11:20 23 Aprile 2021
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Avevano scritto frasi violente e incivili sui social network indirizzate ai vigili urbani di Torino, ma i giudici non hanno ravvisato un reato penale, nonostante i commenti fossero "moralmente censurabili".

Avevano scritto sui social network, e in particolare su Facebook, che avrebbero volentieri “spaccato la faccia” o auspicato “una spedizione punitiva sotto casa” contro degli agenti della polizia municipale di Torino, per questo motivo ben 73 persone erano finite sotto inchiesta da parte dell’autorità giudiziaria.

Ora il giudice per le indagini preliminari ha accolto la richiesta della procura di archiviare il caso.

Le 73 persone avevano scritto quei commenti, “moralmente censurabili”, a margine del post pubblicato da un avvocato che si riteneva essere vittima di una ingiustizia consumata dai vigili urbani.

Secondo il giudice, in pratica, i contenuti postati sono sì “spregevoli ma non diffamatori”. Altri messaggi sono sicuramente “violenti e incivili”, ma non si configurano come reato.

Il giudice depositando la richiesta di archiviazione ha scritto che scrivere “io lo picchierei di santa ragione” indubbiamente è “contrario ai più elementari valori di una società democratica e civile”, tuttavia non si possono ravvisare “gli specifici connotati di materialità e offensività” che sarebbero necessari per “ricorrere allo strumento della giustizia penale”.

In definitiva, in questo contesto specifico perimetrato dal giudice, le espressioni scritte sui social network anche se sono incivili e violente non sono penalmente perseguibili.

Offesa all’onore del Presidente della Repubblica

Notizia di ieri che agenti della polizia postale e della Digos hanno condotto 10 perquisizioni personali e informatiche sul territorio nazionale contro persone indagate per il reato di offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica.

Il presidente Mattarella allo Spallanzani di Roma per sottoporsi al vaccino
© Foto : Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica
Il presidente Mattarella allo Spallanzani di Roma per sottoporsi al vaccino
Gli indagati avevano scritto gravi minacce nei confronti di varie figure istituzionali e in particolare del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Minacce a lui rivolte in particolare dopo le misure adottate per il contenimento del coronavirus.

Così sono scattate le perquisizioni nelle case degli indagati residenti a Viterbo, Aprilia nel Lazio, ma anche in Puglia, Toscana e Lombardia, oltre che in Piemonte.

Ora gli indagati, in base all’articolo 278 del Codice penale, rischiano una pena detentiva compresa tra un anno e cinque anni.

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