21:37 14 Maggio 2021
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Un'operazione congiunta di carabinieri, guardia di finanza e polizia ha portato all'arresto di 33 persone legate ai clan. La base operativa era un bar gestito dalla sorella del capoclan. In manette anche un ex candidato alle comunali con il sostegno dei mafiosi.

Una vasta operazione congiunta di Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato, coordinata dalla Procura distrettuale Antimafia di Messina, ha portato all'arresto di 33 persone legate ai clan della città dello Stretto.

Tra gli arrestati compare il nome di un noto capoclan messinese, Giovanni Lo Duca, già in carcere con il 41 bis, e un ex candidato alle elezioni comunali con il sostegno della famiglia mafiosa Sparacio, segno dei tentativi della criminalità organizzata di inserirsi nelle dinamiche della politica locale. 

Il blitz è stato avviato in esecuzione di un'ordinanza cautelare emessa dal Gip del tribunale di Messina per i reati di associazione di tipo mafioso, estorsione, trasferimento fraudolento di valori, sequestro di persona, scambio elettorale politico-mafioso, lesioni aggravate, detenzione e porto illegale di armi, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, con l’aggravante del metodo mafioso.

L'attività investigativa della Guardia di Finanza ha riguardato le attività del gruppo criminale guidato da Salvatore Sparacio. Il clan agiva nel rione Fondo Pugliatti dove controllava le attività economiche e di scommesse. 

Le indagini di Carabinieri si sono concentrate sull'attività della cosca capeggiata dal boss Giovanni Lo Duca, operante nel rione "Provinciale". Il capomafia, dopo aver trascorso 13 anni in carcere, alcuni dei quali in 41 bis, aveva ripreso il controllo dell'organizzazione che gestiva in maniera capillare il quartiere. 

Il lavoro della Questura ha preso di mira il clan guidato da Giovanni Lo Duca nel rione "Maregrosso", dove gestiva il controllo delle sicurezza notturna dei locali, il traffico di sostanze stupefacenti, la gestione delle scommesse e del gioco d'azzardo.

I tre clan mafiosi operavano in pieno accordo secondo una logica di spartizione del territorio, adottando comuni strategie criminali. 

Le attività di Lo Duca

Le indagini dei Carabinieri di Messina si sono focalizzate sulla consorteria mafiosa egemone nel rione messine capeggiata da Giovanni Lo Duca e dedita alle estorsioni ai danni delle attività commerciali e al traffico di sostanze stupefacenti. La base operativa del gruppo criminale, dove avvenivano i summit e venivano prese le decisioni più importanti era il bar "Pino", gestito dalla sorella del boss, dove Lo Duca trascorreva le sue giornate incontrando i suoi sodali e pianificando l'attività della consorteria criminosa. Secondo l'accusa l'esercizio era "funzionale allo svolgimento delle attività criminali del clan". Il bar è stato posto sotto sequestro. 

Nell'ambito delle indagini è emerso che il clan esercitava un controllo capillare di tutto il territorio, sostituendosi allo Stato nella risoluzione delle controversie e nell'autorizzazione di qualsiasi iniziativa assunta nel rione, che doveva ricevere il placet di Lo Duca. In particolare è emerso come una donna del quartiere si fosse rivolta al boss per ottenere la "liberazione del proprio figlio minorenne che era stato trattenuto contro la sua volontà da un pregiudicato del posto che lo voleva punire per delle offese pubblicate dal ragazzo su Facebook". In quell'occasione Lo Duca ottenne la liberazione del ragazzo e la cessazione immediata di ogni iniziativa ostile, contro la quale non venne mai sporta alcuna denuncia. 

"Il sodalizio capeggiato da Giovanni Lo Duca operava mediante il sistematico ricorso all’intimidazione e alla violenza, con pestaggi e spedizioni punitive, per affermare la propria egemonia sul territorio e controllare le attività economiche della zona", si legge nelle carte dell'indagine, riportata da AdnKronos. 

Lo Duca ha ripreso le redini dell'organizzazione dopo essere tornato in libertà. Il boss ha già trascorso 13 anni in galera, alcuni dei quali in regime di 41 bis. 

In manette un candidato comunale

Nell'operazione è stato arrestato anche un ex candidato alle elezioni comunali di Messina del 2018, accusato di voto di scambio. L'uomo, poi non eletto, avrebbe pagato 10.000 euro per ottenere il sostegno del clan Sparacio. 

Gli investigatori sono risaliti all'episodio grazie all'intercettazione di "inequivoche conversazioni" nelle quali emergeva il pagamento della somma "al boss dal candidato politico, affinché procurasse un congruo numero di voti per la propria scalata elettorale", spiegano gli inquirenti. I riscontri eseguiti hanno consentito di documentare come l’accordo illecito abbia consentito di raccogliere 350 voti.

Tags:
Polizia, Guardia di Finanza, carabinieri, Mafia, Messina Denaro, Sicilia, Italia
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