19:08 11 Dicembre 2018
Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov

"Il mondo cambia, ma il loro approccio è da Guerra Fredda", intervista a Sergej Lavrov

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Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rilasciato un'intervista al canale tv "Rossiya 24". Eccone un estratto.

 - Cominciamo con il tema più importante: le relazioni russo-americane. Per fare un parallelo con i tempi della "guerra fredda", con cosa, secondo Lei, è possibile confrontare il grado di tensione che si verifica ora?

— Non vorrei paragonarlo con la "guerra fredda", è una situazione abbastanza diversa. Ci sono seri problemi legati al fatto che il mondo sta cambiando e l'approccio dei nostri colleghi occidentali rimane lo stesso di quello che era nell'epoca durata molti secoli del loro dominio assoluto.

Non direi che al momento la cosa più importante per noi siano le relazioni russo-americane. Per noi la cosa più importante è garantire il consenso di tutti riguardo al fatto che oggi i problemi del mondo non possono essere risolti né da soli nè in due. Ma perché ciò avvenga, dobbiamo accettare il principio dell'azione collettiva come base in tutte le casistiche. E' impensabile che in alcune questioni gli Stati Uniti ci invitino con favore a collaborare, mentre in altre ritengano di avere il diritto di "punirci", come affermato da loro.

La visita del segretario di Stato USA John Kerry a Sochi forse significa di fatto la comprensione di Washington che abbiamo ancora bisogno di costruire ponti e di chiudere questo infelice periodo nella nostre relazioni, che non porta nulla di buono né a noi né agli americani, né al resto del mondo.

Resta l'interesse nella lotta al terrorismo. A Sochi c'è stata una discussione abbastanza oggettiva in merito al fatto che questo compito deve essere affrontato con un unico criterio, senza doppi standard.

John Kerry e Sergej Lavrov a Sochi
Ministry of Foreign Affairs of the Russian Federation
John Kerry e Sergej Lavrov a Sochi

- Intende la Siria?

— In particolare la Siria. Ora lo "Stato Islamico" ha proclamato il suo califfato in aree molto estese di Siria ed Iraq. I suoi rappresentanti già spadroneggiano in alcune zone della Libia, ci sono problemi in Libano, anche in Afghanistan sono apparsi uomini di ISIS. Pertanto è necessario combattere il terrorismo non con il paraocchi, concentrandosi su un determinato Paese senza tenere conto di quello che succede vicino a prescindere da un'analisi integrata.

Abbiamo bisogno di vedere un nemico comune e minacce comuni, senza cercare di adattare opportunisticamente le proprie preferenze per l'uno o l'altro regime in un Paese: da qualche parte si può perché questo regime non è amichevole dal punto di vista dell'Occidente, in alcuni casi è impossibile, perché vi è un regime dittatoriale desideroso di avere buoni rapporti con noi.

- Durante i Suoi contatti con il segretario di Stato USA John Kerry sono stati discussi programmi concreti? Forse un piano d'azione comune contro ISIS?

— Ho chiesto al signor Kerry perché, in una situazione in cui il governo siriano è un alleato obiettivo nella lotta contro ISIS, non perseguire una via legale per ottenere il mandato sulla realizzazione di una coalizione per sostenere le azioni delle forze governative irachene e siriane nella loro lotta contro lo "Stato Islamico". La risposta è stata molto interessante: "Vedi, non consideriamo il regime siriano un partner legittimo". Chiedo scusa, ma è passato un intero anno da quando il regime siriano è considerato un partner assolutamente legittimo per risolvere il problema della rimozione e distruzione dell'arsenale chimico. Anche in questo caso c'è una manifestazione del principio dei doppi standard. Il terrorismo non è una minaccia meno grave delle armi chimiche.

Pertanto la prima questione che abbiamo discusso con John Kerry è, se si vuole intraprendere una lotta più efficace contro la minaccia del terrorismo, serve sviluppare una concezione globale comune, non limitata alla sola Siria o Iraq, ma sull'intera regione, dove è attuale la minaccia di consolidamento e diffusione di ISIS.

