18:17 23 Novembre 2020
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Allarme terrorismo ai massimi livelli anche in Italia. Roma, simbolo della cristianità, appare nel mirino dei tagliagole, che nei video creati a regola d’arte minacciano direttamente la capitale italiana. L’unione fa la forza, nella lotta al terrorismo però sembra che tuttora ognuno vada per conto suo.

A Roma obiettivi strategici e sensibili sotto massima sorveglianza, un arresto dopo l'altro di jihadisti su territorio italiano… la situazione è estremamente delicata e alcun Paese europeo è immune da attentati terroristici. La paura c'è, quella che manca invece è una strategia efficace e comune per combattere contro il terrorismo. Un caso su tutti è la questione libica, dove nella confusione più totale gli americani iniziano i loro bombardamenti con l'appoggio delle basi di Sigonella.

Da Rio de Janeiro Renzi lancia la sfida al terrorismo, invitando a rimanere uniti e a "mantenere i valori, la cultura e la gioia di vivere, che da fastidio ai terroristi". Il Cremlino dal canto suo a più riprese ha esortato ad agire contro il terrorismo internazionale in modo congiunto con la partecipazione dell'ONU.

Mentre i Paesi europei, gli Stati Uniti e la Russia non trovano un accordo, Daesh continua a colpire. Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito Luciano Piacentini, consigliere scientifico della fondazione Icsa (Intelligence Culture and Strategic Analysis).

— Daesh nei suoi nuovi video minaccia l'Italia, Roma in particolare. L'allerta è massima e aumentano i controlli attorno agli obiettivi più sensibili. Luciano Piacentini, quali misure andrebbero adottate in primis per combattere il terrorismo islamico?

— Daesh è come un cancro, la sua base si trova fra la Siria e l'Iraq, però le metastasi si trovano in Europa, Medio Oriente e un po' da tutte le parti. Più Daesh perde territorio in Medio Oriente, come lo sta perdendo in Libia, più aumentano le metastasi in Occidente.

La misura fondamentale è la prevenzione. Questo significa anticipare e prevenire la minaccia. Vanno adottate tutte le misure di sicurezza. Come su una medaglia, su una faccia c'è la sicurezza, dall'altra l'intelligence. Il lavoro dell'intelligence deve essere sicuramente coordinato con le forze di polizia sia sul territorio italiano sia all'estero, perché alcune minacce arrivano anche da fuori.

— Recentemente è stato espulso dall'Italia un pakistano ritenuto aspirante combattente di Daesh. Arrestare tutti i sospetti se non impossibile, è quanto meno molto difficile, gli attentati in Francia ne sono una dimostrazione. È necessaria probabilmente una strategia globale per un problema che riguarda tutti i Paesi europei?

— Sicuramente sì, in particolar modo per l'Europa, che ci è vicina. Sotto questo aspetto però l'Unione europea dei 28 ha fallito, perché laddove è andato Daesh lì ha vinto, gli attentati li ha fatti. È mancato un coordinamento fra i 28 Stati, questa è la realtà purtroppo.

— L'intelligence è un tema delicato, com'è noto. È sempre più evidente però la necessità di una maggiore cooperazione, no?

— Gli Stati Uniti d'Europa tuttora non ci sono. L'intelligence è propria di un Paese, non può assolutamente essere scambiata con un altro Paese, perché gli interessi nazionali sono diversi per ogni Stato. Le informazioni si possono scambiare laddove queste siano nemmeno convergenti, ma addirittura coincidenti.

L'Unione europea è una comunità, non è uno Stato confederato, per cui questo scambio non ci può essere. Ogni Stato viaggia per conto suo.

— Le basi di Sigonella verranno concesse per i bombardamenti americani in Libia. Ora l'Italia sarà più esposta a minacce terroristiche secondo lei?

— Al di là della questione delle basi di Sigonella, l'Italia non è immune da attentati. Probabilmente dopo la concessione delle basi di Sigonella aumenteranno le minacce, ma non più di tanto.

Per quanto riguarda le azioni militari contro Daesh in Libia, bombardare serve, ma serve che qualcuno da sotto identifichi e dica agli aerei quali sono gli obiettivi. Le milizie libiche sono in grado di fare questo?

— Le azioni americane partite su richiesta di Serraj non sono state accordate con il governo di Tobruk. In questo contesto confuso il caso delle basi di Sigonella crea solo dei problemi all'Italia?

— Il caso di Sigonella non agevola sicuramente la simpatia di Daesh nei riguardi dell'Italia. Il primo ministro Renzi ha fatto di tutto per non andare in un contrasto diretto con Daesh. Questi bombardamenti creano un altro problema a noi e all'Europa secondo me. La situazione non è assolutamente chiara. Il governo di al-Serraj ha fatto la richiesta d'aiuto, ma non c'è stato alcun accordo con la parte di Tobruk e non è stato interpellato Haftar.

Gli Stati Uniti agendo in questa maniera marginalizzano sia l'Europa sia l'Italia. L'Italia dovrebbe avere il ruolo guida, ma con questi bombardamenti che dureranno almeno un mese, viene messa da parte. In Libia inoltre non c'è alcuna forza sotto l'egida dell'ONU, perché Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia non sono sotto l'egida delle Nazioni Unite.

— Il Cremlino ha definito infatti questi bombardamenti illegali. Lei è d'accordo?

— Per certi versi sì, è un tema talmente delicato che gli equilibri sono difficili. In Libia ci sono tre Paesi, Inghilterra, Stati Uniti e Francia, ciascuno è presente con forze speciali e persegue i propri interessi nazionali. Non c'è niente di strutturato, non c'è una coalizione a guida di un Paese, che dovrebbe essere l'Italia in questo caso, con tanto di comando in Italia e dove le informazioni siano condivise.

Tutto ciò dà l'idea di andare a fare una spartizione del bottino che si chiama Libia, per il petrolio nel suo territorio.

— Nella lotta contro Daesh, che è un nemico di tutti, forse è giunta l'ora di instaurare una vera cooperazione fra Europa, Stati Uniti e Russia compresa?

— Sono pienamente d'accordo. La Russia ha dimostrato le sue capacità con quello che ha fatto in Iran, Iraq e Siria. La Russia inoltre è per buona parte europea. Va instaurato un vero rapporto con la Russia.

I grandi Paesi del mondo, compresa la Russia devono discutere sui dossier internazionali seduti ad un tavolo, che sia il G8 o il G20. Nel 2011 quando la Francia ha iniziato a bombardare la Libia, è stato fatto fuori così Gheddafi. Nessuno però ha pensato a mettere qualcun altro al suo posto.

Ci ritroviamo dopo 5 anni tuttora con il caos. In quale maniera ora l'Italia farà parte di tutto questo? È un conflitto che anziché diminuire va ampliandosi. Le milizie interne e le forze esterne sono occupate dalla spartizione del bottino, allo stesso tempo viene tenuta fuori la popolazione, che è una fetta fondamentale, invece dovrebbe essere inclusa in tutto questo. Sarebbe fondamentale per la stessa lotta al terrorismo.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Terrorismo, Lotta al terrorismo, crisi in Libia, Crisi in Medio Oriente, ICSA, UE, Siria, Medio Oriente, USA, Russia, Italia, Libia
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