19:20 23 Luglio 2018
Il parlamento di Atene ha approvato l'accordo firmato martedì scorso tra governo ellenico e creditori internazionali sul terzo piano di salvataggio greco

Il futuro dell’UE passa dalla Grecia

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Tatiana Santi
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La partita sullo Schengen è ancora aperta e la Grecia torna sotto i riflettori. È facile scaricare la colpa su un Paese dove sono sbarcati in un anno quasi un milione di profughi. Più difficile è creare una politica d’immigrazione comune, un sistema d’asilo comune europeo, essere cioè in altre parole una vera unione.

Le divisioni in seno all'Europa sono sempre più nette, la crisi dello Schengen ha fatto riemergere infatti gli egoismi nazionali degli Stati membri. L'Unione europea sta vivendo forse la sua crisi più profonda, quando i Paesi membri si dividono in blocchi, si lanciano ultimatum in assenza di soluzioni comuni.

Angela Del Vecchio
© Foto : fornita da Angela Del Vecchio
Angela Del Vecchio
Quali sono i possibili scenari per il futuro dell'Unione europea?In attesa del vertice a Bruxelles del 18 e 19 febbraio, Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione Angela Del Vecchio, professoressa ordinaria di diritto dell'Unione europea dell'Università Luiss Guido Carli.

— Da Bruxelles è arrivato l'ultimatum alla Grecia, che avrebbe tre mesi di tempo per dare risposte concrete alla Commissione europea, sennò rischia di uscire dallo Schengen. Come commenterebbe quest'ultimatum e in generale la politica europea in merito all'immigrazione?

— Per quanto riguarda la posizione della Grecia, nel Consiglio affari generali del 16 febbraio, quello che sta preparando il vertice del 18 e 19, le notizie sono che rispetto alla Grecia c'è un'apertura importante. È emersa la volontà di dare un senso alla solidarietà, uno dei principi che dovrebbe regolare sempre i rapporti tra gli Stati membri dell'Unione europea.

Ci sono ovviamente posizioni più aspre, parlo dei "Falchi dell'Europa", i Paesi dell'Est, l'Ungheria, la Repubblica Ceca, la Polonia, la Slovacchia. L'idea emersa nei colloqui di oggi è comunque che non bisogna andare contro la Grecia, ma bisogna aiutarla a fare ciò che serve per restare nell'area di Schengen. Nel prossimo vertice, dove in agenda ci sono la Brexit, la Grecia e gli immigrati, vedremo quale sarà la posizione definitiva.

— Se la Grecia dovesse uscire dallo Schengen, che conseguenze ci potrebbero essere per l'Italia?

— Quest'ipotesi non la prendo in considerazione. La Grecia non esce da Schengen. Non è uscita nel momento della gravissima crisi economica, stavamo lì ad un passo, era questione di ore. È una crisi, quella di oggi, che verrà risolta a mio avviso.

Nel caso contrario questo non avrebbe ripercussioni solo sull'Italia, ma anche su tutti gli altri Paesi. Ci sarebbe anche la Spagna a subirne le conseguenze. Facendo parte di una comunità, quando avviene un problema, poi ne risentono tutti gli altri. Quando c'è stata la crisi della banche, quando i greci non potevano prelevare più di 60 euro al giorno, lì ho visto questo pericolo.

— Lo Schengen ha messo comunque sia in crisi l'Unione europea, che sembra giunta ad un bivio, se non si riformula il tutto c'è chi parla anche di disintegrazione. Ci sono esperti più pessimisti di lei.

— Io le ho dato una risposta sulla Grecia. Sulla crisi che sta coinvolgendo l'Europa, chi può essere così poco vigile da non accorgersene. È una crisi profondissima. Fa parte di un problema globale, perché è la conseguenza della situazione nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, che sono in guerra. La gente fugge. La nostra crisi europea è una crisi di conseguenza.

Che tutto ciò porti a mettere in luce gli egoismi nazionali è indubbio. Ognuno tende a fare il proprio interesse nazionale. È come quando brucia una città: i cittadini cercano di salvare nella propria casa, i loro famigliari e i beni, non si buttano a salvare il Colosseo. Con l'Europa è la stessa cosa, il problema però è che facciamo parte di una globalità.

— Secondo lei che scenari ci sono per l'Unione europea?

— Ci sono due scenari. Secondo il primo scenario gli europei scoprono che lavorando insieme ottengono i risultati, poi vanno superati ovviamente gli egoismi nazionali. Dovrebbero cercare una politica di asilo comune, una politica dell'immigrazione comune, una revisione degli accordi di Dublino. Serve una politica non frammentata.

C'è stato all'incontro europeo di questi giorni l'impegno a concludere entro l'attuale presidenza, cioè la presidenza olandese in corso fino al 30 giugno, un accordo politico su un corpo di polizia europeo delle frontiere.

Il secondo scenario invece è che tutto finisca in un minuto, tutta quest'opera che si è costruita in decenni potrebbe cadere per via degli egoismi nazionali. Si rialzerebbero le barriere e ogni Paese si chiuderebbe in se stesso. Tutto ciò comporterebbe una perdita economica spaventosa. Ogni Stato ha bisogno di tanti fondi e investimenti. Sarebbe la miseria. Se i 28 si siedono ad un tavolo e dicono che quest'esperienza si chiude qui, mettono la firma sul documento e questo avviene. Tutto finisce, 60 anni per costruire, un giorno per chiudere.

— Lei comunque crede nello scenario più ottimistico?

— La vita della prima Unione europea è sempre stata molto lottata e ha dovuto affrontare tante crisi. Questa è una crisi difficile, perché più siamo diventati numerosi più ci sono tradizioni storiche e politiche diverse. Se pensiamo anche ai Paesi Baltici, ovviamente questi non hanno le stesse tradizioni e la stessa cultura dei Paesi fondatori. Io credo che l'accordo si possa raggiungere, però diventa sempre più faticoso. 

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rifugiati, profughi, migranti, Trattato di Dublino III, Trattato di Schengen, Crisi dei migranti, Crisi in Grecia, UE, Grecia
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