20:52 02 Dicembre 2016
    Il centro di Nimrud, a 30 km da Mosul, distrutto dall'ISIS

    La caduta di Mosul è questione di ore, i problemi del dopo di anni

    © AP Photo/ Hussein Malla
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    Mario Sommossa
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    La battaglia per Mosul cominciò lo scorso 17 ottobre e continua tuttora. Le forze della coalizione si avvicinano sempre più al cuore della città dopo aver conquistato tutti i villaggi che la circondano ed essere entrati in alcuni quartieri periferici.

    I peshmerga curdo-iracheni sono arrivati a circa 7 km dai contrafforti est e nord-est di quella che è la seconda città irachena per numero di abitanti, conquistando la parte nord e nord-est della provincia e fermandosi al villaggio di Bashiq (abitato nel passato da un gran numero di professanti la religione cristiana) il cui distretto è ora tutto sotto il loro controllo.

    A est e sud-est, aiutati dai curdi, sono avanzate anche le truppe regolari irachene, mentre a sud ovest avanzano le milizie irregolari sciite Forze di Mobilitazione Popolare. A nord ovest ci sono invece le milizie sunnite e turcomanne, aiutate dai militari turchi che hanno utilizzato anche loro aerei da combattimento in aiuto delle truppe a terra.

    L'esercito turco ha aperto, da qualche mese, una propria base militare in territorio curdo-iracheno a Bashiqa, a circa 24 km a nord est di Mosul, dove sono stanziati da cinquecento a mille soldati armati di tutto punto, con il compito ufficiale di "addestratori" per i Peshmerga curdi. La principale possibile via di fuga e di rifornimenti che collega Mosul con Raqqa è stata messa sotto controllo e il cerchio attorno alla città è così quasi completo. In aiuto degli attaccanti, agiscono, da qualche tempo, consiglieri e aerei militari americani.

    La base di Bashiqa, vicino a Mosul
    © Foto:
    La base di Bashiqa, vicino a Mosul

    Questa variegata composizione sul campo costituisce una forza certamente sufficiente per la conquista della città ma le operazioni  non vengono però accelerate per la paura di "danni collaterali"  quali un'involontaria strage di inermi abitanti.

    Questo concreto pericolo è accentuato dal rischio che i terroristi possano, volutamente, usare i civili rimasti come scudi umani.

    Nel frattempo, qualche migliaio di cittadini è riuscito a lasciare la città sotto assedio, ma esiste il pericolo che tra di loro si camuffino guerriglieri dell'ISIS fatti appositamente allontanare per consentire loro di continuare la lotta in altre zone dell'Iraq o della Siria con atti di terrorismo e con intento diversivo. E' difficile discernere, in mezzo alle persone in fuga, chi stia veramente scappando e chi invece è inviato a continuare la guerra altrove e in altri modi.

    Nonostante la caduta di Mosul possa essere una questione di giorni o di settimane, (il Presidente curdo-iracheno Barzani disse giorni fa che ci sarebbero voluti almeno tre mesi) la locale fine delle ostilità non rappresenterà l'esaurimento dei maggiori problemi. Al contrario, altri, e ancora più complicati se ne manifesteranno.

    E' proprio la multicolore realtà delle forze alleate che annuncia i conflitti che verranno.

    La presenza delle truppe turche sul territorio iracheno è già stata condannata con parole dure dal Primo ministro iracheno Al Abadi che ha perfino chiesto (in realtà senza grandi risultati) all'ONU di obbligare la Turchia a ritirarsi. Il suo Ministro della difesa ha anche minacciato la possibilità che, una volta sconfitto l'ISIS, le truppe irachene, per difendere la sovranità nazionale,potranno rivolgere le armi contro quelle turche, se queste non se ne andranno. I Turchi, da parte loro hanno, in un primo tempo, finto di ritirare qualche decina di militari ma, poco dopo, hanno inviato anche una divisione di carri armati al confine. In aggiunta,Erdogan ha annunciato che, qualora le milizie sciite già nella zona entrassero nella città di Tal Afar, tuttora occupata dai terroristi, Ankara sentirà il dovere di intervenire direttamente per "proteggere" la locale popolazione a prevalenza turcomanna e arabo-sunnita.

    In realtà, ciò che si gioca attorno a Mosul è una duplice partita per la Turchia: da un lato la necessità di una propria presenza militare per impedire la congiunzione geografica dei curdi di Siria con quelli iracheni, dall'altro una competizione per l'influenza regionale con l'Iran. Sullo sfondo, tutti gli stessi protagonisti che hanno fomentato i disordini in Siria fino alla guerra civile ancora in corso: qatarini, sauditi, americani, francesi, israeliani, turchi e iraniani. Naturalmente questo conflitto, per ora sotterraneo, si copre con l'alibi della difesa delle identità sunnite contrapposte a quelle sciite e ognuno invoca la futura stabilita' dell'area.

    Al fosco quadro si aggiunge il dissidio mai sopito tra i curdi iracheni e il Governo di Bagdad. Erbil, confortata dai turchi che già controllano economicamente la locale economia e che vedono nel Governo Regionale Curdo un ausilio per la loro lotta contro i curdi di casa propria, afferma per bocca del Primo Ministro Necirvan Barzani che, dopo la conquista di Mosul, si dovrà ricominciare a parlare dell'indipendenza della Regione. Per tutta risposta, Al Abadi fa sapere che, finito il conflitto, i Peshmerga dovranno abbandonare i territori conquistati e i relativi villaggi i per rientrare nei confini amministrativi precedenti.

    Il leader di Bagdad non allude soltanto ai villaggi della provincia di Ninive, ma anche al ricco suolo di Kirkuk,ricevendo in risposta la dichiarazione ufficiale curda:

    "I peshmerga non si ritireranno mai dalle aree che hanno liberato dallo Stato Islamico". 

    Al contrasto Erbil-Bagdad, e con il sicuro zampino di forze esterne, si aggiunge il conflitto interno tra il partito PDK di Massoud Barzani, l'attuale Presidente della Regione, e il PUK (più il Goran di Nashirwan Mustafa) di Jalal Talabani. Questi ultimi, in rottura da tempo con il Partito di maggioranza, hanno già minacciato di voler scavalcare  Erbil per negoziare direttamente con Bagdad in merito al contenzioso sul petrolio e hanno rivendicato per sè il controllo di Kirkuk.

    La situazione, quindi, è ben lungi dall'essere chiusa con le cadute di Mosul e, in Siria, di Raqqa. Se i problemi tecnici, politici e settari che han portato all'emergere dello Stato Islamico non saranno risolti, il gruppo o sue nuove varianti potranno rinascere, favoriti anche da conflitti più o meno armati che verranno a galla tra i membri della stessa attuale coalizione.

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    Tutti i commenti

    • msan.mr
      La Turchia vuole probabilmente "vendersi" quell'area a nord-est dell'Iraq, turcomanna, agli Ammerrecani, sempre decisi a mantenere la propria presenza nella regione, in funzione anti-Assad.

      Naturalmente Erdogan la cederà a condizioni precise con gli Ammerrecani, sul mantenimento dell'area curdo-turca nella unità del Paese ottomano!
    • francescoslossel
      dopo la dipartita del Presidente Saddam, l'Irak vede proprio un bel casino...
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