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09:11 22 Agosto 2019
Un soldato si protegge dalla folla dopo la golpe, Istanbul, Turchia, il 16 Luglio, 2016.

Il vero golpe in corso, un problema domestico

© REUTERS / Murad Sezer
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Alessandro Bertoldi
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In questi giorni i termini autoritarismo o totalitarismo paiono più appropriati per definire i mutamenti in corso in Turchia, l’annunciato presidenzialismo si è dissolto, infatti pare che il sultano possa ottenere molto più dopo quanto accaduto.

A questo proposito anche le similitudini con l'ascesa al potere assoluto del dittatore nazista nel 1934 non sembrano poche. È chiaro che il "modello tedesco", a cui lui ha più volte detto di fare riferimento, non possa essere un buon modello per nessun Paese democratico, libero e civile, tantomeno questo modello può essere accettato dall'Italia, dall'Europa, dalla Russia e dagli Stati Uniti che hanno lottato con ogni sforzo e con grandi sacrifici per liberare il mondo dal mostro nazionalsocialista. 

Presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan
© AP Photo / Emrah Gurel
E' altrettanto chiaro che la deriva autoritaria prima e totalitaria poi siano un pericolo per la pace nel mondo, in qualsiasi realtà esse si verifichino. Allora oggi dovremo smettere di chiederci chi ha messo in atto il mini-golpe in Turchia venerdì scorso, un tentativo ridicolo durato qualche ora, un episodio talmente insignificante che difficilmente la storia lo potrà catalogare come colpo di Stato. 

Forse non è nemmeno mai iniziato realmente come ci suggeriscono le dinamiche stesse di quella notte, una fiammata neanche troppo luminosa e rumorosa. Non abbiamo gli elementi per dire se il golpe sia stato un goffo tentativo di un ridotto numero di militari finalizzato alla presa del potere, se lo abbia organizzato il presidente turco stesso per rafforzarsi, se Erdogan ne fosse a conoscenza e abbia lasciato fare, se sia stato un tentativo di forze straniere. Forse non sapremo mai com'è andata, ma sappiamo e vediamo con preoccupazione come sta andando oggi.

Abbiamo i dati, parziali probabilmente, sul vero colpo di Stato in corso, dati che non ci fanno ben sperare. Le autorità turche per volontà del presidente hanno sospeso 30 prefetti su 81 e in tutto i dipendenti del Ministero dell'Interno sollevati dai loro incarichi sono 8.777, tra i quali vi sono 7.899 poliziotti, 614 gendarmi e 47 governatori di distretti locali.

I dipendenti pubblici, circa il 5% della popolazione turca, potranno lasciare il territorio nazionale solo previa autorizzazione dello Stato.

Oltre alle quasi 12 mila persone già sospese da polizia e magistratura, circa 1.500 dipendenti sono stati sollevati dai loro incarichi al Ministero delle Finanze, mentre i giudici e pm sospesi o in stato di arresto sono quasi 3.000, tra cui vi sono due giudici della Corte costituzionale, 10 della Corte suprema e decine di toghe del Consiglio superiore della magistratura. Sono inoltre 7.500 circa il militari, presunti golpisti, detenuti in condizioni disumane, tra i quali spiccano 30 tra generali e colonnelli. E' chiaro che dopo che Ankara ha reso noti questi dati non dovremo distogliere l'attenzione dai provvedimenti che Erdogan intende assumere per ristabilire il suo equilibrio sociale.

Non dovremo lasciarci convincere dalla propaganda che ci vuole far credere che un anziano miliardario che vive negli Usa da 30 anni ha pilotato tutto ed è, come lo ha definito il governo turco stesso, "un terrorista come Bin Laden". 

Non possiamo nemmeno credere razionalmente che Erdogan stia difendendo la sua patria, visto che sta smantellando i fondamenti costituzionali laici della stessa. Mentre i fan del presidentissimo decapitano i miliari e distruggono i simboli della cristianità, le purghe continuano e quegli irresponsabili dei media occidentali palesano che la Turchia si stia avvicinando alla Russia per trovare sponda. La Russia tace e osserva, giustamente. La Nato, di cui la Turchia fa parte, si prepara a scaricare la patata bollente a Mosca, quando in realtà il problema turco resta un nodo diplomatico che sia l'Unione europea che l'alleanza atlantica dovranno risolvere viste l'intensità di relazioni e gli stretti legami. 

