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    Ecco perché l’America ha sempre ragione

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    Tatiana Santi
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    Mettere in discussione il modello americano e il ruolo degli Stati Uniti nel mondo oggi è tanto improbabile quanto contro corrente, perché tutti l’hanno stampato bene in mente: l’America ha sempre ragione.

    Il convegno Il problema americano
    © Foto : fornita da Tatiana Santi
    Il convegno "Il problema americano"
    Il convegno "Il problema americano", organizzato dal quotidiano online L'Intellettuale dissidente che si è tenuto il 2 aprile nel Santuario San Salvatore in Lauro a Roma, ha dimostrato invece quanto sia interessante e attuale il dibattito sull'americanismo in Europa, riflesso soprattutto nel mondo mediatico. Durante il convegno seguito da una sala gremita di gente, dove hanno partecipato il saggista francese Alain De Benoist, il giornalista Luca Giannelli e il direttore del gruppo del Corriere del Ticino Marcello Foa, si è creato un vero dibattito, che va al di là della solita visione "pro e contro" alla quale i media ci hanno abituato.

    Marcello Foa, direttore del gruppo del Corriere del Ticino, editorialista de Il Giornale.
    © Foto : fornita da Marcello Foa
    Marcello Foa, direttore del gruppo del Corriere del Ticino, editorialista de Il Giornale.
    È giunto il momento di porsi delle domande. Perché gli Stati Uniti rappresentano il faro indiscutibile che dovrebbe seguire tutto il mondo? Perché e come l'America condiziona il modo di pensare della gente in Europa, compresa l'Italia? A margine del convegno Marcello Foa, direttore del gruppo del Corriere del Ticino, editorialista de Il Giornale e autore de "Gli stregoni della notizia" ha rilasciato gentilmente un'intervista a Sputnik Italia.

    — In Italia c'è "un'invasione" americana di tipo mediatico, linguistico e culturale. Ovunque passa il messaggio che il modello americano è quello da seguire. Perché secondo lei?

    — Da un lato è un retaggio storico. Gli americani sono visti come coloro che hanno liberato l'Italia dal fascismo e soprattutto dall'occupazione nazista, perciò c'è una sorta di debito di riconoscenza. D'altro canto la rinascita economica dell'Italia dopo la guerra è dovuta al piano Marshall e, come è avvenuto in tutto l'Occidente, all'adozione di costumi e abitudini anche di consumo, che non appartenevano in origine alla tradizione italiana, che poi sono diventati correnti. È abbastanza logico che ci sia quest'influenza, rafforzata da fenomeni a mio avviso largamente sottovalutati come quello di Hollywood, che come il mondo mediatico americano hanno una capacità di persuasione sui costumi sociali sottostimata, perché si pensa che sia solo fiction.

    — L'informazione e il cinema in realtà vanno di pari passo, chi detiene il mercato cinematografico, detiene l'informazione. Che ruolo hanno i media in Italia nel mascherare o giustificare alcune scelte politiche, quando si parla di crisi siriana o ucraina per esempio?

    — I media non prendono ordini direttamente, questo non esiste fortunatamente. I media però seguono quella che è la cornice dominante. Su qualunque avvenimento internazionale l'importante è la prima impronta. Da chi proviene quest'impronta? Sulla Siria, la crisi in Ucraina, sull'aereo malese abbattuto sui cieli ucraini, sulla Libia, in tutti questi temi internazionali gli americani sono molto abili nel dare subito una cornice interpretativa: bene o male, giusto o sbagliato. La gran parte dei media, che ha bisogno di avere referenti istituzionali solidi, automaticamente si adegua. Questo fa si che si crei un conformismo. Chi esce dallo schema viene etichettato come complottista, antiamericano. Ci sono dei binari da seguire, che non sono delle costrizioni, sono dei condizionamenti impliciti, i quali sono molto più forti. È un riflesso condizionato.

