Anna Fedorova Redazione Online
8 novembre 2013, 19:08

Evgenij Solonovich, la penna della poesia italiana in russo

Evgenij Solonovich, la penna della poesia italiana in russo

Evgenij Solonovich da molti anni è riconosciuto come il maggior traduttore della poesia italiana in russo. Nel lontano 1959 in URSS viene pubblicata la sua traduzione della parte italiana dell'antologia: “Poeti della Dalmazia del Rinascimento XV-XVI secolo». Da questa pubblicazione prende il via il suo cammino nella traduzione della poesia italiana.

La dedizione di Solonovich per la letteratura italiana ha stupito l'Italia che è rimasta grata per la sua fedeltà. Solonovich ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il Premio del Ministero della Pubblica Istruzione (per la traduzione di Dante, 1966), il Premio nazionale di poesia Salvatore Quasimodo (1969), il Premio Eugenio Montale (1983), il Premio Nazionale per la Traduzione del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. Nell'intervista esclusiva a “La Voce della Russia” Evgenij Solonovich ha raccontato le sue relazioni con la lingua e con la letteratura italiana.

- Quando entra la lingua italiana nella Sua vita? Quale è stata la Sua prima traduzione?

- La lingua italiana è apparsa nella mia via per caso. Sono cresciuto nel tempo in cui l'unica radio accessibile era un grande piattone nero di carta che trasmetteva solo un programma. Oltre a parlare dei successi sovietici, faceva ascoltare anche la musica. Ascoltavo frammenti delle opere italiane e mi sono innamorato della lingua. Dopo aver preso la maturità a Evpatoria, dove abitavo con i miei genitori, venni a Mosca ad iscrivermi all'università presso la facoltà di lingue, ma non al corso di laurea per la lingua italiana, ma a quello spagnolo. Non sapevo nemmeno dell'esistenza del dipartimento italiano. Frequentando le ultime classi di scuola superiore, mi innamorai di Consuelo, ragazza spagnola e dei bambini degli antifranchisti e quando venni a Mosca, volli studiare lo spagnolo. Arrivai all'università e vidi che c’era anche il corso d’italiano e così tradii la mia Consuelo. In modo del tutto casuale nella mia vita apparve l'italiano.

Della letteratura italiana in quel periodo non avevo nessun idea. Al quarto o quinto anno di università iniziai a tradurre. Non esisteva letteratura accessibile nelle lingue straniere, l'unica cosa che si poteva leggere era L'Unità, dove trovavo le poesie dei poeti moderni che traducevo per conto mio. Avevo una eccellente professoressa Nina Ghenrichovna Elina, mi dava da copiare le poesie a casa sua, ma non prestava i libri. Scelse per me Carducci e tradussi in prova alcune poesie. A Nina Ghenrichovna piacquero. Un mio conoscente Igor Postupalskij amava Carducci e preparava per una casa editrice la raccolta delle sue poesie. Doveva coinvolgere poeti e traduttori che non conoscevano l'italiano e la mia professoressa gli propose me per fare traduzioni interlineari, aggiungendo che avevo anche le mie traduzioni di Carducci. Mi occupai delle traduzioni interlineari e furono selezionate anche le poesie tradotte da me, ma ancor oggi avrei preferito il contrario. Erano tremende, orribile, me ne vergogno oggi. Se avessi potuto avrei preso tutte le copie del libro per farne un grande falò.

Una pubblicazione per me importante fu la poesia dalmatica del Rinascimento. Il curatore straordinario del progetto, il famoso italianista Ilia Golenischev-Kutuzov, mi insegnò la comprensione del testo, come leggere le poesie e non solo tradurre il contenuto, rivolse la mia attenzione sullo stile del poeta, sugli artifici poetici, perché prima non avevo la minima idea di queste tecniche.

- Lei traduce sia poesia che prosa. Quale dei due generi sente a Lei più vicino e interessante?

