23:05 15 Gennaio 2021
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Il bilancio e le proposte dell’associazione a un quarto di secolo dall’approvazione della legge n. 109/96 per l'uso sociale dei beni e delle aziende confiscati alla criminalità organizzata.

Sono poco più di 35.000 i beni immobili definitivamente confiscati dal 1982 ad oggi alla mafia, 900 le associazioni e le cooperative che si occupano del loro gestione e più di 1.000 i Comuni a cui sono stati destinati gli immobili confiscati in tutta Italia.

Sono alcuni dei numeri raccolti da Libera a 25 anni dall’approvazione della legge n. 109/96 che rivelano un vasto panorama di risorse non utilizzate. E facendo il bilancio di un quarto di secolo, don Luigi Ciotti avanza anche le proposte per utilizzare questi beni come “contributo alla ripresa del Paese” dalla pandemia.

I dati

Dei 35mila beni confiscati, circa 16.500 sono stati destinati e consegnati dall’Agenzia nazionale per le finalità istituzionali e sociali.

Su quasi 19.000 beni immobili in gestione all’Agenzia sono 11.000 quelli confiscati in via definitiva (dati al 31 dicembre di un anno fa) e che rimangono ancora da destinare perché spesso presentano varie forme di criticità (per quote indivise, irregolarità urbanistiche, occupazioni abusive e per condizioni strutturali precarie).

Infine, da una ricognizione avviata nel corso del 2019 dall’Agenzia nazionale su un campione di indagine di circa 6.000 beni immobili destinati alle amministrazioni comunali, dai riscontri pervenuti su 2.600 beni, risulta che soltanto poco più della metà dei beni è stato poi effettivamente riutilizzato.

Le criticità di un percorso ancora da finire

“Sono trascorsi venticinque anni dall'approvazione della legge n.109 del 7 marzo 1996 che andava a completare la Rognoni La Torre del 1982 sul versante della restituzione alla collettività dei beni tolti ai mafiosi. Un’intuizione e un sogno che si realizzava a Palermo, in Sicilia e poi in tutta Italia, tenendo viva la memoria delle vittime innocenti della violenza criminale e mafiosa”, ha dichiarato don Ciotti.

Si tratta, secondo il fondatore di Libera, di “strumenti di prevenzione antimafia che i clan mafiosi hanno provato sempre ad ostacolare - perché hanno inferto un duro colpo al loro potere economico e di controllo del territorio - tentando azioni elusive, di condizionamenti fino ai danneggiamenti ed alcune volte alla distruzione dei beni stessi”. 

E Libera avanza delle proposte per migliorare l’utilizzo e lo sfruttamento delle risorse ancora rimaste senza una destinazione. C’è un “contributo che il sempre più vasto patrimonio dei beni mobili, immobili e aziendali sequestrati e confiscati alle mafie, alla criminalità economica e ai corrotti può apportare agli sforzi per assicurare una ripresa nel nostro Paese post pandemia”, secondo don Ciotti.

Un contributo che “sarebbe sicuramente maggiore se tutti i beni fossero rapidamente restituiti alla collettività e le politiche sociali diventassero una priorità politica a sostegno dei diritti all’abitare, alla salute pubblica, alla sostenibilità ambientale, al lavoro dignitoso ed ai percorsi educativi e culturali”.

Il problema principale, infatti, è “una debole capacità di gestione, la presenza di varie forme di criticità sullo stato dei beni, un raccordo insufficiente tra fase giudiziaria e amministrativa, una trasparenza delle informazioni ancora parziale, una difficoltà a mettere in atto una concreta progettualità sostenibile. Fra le criticità principali che hanno rallentato l'effettivo riutilizzo dei beni confiscati, vi è spesso stata la mancanza o insufficienza di risorse finanziarie necessarie per garantire la ristrutturazione e la riconversione dei beni immobili, legata ai bisogni del contesto in cui sono ubicati i beni”.

Non solo beni ma anche aziende

La maggior parte delle aziende confiscate giungono nella disponibilità dello Stato prive di reali capacità operative e sono spesso destinate alla liquidazione e chiusura, se non si interviene in modo efficace nelle fasi precedenti.

Su un totale di circa 4.200 aziende confiscate dal 1982 ad oggi, di quelle destinate quasi tutte sono state liquidate, mentre ne rimangono in gestione all’Agenzia altre 2.860. Di queste però, secondo i dati risalenti a un anno fa, 1.931 aziende erano in confisca definitiva e solo 481 risultavano attive. Una conferma arriva dal bilancio delle destinazioni nell’anno 2019: su 441 aziende destinate ben 439 sono state destinate alla liquidazione e 2 alla vendita.

Le proposte di miglioramento

A venticinque anni di distanza dall’approvazione della legge per il riutilizzo sociale, Libera e tutta la sua rete associativa, chiede alle istituzioni di fare dei passi in avanti sul tema del riutilizzo pubblico e sociale individuando indifferibili e urgenti i seguenti interventi:

  • Dare concreta attuazione alla estensione ai "corrotti" delle norme su sequestri e confische previste per gli appartenenti alla mafia, assicurando la piena equiparazione della confisca e del riutilizzo dei beni tolti ai corrotti ed alla criminalità economica e finanziaria.
  • Promuovere una maggiore diffusione delle esperienze di riutilizzo anticipato dei beni – prima della confisca definitiva – con le assegnazioni provvisorie, a cui però assicurare il necessario raccordo con la fase di destinazione finale, al fine di non disperdere la continuità di buone pratiche attivate; prevedendo la stipulazione di appositi protocolli tra l’Agenzia con i tribunali ai fini del raccordo tra assegnazione provvisoria del tribunale e destinazione definitiva del bene;
  • Attribuire all’Agenzia nazionale competenze e professionalità tali da poter adempiere pienamente e senza ritardi a tutte le funzioni e compiti di gestione, destinazione, verifica e monitoraggio del riutilizzo;
  • Completa trasparenza e accesso a tutte le informazioni sui beni confiscati, per assicurare la più ampia partecipazione dei cittadini e delle associazioni.
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