03:58 20 Aprile 2021
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A sollevare il problema dell'abuso dei termini provenienti dall'inglese nei discorsi e documenti ufficiali è stato il premier Mario Draghi. E ora c'è chi chiede una legge costituzionale per proteggere la lingua italiana.

"Smart working" o "baby-sitting". "Perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?", rifletteva ad alta voce un paio di settimane fa il premier Mario Draghi durante una conferenza stampa all’hub vaccinale di Fiumicino.

Un’abitudine, quella di usare termini stranieri, che si è rafforzata proprio durante la pandemia, come ha sottolineato anche il presidente dell’Accademia della Crusca, intervistato da Repubblica. Da "lockdown" a "smart working", passando per i famosi "droplets" attraverso i quali si trasmette il virus.

Secondo la sociolinguista Vera Gheno, nel dizionario Zingarelli 2021 ci sono “2.927 termini di lingua inglese su circa 145mila totali”. Non sono moltissimi, certo, ma tanti di questi, a parere della Crusca, potremmo anche evitarceli.

A cominciare dal vocabolo “smart”, usato spessissimo in ambito tecnologico, ma anche per indicare le nuove forme di “lavoro agile”, il famoso “smart working”. Locuzione, quest’ultima, scorretta anche in inglese. La forma esatta usata Oltremanica infatti è “remote working” o “working from home”.

Forse è proprio perché Draghi l’inglese lo conosce bene che rifugge l’utilizzo di questi surrogati nella lingua italiana. A cosa serve, ad esempio, dire “authority” se l’equivalente italiano è “autorità”. E ancora, nota la Crusca, perché “performance” e non “prestazione” o “competitor” anziché “concorrente”?

La lista degli inglesismi superflui è lunga e si è estesa ulteriormente con l’avvento del Covid. Abbiamo imparato, ad esempio, a dire “caregiver” al posto di “familiare assistente”. E poi "Covid Hospital", "cluster", "screening", "task force", "cashback" e via dicendo.

Termini ormai divenuti di uso comune, al punto da entrare persino nei testi legislativi e nei documenti ufficiali. Tanto che, qualche giorno fa, in occasione della giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, Fratelli d’Italia ha proposto di proteggere la lingua italiana attraverso la Costituzione per limitare l’utilizzo di termini stranieri negli atti formali.

“Oggi difendiamo la lingua italiana in Parlamento con una legge di riforma costituzionale e negli enti locali con una mozione che chiede la tutela della lingua italiana negli atti pubblici e nell'insegnamento nelle università”, ha scritto su Facebook Federico Mollicone, deputato del partito di Giorgia Meloni, che chiede la fine della “contaminazione della nostra lingua”.

“Chiediamo – incalza, citato da Fanpage, anche il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, dello stesso partito - che la lingua italiana sia l'unica ad essere utilizzata anche negli atti parlamentari e governativi, e in questo senso il presidente Mario Draghi ci lascia ben sperare, visto che di recente ha criticato l'eccessivo uso di termini stranieri nei documenti ufficiali italiani”.

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