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09:28 15 Settembre 2019
Un curdo a Kobane

Mentre nella NATO finanziano i terroristi, c’è chi li combatte davvero

© AFP 2019 / BULENT KILIC
Mondo
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Di Tatiana Santi
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Kobane è il simbolo della resistenza contro i jihadisti in Siria, esattamente un anno fa la città veniva liberata dai curdi. È una vittoria costata cara, la città è tuttora distrutta, ma con le sue macerie rappresenta una testimonianza di chi la guerra ai jihadisti l’ha fatta per davvero.

Il Daesh rappresenta una minaccia per tutti, è un male da sconfiggere, allo stesso tempo però c'è chi parla ancora di "ribelli moderati", cioè combattenti di Al Qaeda o al-Nusra. Ci sono Paesi, anche membri della NATO come la Turchia, che finanziano i tagliagole comprando il loro petrolio e che facilitano il passaggio dei jihadisti verso la Siria attraverso il proprio confine.

Il libro di Karim Franceschi
© Foto : fornita da Karim Franceschi
Il libro di Karim Franceschi
Tra i combattenti che hanno liberato Kobane c'era anche Karim Franceschi, un ragazzo italiano. Nel libro "Il combattente", edito da Rizzoli, Karim ripercorre la resistenza di Kobane e le sue battaglie contro il Daesh nelle fila dello YPG, l'unità di protezione del popolo curdo. Sputnik Italia ha parlato con Karim Franceschi della sua esperienza e del ruolo della Russia nella lotta contro il Daesh.

Come ritiene Karim, l'intervento russo in Siria è importantissimo, perché "ha permesso un cambiamento. La Russia è uno di quei Paesi che sta realmente combattendo i jihadisti, ha un atteggiamento molto più chiaro su questo e combatte tutti i terroristi senza distinzioni".

— Ti sei unito ai curdi per combattere contro i jihadisti. Com'era organizzata la resistenza curda di Kobane?

— Lo YPJ e lo YPG sono le unità di protezione del popolo curdo, sono le unità difensive del Rojava. Il Rojava è nato come primo esperimento democratico in Siria. L'FSA (Esercito siriano libero) è democratico, ma il problema è che qualsiasi banda di criminali può diventare FSA. Queste unità vanno di gruppo in gruppo: puoi trovare il comandante onesto oppure il criminale. Non parliamo poi dei "ribelli moderati", fra di loro c'è al-Nusra, cioè Al Qaeda, sostenuta, amata e finanziata dalla Turchia.

Il Rojava è l'unico sistema all'interno della Siria, che non chiede l'indipendenza, ma l'autonomia, è un sistema basato sulla democrazia reale, sul femminismo in una terra dove le donne sono costrette a mettere il velo e obbedire al marito. Nel Rojava le donne possono diventare generali, sindaci. Inoltre le diverse etnie e religioni convivono: gli aziri, i cristiani, i musulmani vivono insieme, formano una coalizione che si chiama "Forze democratiche siriane".

— Che ne pensi dell'intervento russo in Siria? Possiamo dire che la lotta contro i jihadisti è diventata più massiccia dopo quest'intervento?

— L'intervento della Russia in tutto questo è importantissimo, perché la Turchia in questo momento sta finanziando l'ISIS, sta comprando il loro petrolio, abbiamo visto prove fotografiche di questo ultimamente. La Turchia ci ha minacciato di continuo, ogni tanto ci sparava contro qualche carro armato dal confine turco, specialmente vicino a Tell Abyad nel cantone di Kobane. Gli americani in tutto questo, certo, ci danno supporto a livello di bombardamenti, ma non danno armi, non danno supporto politico. La Turchia ogni volta ne combina una nuova. La coalizione non le dice niente. Intanto il Rojava è sotto embargo. La battaglia all'ISIS diventa ancora più difficile.

L'intervento della Russia ha permesso un cambiamento. La Russia è uno di quei Paesi che sta realmente combattendo i jihadisti e lo fa senza il compromesso che usano gli Stati Uniti, parlando della Turchia come di un alleato. È un'ipocrisia, perché la Turchia non è alleata, sappiamo che tutti i jihadisti passano attraverso la Turchia, la quale continua a combattere contro i curdi siriani.

La Russia ha un atteggiamento molto più chiaro su questo e combatte tutti i jihadisti senza distinzioni. Come noi nel Rojava non distinguiamo l'ISIS e al-Nusra. Noi li chiamiamo tutti "criminali".

— Il Daesh è un nemico di tutti. Vista la tua esperienza diretta, secondo te come si può sconfiggere il Daesh, bastano le bombe?

— Quando c'è stato l'attentato a Parigi a novembre ero nel Rojava, mi trovavo con un volontario francese. È stato chiaro in quel momento per noi due e per tutti: la battaglia contro l'ISIS è una battaglia di tutta l'umanità. Tutti quelli che credono nei valori umani e nella libertà sono obiettivi legittimi dell'ISIS. Non importa se ti trovi in Francia, in Italia o in Siria. La loro macchina militare è pronta a colpirti per quello in cui credi. Loro odiano la democrazia.

Come sconfiggere l'ISIS? Questi popoli si devono unire, si devono mettere da parte gli interessi geopolitici e del petrolio e bisogna combattere l'ISIS. Non bastano le bombe buttate su Raqqa, non serve mandare il proprio esercito. Noi contiamo fra Iraq e Siria 80 mila combattenti dell'ISIS. Non puoi mandare 100 mila marines a sconfiggerli, faresti il loro gioco. In questo scontro loro vogliono richiamare alle crociate.

Bisogna sostenere quei popoli in cui ci riconosciamo nel pensiero, nelle parole e nei valori. Bisogna sostenere quei popoli che credono nei valori democratici, dare loro la possibilità di sconfiggere l'ISIS. Vanno sostenuti con i bombardamenti e finanziamenti, vanno addestrati e armati, ma soprattutto sostenuti politicamente. Questo significa sanzionare la Turchia, anche se è membro della Nato.

Leggi la prima parte dell'intervista

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Tags:
jihad, jihadista, Operazione della Russia in Siria, Operazione contro combattenti curdi, Bombardamenti in Siria, Lotta al terrorismo, ISIS, YPG, YPJ, Al Nusra, Al Qaeda, Siria, Turchia
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