Oggi dovremo vigilare su quello che sta accadendo in quel Paese in queste ore piuttosto che interessarci di cosa è accaduto venerdì, dovremo capire come e dove si ricollocherà la nazione di Ataturk dopo questa preoccupante deriva antidemocratica, nonché sempre più prossima ad abbracciare l'islamismo più radicale. Dovremo indagare sul rispetto dei diritti umani, come facciamo di solito. Dovremo tutti insieme preoccuparci del vero golpe in atto in questi giorni.

Qualcuno vuole farci credere che sta punendo i responsabili di un colpo di Stato, ma pare evidente che se i responsabili fossero così tanti il golpe sarebbe andato a buon fine.

In realtà qualcuno si sta soltanto sbarazzando di coloro nei quali non ripone piena e totale fiducia, dei suoi oppositori e preventivamente anche di chi potrebbe intralciare il suo nuovo percorso. Con la scusa e la giustificazione di ristabilire ordine e stabilità il sultano di Ankara sta smantellando lo Stato di diritto, sta eliminando la separazione dei poteri, neutralizzando gli organi costituzionali e come annunciato riformerà la Costituzione, ma "pro domo sua", rimuovendo prima gli ultimi ostacoli. Oggi il consenso nel Paese e lo "stato d'emergenza" gli hanno spianato la strada, è lui l'unica garanzia di stabilità per i turchi, ma forse se chi sa come sono andate realmente le cose venerdì scorso parlasse anche i turchi aprirebbero gli occhi. 

Come se non bastasse il presidente turco fa sapere che reintrodurrà la pena di morte se il Parlamento la varerà

"E' chiaro che non sta né in cielo né in terra di continuare un qualsiasi percorso negoziale con un Paese che reintroducesse la pena di morte, visto che tra i principi dell'Unione europea c'è ovviamente l'abolizione della pena di morte", ha affermato in proposito il Ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni.

Gli fanno eco i partner europei e gli altri membri della Nato, ai quali la Turchia risponde a stretto giro che la pena di morte è ancora in vigore in molti Paesi occidentali. I rapporti tra mondo occidentale e Turchia si stanno deteriorando ora dopo ora, lo stesso vale per i rapporti tra Turchia e Italia, ma dovranno essere le organizzazioni sovranazionali di cui Istanbul fa parte o si apprestava a fare parte, come Nato e Ue, ad esprimersi.

Sono l'Europa e la Nato ad aver in questi 10 anni legittimato e privilegiato in ogni modo la Turchia di Erdogan, senza accorgersi di che serpe in seno stava crescendo, e palesando addirittura l'ingresso del Paese nell'Unione europea.

Ora forse non ci saranno più dubbi quantomeno su questa opportunità. Magari sentendo prima gli amici russi che la Turchia la conoscono bene, in particolare in questo periodo, facendo gioco di sponda insieme come accadeva fino a pochi anni fa. Non si può usare la pena di morte come argomento per mettere all'angolo i turchi, perché come si è visto l'argomento era debole e c'era la risposta pronta, prendere posizione in maniera chiara, forte e unitaria nei confronti di Ankara se si ha paura di una deriva pericolosa è doveroso. Va fatto senza troppi giri di parole, perché il gioco si fa rischioso e come il presidente Putin e la Russia avevano compreso da tempo, denunciando i legami di Erdogan con l'Isis, la Turchia di questo sultano non è più laica, ma è soprattutto un partner inaffidabile su cui conviene riflettere. Questa settimana si aggiunge una nuova minaccia alla pace nel mondo, un altro Paese dove i prigionieri vengono picchiati e internati nelle palestre nudi come bestie,  un'altra realtà che rievoca drammi e fotogrammi che l'uomo ha già vissuto e visto oltre 70 anni fa e che non si dovrebbero rivivere mai.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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