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    An officer gives instructions as soldiers of China's People's Liberation Army form a line during a training session for a military parade to mark the 70th anniversary of the end of World War Two, at a military base in Beijing, China, August 22, 2015

    I cinesi sono obbedienti per natura, ma se si arrabbiano..

    © REUTERS/ Damir Sagolj
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    Mario Sommossa
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    La crisi economica si fa sentire anche in Cina ed il governo centrale corre ai ripari. Lotta alla corruzione e revival nazionalista per mettere tutti d'accordo (e a tacere chi non lo è).

    Karl August Wittfogel pubblicò negli anni '50 un libro intitolato" Il dispotismo orientale". La sua tesi, che si rifaceva tra gli altri ad Aristotele, Marx e Max Weber, era che, in oriente, le grandi opere idrauliche che avevano consentito lo sviluppo delle locali civiltà erano state rese possibili grazie a locali sistemi autocratici ove un sovrano, appoggiato da una burocrazia organizzata gerarchicamente, esercitava un dominio totale arrivando a utilizzare, a suo insindacabile giudizio, premi e punizioni anche terribili.

    La sua teoria fu contestata da più parti, spesso per motivi ideologici, ma, se guardiamo a come la Cina si sia trasformata da realtà marginale nell'economia mondiale a un mercato trainante dell'economia globale, non possiamo che imputare gran parte di questo successo al potere assoluto del Partito Comunista Cinese.  Naturalmente, è stato necessario anche che le trasformazioni in atto godessero di un supporto o, almeno, di un'accettazione popolare diffusa. E' stato questo consenso, spinto dalla diffusione della ricchezza relativa, che ha permesso di contenere (e di reprimere) ogni protesta ai livelli locali dove esse avvenivano, senza che si creassero i presupposti di un dissenso organizzato a livello nazionale.

    Una delle parole d'ordine condivise durante questi ultimi anni fu che tutti sarebbero potuti diventare più ricchi e il reddito procapite medio annuo è oggettivamente passato da meno di mille euro a testa a oltre i settemila attuali. E' evidente che, come per il pollo di Trilussa, anche in Cina il dato medio non nega l'enorme divario tra i ricchi ultramiliardari e i numerosissimi poveri che stentano a tirare sera ma è indubbio che sia nata anche un'importante classe media, che oggi rappresenta una grossa fetta della popolazione.

    L'economia cinese si è sviluppata velocissimamente grazie ad una produzione focalizzata sulle esportazioni aiutate da un credito facile, sia elargito da enti istituzionali statali, sia da finanziatori privati, spesso, questi ultimi, ai margini della legge.  Fino a che l'economia mondiale ha assorbito, famelica, i prodotti cinesi a basso prezzo e povero contenuto di tecnologia, il meccanismo ha funzionato e l'ingente boom edilizio ne è stato la dimostrazione. I tassi di crescita annuale sono arrivati al 10% e le città cinesi si sono ingrandite a dismisura. Tuttavia, nel momento in cui i mercati esteri hanno cominciato a ridurre la domanda, il sistema ha mostrato le proprie crepe. Oggi è noto che molti dei crediti elargiti, pubblici e privati, sono oramai inesigibili, aprendo alla possibilità di crack multipli. Altrettanto puo' accadere al mondo delle costruzioni, perché l'assorbimento dei nuovi edifici da parte del mercato è diventato sempre più problematico.


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    A questo punto arriviamo alla situazione in cui "il gatto si morde la coda": l'economia frena e causa una frustrazione alle aspettative dei molti, il consenso verso il potere centrale diminuisce, le proteste aumentano di numero e intensità (si parla gia' di almeno 500 manifestazioni ogni giorno, sparpagliate nell'immenso territorio cinese), i poteri locali sono sempre meno disponibili ad accettare ordini dal centro e, conseguenza di tutto ciò, il "dispotismo " diventa sempre più debole, aumentando il rischio che gli scontenti trovino tra loro quel coordinamento che fino a ora era mancato e aveva impedito che diventasse un vero pericolo per il regime.