- Con grande piacere traduco sia la classica che la poesia moderna, la prosa un po' meno, ma scelgo sempre opere con cui mi fa piacere lavorare. Ci sono poeti che diventano prediletti per sempre e quelli che sono preferiti per un certo periodo. Tra quelli prediletti per sempre vi è Belli. L'anno scorso ho pubblicato un libro di poesie scelte di Belli, ma ritorno spesso a tradurlo. Ho una lista delle opere di Belli da tradurre, ed è lunga, quindi non tradurrò tutto, ma qualcosa ho già fatto. Per me è un “piacere tormentoso”. Questa estate ho tradotto una raccolta di poesie di Montale, non tradotte prima e mi tormentavo, decifrando le sue belle metafore. Quando questo poeta ermetico mi faceva venire il mal di testa prendevo Belli e mi riposavo traducendolo.

Non traduco prosa di ogni sorta. Per me è importante che ci sia un compito supremo linguistico o stilistico o qualcosa di poetico. La traduco poco non perché c'è poca prosa di questo tipo, ma perché sono corrotto dalla traduzione poetica. Per me tradurre cinque pagine di prosa è impegnativo perché cerco le uniche possibili parole e sintassi. Il risultato finale mi soddisfa, ma la strada è lunga. Della mia traduzione prosaica prediletta al primo posto c'è “La Farfalla di Dinard” di Montale. Quando mi chiedono come scelgo i testi per la traduzione, cito la poetessa italiana Margherita Guidacci: “Traduco le poesie che vogliono da me essere tradotte”. Uso la stessa regola.

- Chi è il suo autore preferito, con chi tra i poeti italiani e russi ha stretto amicizia?

- Conoscevo Montale e visitavo anche la sua casa, ma era già anziano e non si sono creati particolari rapporti. Ho stretto amicizia con Leonardo Sciascia, Mario Luzi, Salvatore Quasimodo. Quando nel 1958 venne a Mosca con il gruppo dei poeti italiani, quasi subito fu ricoverato per un infarto, in quel periodo l'infarto si curava con una lungodegenza. Per circa tre mesi Quasimodo restò in ospedale e io ogni giorno passavo a visitarlo. Approfittando della situazione, facevo commentare le sue poesie che traducevo al momento. Ero un ragazzo, vide che non conoscevo la sua poetica e poco sapevo della letteratura italiana, mi spiegava con pazienza le realtà siciliane. Sono stato amico di Giovanni Giudici, uno dei classici della poesia italiano del Novecento. Poco fa ho stretto l'amicizia con Francesco Piccolo, autore del libro “Momenti di trascurabile felicità”, l'ultimo che ho tradotto.

- Quanto è soddisfatto della traduzione letteraria dall'italiano al russo e viceversa?

- Per quanto riguarda le traduzioni in russo ci sono bravi specialisti come Ghennadij Kiselev, Anna Jampolskaja, alcuni dei miei allievi. In generale ora si traducono molti libri, ma per la maggior parte sono di bassa qualità, con traduzioni fatte in fretta, ordinate dalle case editrici che non vogliono pagare degnamente il lavoro del traduttore.

Ritegno che la traduzione della poesia non importa in quale parte, non è una semplice traduzione da una lingua all'altra, è una traduzione da una lingua poetica all'altra. Per questo per me è naturale quando i poeti russi vengono tradotti senza rima in italiano. Ci sono traduzione bellissime di Alessandro Niero, ha tradotto l'antologia della poesia russa, Slutskij, Rein, Stratonovskij. Claudia Scandura de “La Sapienza” ha curato traduzioni brillanti di Kibirov, Gandlevskij, Elena Fajnalova. Tra i più importanti traduttori bisogna menzionare Angelo Maria Ripellino, il suo nome è segno di qualità. Nelle sue traduzioni vivono in italiano le poesie di Majakovskij, Pasternak. Serena Vitale traduceva bene Mandelstam. La prosa russa viene tradotta spesso, ma mi stupisco quando in cinque anni escono tre nuove diverse versioni di “Anna Karenina” che si aggiungono alle vecchie dieci.

Italianista e critico letterario, Evgenij Solonovich insegna traduzione letteraria presso l'Istituto Universitario di Letteratura Gor'kij di Mosca. Le sue conoscenze, il suo talento e la sua maestria sono state tramandate già a più di una generazione di studenti, ed oggi possiamo affermare con tutta sicurezza che nella traduzione russa di traduzione esiste “la scuola di Solonovich”.

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