23:04 15 Gennaio 2021
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L'impoverimento delle acque e le tensioni internazionali costringono i pescatori a inoltrarsi sino al Libano, Cipro e Turchia. Rotte più lunghe richiedono maggiori investimenti e sono in molti i marittimi a decidere di issare le reti in barca e abbandonare il settore, che in venti anni ha perso la metà della flotta.

La pesca è una risorsa strategica per l'Italia e per regioni come la Sicilia, con una lunga e storica tradizione di marineria. Ma cambiamenti climatici e tensioni geopolitiche mettono in crisi il settore, spingendo sempre più pescatori a mettere le reti in barca e abbandonare la pesca. Un'inchiesta pubblicata dalla redazione palermitana di Repubblica mette in evidenza come, in vent'anni la flotta di pescherecci siciliani si sia letteralmente dimezzata. 

Il mercato della pesca in Sicilia vale 254 milioni,  una cifra che include il reddito di 6.592 lavoratori e i costi di mantenimento delle imbarcazioni. I pescatori siciliani, però, devono fare i conti non solo con la concorrenza di un mercato sempre più globalizzato e con la crisi economica dovuta al Covid-19. 

Le marinerie devono confrontarsi con acque diventate poco pescose, che spingono ad allungare le rotte sino a Cipro, Libano e Turchia. Inoltre le tensioni internazionali mettono a rischio la sicurezza della battute di pesca, come dimostra la recente vicenda dei 18 marittimi di Mazara del Vallo, detenuti per 108 giorni a Bengasi dall'autorità del Libian National Army (LNA). 

La crisi del settore

Queste difficoltà, che obbligano a maggiori investimenti a fronte di un sempre più concreto rischio di navigazione, hanno portato ad un dimezzamento della flotta in vent'anni. Nel 2000 la Sicilia aveva pescherecci 4.329, mentre adesso ne ha 2.882. 

Questa emorragia di barche è stata pagata dalle marinerie dell'isola con la perdita di 16mila posti di lavoro dal 2006 al 2016. La situazione è lampante in città come Mazara, principale marineria siciliana, dove la flotta si è assottigliata sino a sparire

"Solo negli ultimi dieci anni  le imbarcazioni sono passate da 400 a meno di 80. La demolizione incentivata delle imbarcazioni è stata un processo volontario, ma per molti è stata l'unica soluzione", riferisce a Repubblica il vicepresidente dell'associazione di pescatori Agci Agrital,  Giovanni Basciano.

La concorrenza interna

Se la pesca del gambero rosso e viola si sposta dalle rotte dal canale di Sicilia a quelle del Mediterraneo orientale, non va meglio nel mercato interno con la concorrenza su altri tipi di pesce. In particolare la pesca del tonno e le ripartizioni delle quote, secondo l'inchiesta di Repubblica, danneggiano la marineria siciliana, in competizione con quella sarda. 

Dopo la chiusura della tonnara di Favignana, la marineria sarda ha conquistato quasi tutto il mercato. Nel 2019, la maggiore delle isole delle Egadi ha ottenuto una quota irrisoria, 14 tonnellate, giudicate dalla marineria locale insufficienti a coprire i costi. 

La crisi Covid

La pandemia non ha fatto altro che aggravare la situazione, prima con lo stop delle attività, poi con le limitazioni alle attività di ristorazione e cerimonie, a cui è destinata una cospicua parte del prodotto. Alle marinerie non resta che sperare nei ristori. 

"Anche i singoli pescatoririusciranno a ottenere il contributo", promette l'assessore regionale alla Pesca, Edy Bandiera. "Fra qualche settimana i soldi arriveranno", garantisce.
Tags:
pesca, Sicilia, Italia
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