    Nonostante Aristotele scrivesse nel suo libro " Politica" che (cito a memoria): "Gli asiatici sono per loro natura servili e obbedienti", la cresciuta abitudine al consumismo, e l'invito, subito accolto, alla caduta del comunismo a "perseguire la propria ricchezza" hanno reso il cinese sempre meno "confuciano" e sempre di più "figlio del capitalismo".

    Il Governo, da tempo, ha cercato di riconvertire l'economia del Paese espandendo le produzioni ad alto valore aggiunto e favorendo lo sviluppo del settore dei servizi spingendo, contemporaneamente, la domanda domestica. Purtroppo, tale riconversione richiede un potere forte e saldamente concentrato in poche mani oltre a un certo periodo di tempo per imporre nuove regole e metodi. Nell'attesa, il Partito Comunista ha cominciato a sperimentare il diffondersi del malcontento e una crisi di legittimazione.

    Di fronte al rischio di un collasso del potere del Partito e del sistema, XI Jinping, leader maximo, ha deciso di puntare su due obiettivi: confermare il proprio potere nel centro e sulle periferie e creare un collante nella popolazione che permetta di ottimizzare il massimo del consenso possibile.

    Per raggiungere il primo scopo ha inaugurata una campagna di lotta alla corruzione lanciata e perseguita con gran squillare di trombe e condanne esemplari. Per ottenere il secondo ha cercato e cerca di implementare i sentimenti nazionalistici enfatizzando la non subordinazione all'ordine mondiale guidato dagli USA, favorendo la storica contrapposizione contro il Giappone e denunciando presunte violazioni straniere nei mari e nelle isole rivendicate come "cinesi".

    Una delle isole al centro della disputa tra Cina e Giappone nell'arcipelabio Senkaku (in giapponese) e Diaoyu (in cinese).
    © AP Photo/ Xinhua, File
    Una delle isole al centro della disputa tra Cina e Giappone nell'arcipelabio Senkaku (in giapponese) e Diaoyu (in cinese).

    La campagna anti corruzione, di per se molto popolare, è affidata al molto politico ente: Commissione Centrale per l'Ispezione Disciplinare (CCDI) che ha cominciato a svolgere il suo lavoro con l'estromissione, seguita dal processo e dalla condanna, di Bo Xilai, un temuto concorrente alla nomina a segretario del Partito. Ha proseguito poi ad ampio raggio in tutte le province cinesi e conta di terminare il proprio lavoro prima del XIX congresso del Partito che si terrà nel 2017. Le ispezioni in corso, non a caso, sono e saranno focalizzate, su quelle realtà ove operano personaggi non particolarmente graditi al Presidente e, di là delle magagne che saranno riscontrate, serviranno anche a eliminare concorrenti scomodi per l'elezione nei posti che si renderanno vacanti nel Comitato Centrale e nel Politburo. Solo in quest'ultimo organismo, nel suo Comitato Ristretto, si renderanno liberi cinque posti su sette e mettervi persone di sicura fiducia è indispensabile a Xi per concentrare sempre  più su se stesso il potere e mettersi al sicuro da contestazioni interne. Anche la riluttanza di alcune province ad applicare gli ordini della Capitale viene ridimensionata dalla paura delle ispezioni e delle loro conseguenze.

    Sul piano del nazionalismo, va da sé che, per coprire o depotenziare problemi interni si "scopra" il pericolo di un nemico esterno e che attorno a questo sentimento si ricompattino le passioni popolari. Che questo abbia qualcosa a che fare anche con le nuove mire neo-imperialiste della Cina verso il sud est asiatico non dovrebbe stupire.

    Che il disegno di Xi riesca o che il dissenso trovi comunque spazi sempre più ampi, a oggi non è dato sapere. Di certo, ciò che succederà in Cina nei prossimi due, tre anni non mancherà di avere effetti molto importanti sia nell'economia sia negli equilibri politici mondiali.

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    Xi Jinping, Cina
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