegno della Russia, ha liberato la parte orientale della città dai miliziani, ma i media hanno condannato questa operazione irrevocabilmente. Per esempio, il 14 ottobre il canale tv Sky News ha mandato in onda quegli eventi sotto il titolo "Aleppo, la morte della città".

    Informazioni non confermate dai gruppi anti governativi come i cosiddetti "Caschi Bianchi", su come le forze siriane e russe attaccassero obiettivi civili, al contrario, sono state ampiamente diffuse dai media occidentali, che hanno permesso di parlare della "liberazione Aleppo" solo in stile maccartista, ricorda Clark. Quello che è successo realmente ad Aleppo è la liberazione dai fanatici terroristi. L'"olocausto", di cui si parlava 24 ore al giorno, non è mai accaduto. Al contrario, dopo il ritorno della città sotto il controllo delle autorità siriane, gli abitanti hanno festeggiato felici per le strade. L'ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati a giugno ha riferito che 500mila siriani nel 2017 sono tornati nelle loro case, dice Clark. 

    La battaglia per Aleppo è stata pubblicizzata così negativamente perché la città è stata liberata dai "nemici", sottolinea l'autore. Per i media occidentali il nemico "ufficiale" è la Siria, la Russia, le truppe governative libiche nel 2011 o l'esercito jugoslavo nel 1999: questi ultimi non hanno mai combattuto i terroristi, non hanno liberato città dai militanti.

    Qualsiasi cosa abbiano fatto, è sempre descritta come "genocidio" o "olocausto", loro scelgono coscientemente obiettivi civili e bombardano ospedali per divertimento, scrive Neil Clark.

    Quando i civili muoiono per mano del lato supportato dall'Occidente, come ad esempio, in Yemen, l'Arabia Saudita, i media giustificano gli eventi come  "danni collaterali o errori". Le stesse persone che erano fuori di sé per la morte dei civili in Siria, non erano troppo preoccupate per vittime simili in Iraq, conclude Clark.

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    Media, campagna mediatica, Guerra mediatica, media, Mosul, Aleppo, Siria
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