- Le Nazioni Unite e le strutture di sicurezza in Europa nel corso dell'ultimo anno sono state messe seriamente a dura prova per la crisi ucraina. Dall'esterno si vede questo quadro: l'Ucraina ha denunciato una guerra con la Russia; la Russia non è in guerra con l'Ucraina, ma le principali accuse sulla mancata realizzazione dei punti degli accordi di Minsk sono principalmente indirizzate nei confronti della Russia dai nostri partner occidentali.

— Credo che ora tutte le principali potenze occidentali siano ben consapevoli del fatto che le autorità ucraine sono il principale ostacolo alla realizzazione degli accordi di Minsk. L'Occidente ha questa posizione: se saranno realizzati gli accordi di Minsk, verranno rimosse le sanzioni contro la Russia. Come se solo la Russia avesse firmato gli accordi di Minsk e li dovesse eseguire da sola. Non è così. Alla nostra domanda su come avrebbero reagito a nuovi casi di mancato rispetto da parte di Kiev dei suoi obblighi, non con accuse infondate ma con fatti provati, i nostri partner occidentali restano in silenzio. Sono sicuro che ci pensano senza esternarlo e sappiamo che stanno inviando segnali alla leadership ucraina "a porte chiuse".

- Quanto apertamente si sono discusse con il segretario di Stato americano John Kerry le problematiche di attuazione degli accordi di Minsk e l'inerzia dei nostri partner ucraini?

La conversazione è stata franca, senza equivoci e tentativi di nascondere ciò che è necessario fare e quello che pensa ogni parte. Ancora una volta abbiamo sentito i buoni propositi del segretario di Stato USA John Kerry per facilitare l'attuazione degli accordi di Minsk. Ritengono che la Russia possa fare di più. Inoltre ci sono state accuse sulla presenza di soldati ed armi russe nel sud-est dell'Ucraina. Ci hanno consegnato delle fotocopie di scarsa qualità con le immagini satellitari. Parlano di 9-10mila soldati russi. Penso che sia abbastanza significativo il fatto che, nonostante tutta la tecnologia e le possibilità tecniche degli americani, in tutto questo lasso di tempo non ci abbiano mai mostrato nessuna prova convincente e nessun fatto concreto.

Sono stati discussi i formati in cui si concentrano gli sforzi internazionali per risolvere la crisi ucraina. Si è ritenuto opportuno istituire un processo bilaterale di consultazione reciproca e di scambio di informazioni tra Russia e Stati Uniti col fine di capire come gli americani influenzino Kiev e come noi sviluppiamo il lavoro con Lugansk e Donetsk. Il discorso proseguirà. Penso che in questo momento sia il formato ottimale.

Vorrei mettere a fuoco ancora una volta una cosa semplice, se intendiamo stabilire la verità su ciò che sta realmente accadendo in Ucraina, perché ci sono tante bugie, menzogne ed accuse. Di tutti i mali sono accusate le milizie autonomiste sostenute dalla Russia.

I reporter di molti canali televisivi russi lavorano direttamente "sul campo". Ogni giorno possiamo vedere dal vivo ciò che purtroppo sta accadendo nonostante la tregua dichiarata. A tutti i miei colleghi occidentali propongo, se hanno altre convinzioni, di mandare i loro mezzi di comunicazione nei territori controllati dalle autorità di Kiev. Mi è chiaro cosa arriva alla comunità mondiale: non ci mostrano la distruzione delle infrastrutture civili, le morti dei civili che si trovano nel territorio ad ovest della linea di contatto, controllato dalle autorità ucraine. Vorrei fare appello ai rappresentanti della comunità giornalistica, a chi ha accesso al territorio ucraino, affinchè cerchino di mostrare la verità.

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Tags:
Diplomazia Internazionale, intervista, Sergej Lavrov, Russia
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