11:34 10 Dicembre 2018
Missiles are displayed by the Iranian army in a military parade marking National Army Day in front of the mausoleum of the late revolutionary founder Ayatollah Khomeini, just outside Tehran, Iran, Saturday, April 18, 2015. Iranian President Hassan Rouhani harshly criticized Saudi Arabia Saturday, warning that the Saudi royal family in Riyadh will harvest the hatred it is sowing in Yemen through its airstrike campaign.

Iran, Turchia, Egitto e Arabia: in quattro per il dominio del medioriente

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Mario Sommossa
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Anche se la maggioranza parlamentare USA dovesse bocciare la ratifica dell'accordo con l'Iran, sembra oramai che non sarebbe comunque in grado di raggiungere il quorum necessario per invalidare il veto che Obama porrebbe a quella votazione.

Sull'altra sponda, pure il capo supremo, l'Ayatollah Khamenei, ha invitato i membri del Majlis ad approvare l'accordo.

Tutto quindi sembra andar per il meglio e, se gli ispettori dell'AIEA potranno eseguire le ispezioni come previsto e dare quindi il "via libera", le sanzioni contro l'Iran saranno, in gran parte, eliminate a partire dalla prossima primavera.

Tuttavia, chi si immagina una nuova era di pace in Medio Oriente grazie al venir meno di questo più che decennale contenzioso si sbaglia di grosso.  Che l'intesa raggiunta sia positiva sotto molti aspetti è indiscutibile, ma la riammissione dell'Iran a pieno titolo nella scena internazionale porta con sé nuove conflittualità e nuovi problemi.  Come abbiamo già avuto modo di evidenziare, nell'area è in atto una lotta non dichiarata per l'egemonia tra almeno quattro contendenti: la Turchia, l'Arabia Saudita, l'Iran e l'Egitto.  Senza contare il quinto incomodo: Israele.

Presidente turco Recep Tayyip Erdogan
© Sputnik . Sergey Guneev

La Turchia e l'Iran hanno molti interessi in comune, soprattutto energetici, e la scomparsa delle sanzioni dovrebbe moltiplicare le esportazioni turche verso l'altro Paese. Resta però il fatto che entrambi, pur essendo nessuno di loro di etnia araba, mirano a diventare punto di riferimento per tutti gli Stati arabi della regione.  Infatti, mentre si moltiplicano gli incontri dei rispettivi ministri e si sottoscrivono accordi di collaborazione, i loro servizi segreti (e non solo) si combattono attraverso i curdi. Se sia ad Ankara sia a Teheran si condivide l'idea che non deve nascere uno Stato curdo, ognuno di loro ha rapporti discreti con i gruppi curdi che vivono nell'altro Paese e li alimenta con finanziamenti e "consiglieri".  In modo meno palese, esattamente quello che succedeva nei secoli passati.  L'ostilità' poi si rende evidente in Siria ove, mentre l'Iran sostiene Assad, suo strumento per arrivare al Mediterraneo unitamente ai libanesi Hezbollah, Ankara ha come obiettivo la sua caduta e l'instaurarsi al governo di forze amiche e controllabili. Anche nel Kurdistan iracheno i turchi sostengono a Erbil il partito del presidente Barzani e gli iraniani fanno invece la stessa cosa con gli altri partiti curdo iracheni.

La riabilitazione iraniana che seguirà la fine delle sanzioni è così temuta da Ankara da pretendere le rassicurazioni americane sull'argomento e approfittare della guerra contro il terrorismo per rompere la tregua in atto e rilanciare la repressione dei curdi autoctoni del PKK.

Al contrario della Turchia, l'Arabia Saudita non ha interessi in comune con Teheran ma, più che l'arrivo sul mercato della concorrente quantità di petrolio iraniano (comunque non prima di qualche anno) teme l'influenza degli Ayatollah sulle proprie popolazioni di credenza sciita e sui piccoli Stati del Golfo attualmente vassalli di Riad.  Qualche disordine locale si è gia' manifestato e, guarda caso, le popolazioni sciite sono concentrate proprio nei territori di maggior produzione petrolifera.  Lo scontro, se pur indiretto, è già cominciato in Yemen, ove gli iraniani sostengono i ribelli Houti contro quelli appoggiati dai sauditi e dagli egiziani.

Si sa che, tra le potenze mondiali e regionali ve n’è più di una che continua a finanziare e armare i terroristi. In primo piano Arabia Saudita e Turchia
© AP Photo / Evan Vucci
Si sa che, tra le potenze mondiali e regionali ve n’è più di una che continua a finanziare e armare i terroristi. In primo piano Arabia Saudita e Turchia

L'Egitto, pur con tutte le difficoltà economiche in cui si trova, resta pur sempre il Paese più popoloso del mondo arabo e quello con la più lunga e credibile tradizione quale riferimento per tutta l'area. Anche Il Cairo ha già in corso nel Sinai una forte guerriglia con gruppi terroristici, apparentemente legati all'ISIS, e deve contemporaneamente far fronte a numerosi attentati, probabilmente perpetrati da frange dei Fratelli Mussulmani.  Proprio quest'ultima organizzazione è un altro fattore di divisione tra i tre stati sunniti: la Turchia (affiancata dal Qatar) li sostiene, mentre egiziani e sauditi li combattono.

 Il fatto che l'Iran sia a maggioranza di fede sciita mentre gli altri sono sunniti è un facile fattore di identità ma, come è sempre successo nelle guerre di religione, è un utile pretesto solo per coprire lotte di potere politiche.

L'unico argomento che in questo momento accomuna tutti i Paesi della regione è la guerra contro l'ISIS da tutti vissuto come un pericolo mortale.  Sia la Turchia sia i Sauditi avevano creduto, all'inizio, di poterlo controllare e manovrare, salvo poi rendersi conto, come accadde agli americani con Al Qaeda, di aver nutrito una serpe.

Se si riuscirà a sconfiggere definitivamente l'ISIS, sarà allora che le conflittualità sopra accennate potranno scatenarsi con tutta la loro evidenza e solo il futuro ci dirà fino a dove potranno arrivare.

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Tags:
Diplomazia Internazionale, Guerra, Arabia Saudita, Iran, Egitto, Turchia, USA
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