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    Ragazze del Kurdistan iracheno

    Erdogan continua a reprimere i curdi

    © AFP 2017/ SAFIN HAMED
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    In Turchia la questione curda è tornata prepotentemente alla ribalta, con le massicce rivolte popolari sia a Diyarbakir (Amed) la capitale del Kurdistan, sia nelle altre città del Kurdistan della Turchia. E come sempre la reazione dell esercito turco è stata una violenta repressione.

    Quasi tre anni fa il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva avviato i colloqui di pace con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), formazione in lotta contro il governo di Ankara sin dal 1984, un conflitto che ha causato più di 40mila morti. Il Partito dei lavoratori del Kurdistan aveva osservato cessate il fuoco su iniziativa del leader curdo Abdullah Ocalan, detenuto nel carcere di massima sicurezza sull'isola di Imrali dal 1999, il quale ha cercato di fermare la spirale della violenza. Ocalan aveva scritto una lettera proprio dal carcere chiedendo il dialogo con il popolo turco: la lettera, datata 21 marzo 2013, cominciava con «Siamo ora giunti al punto in cui le armi devono tacere e lasciare che parlino le idee e la politica». Sembrava essere sul punto di forgiare una pace storica tra i turchi e la popolazione curda.

    Il momento sembrava perfetto. Purtroppo vi sono stati poi lo scoppio della guerra civile in Siria e la nascita del Califfato in Iraq, per cui i combattenti del Pkk si sono giustamente concentrati sulla difesa delle terre curde sia del Kurdistan Siriano (Rojava) che del Kurdistan dell'Iraq (Kurdistan del Sud), per dare una mano ai loro fratelli in balia dei terroristi dello Stato Islamico (Daesh). Sicuramente l'aiuto dato dal Pkk ai curdi di Kobane non è andato giù al governo di Ankara, in quanto veniva rafforzata l'idea di un Kurdistan Siriano libero e autonomo, ovvero di una regione libera ai loro confini. Questo è stato indubbiamente uno dei motivi dell'attacco del governo turco ai curdi, anche se alla base della dura iniziativa di Erdogan, con tanto di arresti e di bombardamenti, resta la clamorosa vittoria del Partito Democratico del Popolo (HDP) alle elezioni politiche del novembre 2015, che hanno portato per la prima volta 59 parlamentari curdi all'Assemblea turca e hanno di fatto incrementato il peso della minoranza etnica nella scena politica del paese.

    La prima conseguenza è stata che il primo ministro uscente Ahmet Davutoglu non è riuscito a formare un nuovo governo. Per togliere legittimità al partito curdo democraticamente eletto, il partito di Erdogan, l'Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) è alla ricerca di accuse: lo scopo è quello di togliere ai vari membri l'immunità parlamentare, come nel caso dello stesso leader, il 42enne Selahattin Demirtas, additato per aver avuto rapporti con il Pkk, anche se in periodo di tregua. La Turchia, paese della Nato e membro del Consiglio d'Europa, sta ora attaccando un altro paese qual è il Kurdistan dell'Iraq, ma nessuno alza un dito.

    Peshmerga curdi
    © AP Photo/ Hussein Malla
    Anche lo statuto della Nato siglato 4 aprile 1949 parla chiaro ed indica che "Le parti del presente Trattato, riaffermano la propria fede negli scopi e nei principi della Carta delle Nazioni Unite, ed il desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi, decisi a salvaguardare la libertà dei propri popoli, il proprio retaggio comune e la propria civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sul predominio del diritto". È sotto gli occhi di tutti che la Turchia non abbia assolutamente osservato questo principio. In questi ultime settimane sono state arrestate più di 2 mille persone, la maggior parte delle quali giovani accusati di attività sovversiva e antigovernativa, ma sono loro le vere vittime del processo di pace in cui avevano creduto. Ora sia l'Unione Europea sia la Nato devono fare pressioni sulla Turchia perché non si allarghi il conflitto e soprattutto perché si torni al tavolo del dialogo, unica strada percorribile per la convivenza pacifica di due popoli, quello curdo e quello turco.

    La questione curda riguarda un popolo di più di 40 milioni di persone che vive su una terra storica che si estende per più di 500.000 km quadrati. Al terzo millennio, in base a quale logica questi Paesi continuano a negare il diritto di un popolo come quello curdo così radicato nella storia e nella geografia della regione? Fino a quando si chiameranno tra di loro per mettersi d'accordo contro i Curdi?

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    Tags:
    Curdi, Lotta al terrorismo, Daesh, PKK, AKP partito, NATO, Ahmet Davutoglu, Recep Erdogan, Kurdistan, Iraq, Siria, Turchia
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