13:15 09 Maggio 2021
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Summit con il boss durante i permessi dal carcere, imprenditori collusi con le attività mafiose, nella vasta operazione dei carabinieri arrestati esponenti del clan Ercolano- Santapaola in provincia di Catania fino a Siracusa.

Manette per quaranta persone affiliate al clan Santapaola-Ercolano, scattate in una vasta operazione antimafia condotta dai carabinieri del comando di Catania. Gli arresti sono avvenuti per lo più in provincia di Catania fino a coinvolgere le città di Siracusa, Cosenza e Bologna. Gli indagati sono accusati a vario titolo di  associazione mafiosa, traffico di droga, estorsione, falsi e truffe ai danni dell’Inps.

Nel mirino della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania sono finite alcune famiglie di Paternò e Belpasso legate al clan che gestisce la criminalità organizzata nel capoluogo nella provincia etnea. L'attività investigativa ha portato alla luce le attività criminali in cui erano coinvolti gli arrestati che, secondo la procura, erano impegnati in un fiorente traffico di stupefacenti, in particolare marijuana e cocaina, oltra a gestire attività di estorsioni, riciclaggio e ricettazione

I summit del boss in permesso premio 

Le indagini si sono focalizzate sul boss di Paternò Santo Alleruzzo che riusciva a gestire gli affari del clan e impartire ordini e direttive alla famiglia nonostante la condanna all'ergastolo per duplice omicidio scontata a Rossano, in provincia di Cosenza.

Il boss ad eludere la sorveglianza a cui era sottoposto e ad organizzare veri e propri summit di mafia quando ritornava nella sua città in permesso premio dal carcere. 

Imprenditori collusi con la mafia

Il lavoro degli investigatori ha consentito di svelare "una situazione di grave inquinamento mafioso del tessuto economico locale, come dimostra l'individuazione di diversi imprenditori che consapevolmente favorivano le illecite attività del clan".

Nella fattispecie il clan concedeva protezione ad alcuni commercianti in cambio di denaro. E' il caso di una ditta di commercio ortofrutticola che consegnava una percentuale degli utili di impresa alla cosca in cambio di "favori" per imporsi sulla concorrenza. O di un gioielliere che consentiva ai mafiosi di effettuare in contanti compravendite di diamanti, gioielli e preziosi senza rendicontazione fiscale per consentire il riciclaggio di denaro sporco. 

I falsi braccianti 

E' emerso infine un sistema consolidato tramite il quale i clan catanesi si erano garantiti una linea diretta di finanziamento truffando l'Inps. Con una rete di ditte compiacenti, consulenti del lavoro e prestanome i mafiosi riuscivano a percepire l'indennità di disoccupazione agricola fingendosi falsi braccianti.

L'organizzazione criminale funzionava come un vero e proprio Caf, predisponendo la documentazione necessaria e inviando le domande d'indennità all'Inps. 

 

Tags:
Mafia, Sicilia, Italia
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