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    Paramilitari ucraini nel Donbass

    Donbass, nessun passo indietro: Kiev e filorussi non concordano ritiro carri armati

    © AP Photo/ Evgeniy Maloletka
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    I partecipanti ai negoziati sul Donbass non sono riusciti a mettersi d'accordo sul ritiro dei carri armati e dell'artiglieria dalla linea di demarcazione. Non fidandosi l'una dell'altra, le parti in conflitto si sono riservate di tenere sotto il proprio controllo le posizioni che assicurano loro un vantaggio tattico.

    Ha constatato il fallimento dei negoziati, durati nella giornata di lunedì 12 ore, il rappresentante speciale dell'OSCE Martin Sajdik. Ha annunciato che le parti non sono riuscite a trovare un linguaggio comune per almeno 3 questioni: il ritiro dalla linea di contatto dei carri armati e dell'artiglieria di calibro inferiore a 100 mm, le tempistiche e le zone di applicazione della legge sullo statuto speciale del Donbass e le elezioni locali nei territori delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk.

    Le trattative si svolgevano nel formato di un gruppo trilaterale (OSCE-Russia-Ucraina), a cui si aggiungevano i rappresentanti delle autoproclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. Inoltre a Minsk si sono svolti gli incontri di diversi sottogruppi di lavoro formati dai partecipanti delle consultazioni. Vladislav Deynego e Denis Pushilin, rappresentanti rispettivamente gli interessi di Donetsk e Lugansk, hanno attribuito la responsabilità per il fallimento dei negoziati alla delegazione ucraina, che avrebbe avanzato la necessità di introdurre negli accordi nuovi elementi ad integrazione di quelli già concordati.

    Il piano di ritiro dei mezzi militari era stato concordato in termini generali nei colloqui di Minsk, avenuti il 21 luglio scorso. Allora il presidente dell'OSCE Ivica Dačić aveva dichiarato che era stato raggiunto un "accordo di massima" sugli armamenti, e la DNR e LNR avevano annunciato di essere disponibili a ritirare unilateralmente i propri armamenti a 3 chilometri dalla linea di contatto. Tuttavia i documenti non erano stati firmati.

    Secondo RIA Novosti, lunedì le parti non sono riuscite a concordare i luoghi di dislocazione dei mezzi militari dopo il loro ritiro dalle posizioni sul fronte. Tuttavia il nocciolo della questione per la parte ucraina, secondo quanto fatto trapelare dalle fonti nel quartier generale dell'operazione antiterrorismo di Kiev (ATO), rimane l'avamposto di Shirokino, più precisamente le alture che circondano questa città sulla costa del Mare d'Azov: se i ribelli, sfruttando il ritiro, riuscissero a prendere il controllo di questa zona strategica, riuscirebbero a tenere sotto tiro Mariupol e potrebbero bombardarla.

    Queste zone sono di importanza strategica per entrambe le parti, che "categoricamente non si fidano l'una dell'altra", afferma il colonnello in congedo dell'esercito russo Dmitry Murakhovsky, analista militare dell'agenzia di stampa russa RBC. Rileva che sono ancora in corso scontri a livello di compagnie e plotoni.

    Il rappresentante dell'amministrazione presidenziale ucraina Alexander Motuznyak ha riferito martedì che negli scontri della giornata precedente erano rimasti uccisi 3 soldati, mentre altri 7 militari erano stati feriti. Secondo il quarter generale dell'operazione ATO, nella giornata di lunedì 46 volte i ribelli hanno nuovamente violato il cessate il fuoco, sparando 4 colpi di artiglieria.

    Secondo il presidente Petr Poroshenko, nelle ultime settimane le forze nemiche hanno usato contro l'esercito ucraino i carri armati e cannoni di calibro 100 mm, mentre "questa settimana hanno iniziato ad usare l'artiglieria di grosso calibro."

    A sua volta il ministero della Difesa della DNR ha dichiarato che il territorio della Repubblica è stato bombardato 45 volte dalle forze di Kiev e negli attacchi sono state usate granate di artiglieria di calibro 122 e 152 millimetri. Anche a Lugansk i filorussi hanno segnalato che le forze di sicurezza ucraine hanno attaccato 4 postazioni dei ribelli. Lo scorso 25 luglio la missione OSCE aveva annunciato di non poter confermare il ritiro delle armi pesanti dal fronte.

    Martedì Poroshenko aveva convocato e guidato una riunione speciale del Consiglio di Guerra, organo in seno al Consiglio di Sicurezza Nazionale e di Difesa dell'Ucraina. Durante l'incontro Poroshenko non solo ha discusso l'andamento dei combattimenti e la necessità di creare un nuovo "piano di difesa", ma ha inoltre biasimato il tentativo delle Repubbliche indipendentiste di organizzare elezioni locali nelle aree sotto il loro controllo nel Donbass.

    Mentre si è giunti ad un vicolo cieco sulla questione del ritiro delle armi, gli altri 2 punti di discussione hanno registrato alcuni progressi marginali. Il gruppo di lavoro per i rifugiati ha concordato lo scambio delle liste delle persone detenute. Secondo Pushilin, nella DNR si trovano 40 prigionieri di guerra ucraini, mentre nella LNR sono 5. Solo 12 sono pronti ad essere scambiati. Tuttavia, secondo quanto riferito da Irina Gerashchenko, inviato speciale del presidente dell'Ucraina per la normalizzazione nel Donbas, il numero totale dei militari ucraini in prigionia dei filorussi raggiunge quota 240.

    Il gruppo di lavoro sull'economia ha raggiunto risultati migliori: le parti hanno concordato un calendario per lo sminamento del tratto ferroviario tra Nikitovka e Mayork, vitali per la ripresa delle forniture di carbone del Donbass per le centrali elettriche ucraine, mentre l'OSCE ha ottenuto il mandato per esaminare il sistema di approvvigionamento idrico sul territorio delle due Repubbliche autonomiste.

    Secondo Sajdik, i lavori sul ritiro dei mezzi militari saranno portati avanti in un formato inferiore rispetto al gruppo trilaterale, ovvero nel sottogruppo di lavoro sulle questioni politiche.

    Secondo quanto riferito a RIA Novosti da Pushilin, anche se si troverà un'intesa, il documento potrà essere firmato solo dai leader delle due Repubbliche separatiste. Il gruppo trilaterale discuterà del ritiro delle armi solo il 26 agosto, ha detto il rappresentante della DNR.

    Martedì però si è saputo di un'iniziativa ucraina, che potrebbe teoricamente rallentare il processo diplomatico. Poroshenko, secondo un comunicato della sua amministrazione, ha chiesto la formazione di un altro sottogruppo di lavoro per il ritorno delle forze dell'ordine ucraine nei tratti del confine russo-ucraino che sono controllati dai ribelli.

    Secondo gli accordi di febbraio di Minsk, il controllo delle frontiere deve essere restituito a Kiev prima della fine dell'anno, ma finora non sono state adottate misure dalle parti in questa direzione.

    "L'iniziativa ucraina è assolutamente contraria alla "road map". I punti degli accordi di Minsk vanno eseguiti secondo un ordine specifico e il trasferimento del controllo della frontiere è uno degli ultimi punti," — ha commentato Murakhovsky, analista di RBC.

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    accordi di Minsk, ATO, OSCE, Ivica Dačić, Petr Poroshenko, Kiev, Lugansk, Donetsk, Donbass
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