10:29 29 Ottobre 2020
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La strada verso la pace in Siria risulterebbe difficile se mai esistesse. Al mondo costerà denaro e pazienza. Ma una possibile alternativa sono il proseguimento della guerra civile e l'espansione dello "Stato Islamico". Lo ha scritto in questi giorni sul giornale svedese “SVD” l'ex ministro delle Finanze e del Commercio del Paese Kjell-Olof Feld.

Secondo lui, "se la guerra civile è passata in secondo piano nei media, significa che in scena è andato il personaggio di gran lunga più pericoloso della storia": ISIS.

L'ondata di misure per aiutare i civili in fuga della Siria e la volontà di accoglierli hanno ottenuto una grande copertura mediatica. Al contrario la guerra come motivo dell'esodo è finita in secondo piano, viene considerata come una calamità naturale senza l'intervento dell'uomo. Naturalmente i ministri degli Esteri ne parlano, sottolineando che la soluzione non possono essere altro che la diplomazia e i negoziati. Ma in questo caso c'è bisogno di diversi obiettivi e mezzi, perché quelli utilizzati finora sono falliti.

Quando nel 2011 erano iniziate le proteste contro il regime in Siria, tutto sembrava semplice. L'Occidente guidato dagli Stati Uniti subito aveva dichiarato Assad colpevole di tutto. Il posto della Siria alle Nazioni Unite era stato assegnato (con la collaborazione della Lega Araba) alla cosiddetta "Coalizione Nazionale Siriana", che "era pronta a sostituire il potere del popolo alla dittatura". Come nel caso della Libia e Gheddafi, volevano ottenere una risoluzione delle Nazioni Unite per l'invio di truppe NATO. Tuttavia il piano naufragò: la Russia e la Cina avevano posto il veto.

Dopo venne il momento di avviare i negoziati tra le parti. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Russia e la Cina avevano creato una task force di alto rango nel 2012, che si era imbattuta negli stessi problemi come al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il segretario di Stato USA Hillary Clinton insisteva sul fatto che la crisi si sarebbe risolta solo se Assad fosse uscito di scena.

L'ONU nominò Kofi Annan come mediatore per i colloqui tra il governo e i leader dell'opposizione siriana. Nell'agosto 2012 l'ex segretario generale delle Nazioni Unite disse che era impossibile realizzare il suo mandato e si dimise. Venne poi sostituito da Lakhdar Brahimi. Nel gennaio 2014 si riuscì a convocare una conferenza internazionale sulla guerra in Siria, tuttavia non produsse risultati. John Kerry, successore della Clinton come segretario di Stato USA, aveva detto fin dall'inizio che occorreva rimuovere Assad prima di iniziare i negoziati. Brahimi lasciò il suo incarico e si espresse più chiaramente di Annan: la richiesta di dimissioni immediate di Assad era diventato un serio ostacolo ai negoziati. Il secondo problema consisteva nel fatto che sia il governo sia l'opposizione ritenevano di essere sulla strada della vittoria.

È difficile astenersi dalla conclusione che il governo degli Stati Uniti e la Gran Bretagna in qualità di gregario siano i principali responsabili per il fatto che la guerra civile duri ormai da 4 anni. Non solo hanno sovrastimato le intenzioni dell'opposizione di portare la democrazia in Siria, ma hanno sottostimato il sostegno della popolazione e soprattutto dell'esercito al regime di Assad.

Se la guerra civile è finita in secondo piano nei media, significa che in scena è andato il personaggio di gran lunga più pericoloso: ISIS. Tramite le sue conquiste in Siria e Iraq, lo "Stato Islamico" ha seminato la paura di nuovi sconvolgimenti geopolitici in Medio Oriente. Non è chiaro cosa abbia in mente il regime di Damasco, è chiaro solo che ha relegato alla lotta contro ISIS i curdi e gli iracheni. E' inoltre possibile che a Damasco pensino che ISIS possa indebolire i ribelli. Tuttavia sembra incredibile che Assad e i suoi sostenitori non si rendano conto di come loro stessi possano risentire dell'espansione di ISIS.

Il giornalista irlandese Patrick Cockburn nel suo libro "The Rise of islamic State: Isis and the New Sunni Revolution" ("L'alba dello Stato Islamico: ISIS e nuova rivoluzione sunnita") afferma convinto che il piano di ISIS di ricreare l'Impero Ottomano può essere fermato solo dall'esercito siriano. L'esercito dell'Iraq è corrotto e demoralizzato e l'intervento occidentale armato si è trasformato solo in un regalo per ISIS.

Hugh Roberts, professore di storia di Nord Africa e Medio Oriente alla Tufts University, nella sua recensione si spinge oltre. Secondo lui, se l'Occidente rinuncerà a chiedere le dimissioni di Assad, faciliterà i negoziati tra il governo ed i resti dell'opposizione e poi qualcosa di simile alla transizione del potere al popolo. Ma entrambe le parti devono smetterla di uccidersi a vicenda, devono ricostruire la Siria e trasformarla in un Paese da dove la gente non vuole andarsene.

La strada verso la pace sarà difficile. Inoltre servirà continuare la guerra, tuttavia contro un nemico comune. Il mondo esterno dovrà avere molta pazienza e denaro. Ma una possibile alternativa sono il proseguimento della guerra civile e l'espansione dello "Stato Islamico".

Le guerre non sono calamità naturali. Le iniziano gli uomini e possono terminarle solo gli uomini, scrive Kjell-Olof Feldt.

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Tags:
jihad, Terrorismo, crisi in Siria, ONU, ISIS, NATO, Muammar Gheddafi, Hillary Clinton, Bashar al-Assad, John Kerry, Libia, Gran Bretagna, Siria, USA, Russia
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