21:48 25 Febbraio 2021
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L’inizio della pandemia in Italia dopo il primo caso “autoctono” di coronavirus. I primi provvedimenti di chiusura e gli ospedali che arrivano al collasso. I ricordi a 12 mesi da quel momento.

Il 21 febbraio 2020, poco dopo la mezzanotte, è un momento che verrà ricordato per molto tempo in Italia. In quei minuti viene ufficializzato il primo caso di infezione “autoctono” di coronavirus. Il cosiddetto paziente 1, di cui verrà tenuta nascosta per molto tempo l’identità.

È così che parte la storia della pandemia in Italia. La storia del lockdown di Codogno, un paesino in provincia di Lodi, dove viene ricoverato il 38enne Mattia Maestri e dove l’anestesista Annalisa Malara scopre per la prima volta la polmonite interstiziale e la malattia.

Codogno diventa il primo focolaio di coronavirus in Italia e anche in Europa. Poche settimane dopo il 21 febbraio l’Italia è in lockdown nazionale, gli ospedali sono al collasso, le scene di ambulanze a sirene spiegate e infermieri e medici coperti dalla testa ai piedi fanno il giro del mondo e la crisi economica e finanziaria si fa sentire.

Il paziente 1

Per molto tempo, come detto, l’identità del paziente 1 è stata tenuta nascosta. Oggi si sa che si trattava di Mattia Maestri, 38enne, dipendente della Unilever di Casalpusterlengo.

Poco dopo la mezzanotte del 21 febbraio di un anno fa viene dato l’annuncio: “Un trentenne ricoverato all’ospedale di Codogno, nel milanese, è risultato positivo al test del Coronavirus”.

Il contagio viene scoperto da Malara che contro i protocolli allora vigenti decide di fare un tampone per il Covid-19 al 38enne. A un anno da quell’evento l’anestesista parlando ad Adnkronos salute racconta: "È passato un anno e per diversi aspetti mi sembra secoli fa, per altri mi sembra ieri".

"Se ripenso a quella giornata mi sembra di averla così chiara in mente. Poi rivivo quello che ho passato, qualcosa di fantascientifico e terribile che rimarrà nella storia, e il tempo si dilata: è tutto così cambiato, abbiamo dovuto rinunciare a così tante cose, a libertà individuali, è pesato tanto”.

Malara spiega che quando decise di fare il tampone per il Covid-19 al paziente 1 disse “lo faccio lo stesso il test, non mi convince granché il fatto che non può essere Sars-CoV-2" ma sottolinea: “Non credo sia stato un problema di protocollo miope. È che noi lo conoscevamo poco questo virus e tutti i famosi asintomatici sfuggivano, non li potevamo vedere. Questo ha permesso che si diffondesse".

Dopo Codogno

Dopo il caso di Mattia nella stessa zona del lodigiano si contavano i contagiati, ma sulle dita di una o due mani.

Poco più tardi le infezioni erano già salite e decine di migliaia. E Codogno diventava la prima zona rossa d’Italia.

© AP Photo / Miguel Medina
L'ospedale di Codogno

In meno di sette giorni i contagi si registrano a Vo Euganeo in Veneto e le regioni colpite diventano nove.

Mancano le mascherine, i gel igienizzanti e i posti letto in terapia intensiva. Oltre che i protocolli per curare a casa o i tamponi per stabilire chi è positivo o meno.

Da allora ad oggi molte cose sono cambiate. Sono stati aperti i drive in per i tamponi. Sono stati stabiliti nuovi protocolli per i medici di base. E alla fine del 2020 è arrivato il vaccino. Ma restano negli occhi le bare di Bergamo, le piazze e le vie deserte e le code ai supermercati.

E soprattutto si ricordano i numeri: 2,78 milioni di contagiati e più di 95mila morti.

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