    — Un esempio molto attuale è la liberazione di Palmira in Siria, che è stata possibile grazie all'esercito di Assad, l'aviazione russa e gli iraniani. Nei media non abbiamo visto tanta gioia e euforia in merito. Se fossero stati gli americani a liberare Palmira avremmo avuto tutta un'altra reazione?

    — Se fossero stati gli americani sarebbe stato uno squillo di trombe continuo. Questo dimostra come la stampa sia dipendente dalle istituzioni che reputa credibili. Tutto quello che viene dagli Stati Uniti viene enfatizzato sia direttamente che attraverso i media. Tutto quello che non ha quest'enfasi passa sotto traccia. Palmira ne è un esempio e anche certi fatti riguardanti l'ISIS. Fortunatamente rispetto al passato ci sono sempre più ampie fasce dell'opinione pubblica che non si lasciano condizionare e cominciano a porsi delle domande.

    — Perché ora l'opinione pubblica si rende conto che qualcosa non va?

    — La gente si rende conto che la narrazione non corrisponde con la realtà. Anche internet favorisce questo. Fino a qualche anno fa esisteva solo un vangelo che era la televisione e i giornali. Oggi invece televisioni, giornali, radio hanno ancora un'influenza forte sulla massa, però chi vuole informarsi in maniera autonoma o avere dei punti di vista diversi li può trovare. Sempre più gente qualificata esprime l'idea che Putin alla fine non abbia tutti i torti e sia l'unico che abbia fatto qualcosa di concreto contro l'ISIS. Qualche anno fa sarebbe stato inimmaginabile.

    — C'è l'impressione che in Italia uno debba appartenere per forza ad uno schieramento: essere filoamericano o antiamericano, Putin viene o adorato o demonizzato. Forse è giunta l'ora di essere filo italiani e riconoscere quali sono gli interessi nazionali? Interessi che non coincidono sempre con quelli americani, vedi le sanzioni antirusse..

    — Questo modo di ragionare è frutto anche della lotta culturale che il Kgb ha condotto in Italia negli anni '50 e '60. Se lei legge autori come Volkov o Kara Murza con occhio analitico ci si rende conto che la guerra di infiltrazione culturale nella scuola, nella cultura, in ambienti politici e sindacali condotta dall'allora Unione Sovietica è stata di un'efficacia notevolissima. Si usavano delle tecniche che contavano sul condizionamento implicito e l'attivazione di meccanismi automatici. Questo ha portato all'esasperazione del '68 e il post '68, dove uno poteva essere o filo comunista o anti comunista.

    Oggi è tutto diverso, perché tutti gli schemi sono saltati, oggi destra e sinistra non hanno più tanta differenza. L'identificazione manichea di che cosa è giusto e cosa sbagliato è rimasta come riflesso condizionato. La televisione ha avuto un ruolo molto importante in questo, perché se lei va in una trasmissione televisiva non le chiedono una posizione dialettica, le chiedono se lei è pro o contro e lei lo deve essere ferocemente. I giornali d'opinione estremi puntano su quest'identificazione faziosa e sul contrasto. I pochi autori indipendenti e i pensatori liberi faticano a trovare spazio sui media tradizionali. Il meccanismo di faziosità non mi sorprende.

    Secondo me l'America non sta rendendo onore alla sua storia, fa errori. La Russia in questo momento per molti versi è dalla parte della ragione, ciò non vuol dire che domani i ruoli non possano essere ribaltati.

    Bisognerebbe che le elite intellettuali abbiano autonomia di giudizio, che oggi non c'è. Vediamo anche una sorta di neutralità perbenista, che ti fa camminare sulle uova, perciò molti grandi giornali non prendono posizioni marcate, a meno che non siano scontate. In finale c'è rissa, ma non c'è dibattito.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    ISIS, Liberazione Palmira, Guerra mediatica, Vladimir Putin, Siria, Italia, USA, Russia
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