10:51 22 Gennaio 2021
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Durante i 108 giorni i marittimi hanno cambiato 4 prigioni ma non hanno subito violenze fisiche. Ecco cosa ha raccontato il comandante Pietro Marrone, appena rilasciato dalle autorità di Bengasi.

"Ci hanno trattato da terroristi". Queste le parole che Pietro Marrone, comandante della Medinea, rivolge per telefono al suo armatore, Marco Marrone, distante 440 miglia. La prima telefonata che il comandante Marrone fa mentre è in rotta sul suo peschereccio in direzione casa, dopo 108 giorni sotto fermo delle autorità di Bengasi, secondo quanto riporta Adnkronos.

Al telefono con il suo armatore Marco, che porta lo stesso cognome ma non è un parente, racconta i momenti cruciali e le paure vissute durante la detenzione in Libia con gli altri 17 marittimi, otto italiani, 6 tunisini, 2 indonesiani e 2 senegalesi. 

Umiliazioni ma mai violenze fisiche

I pescatori italiani liberati a Bengasi
© Foto : Facebook / Palazzo Chigi - Presidenza del Consiglio dei Ministri
"Mancavano solo le botte per il resto ci hanno umiliato, abbiamo subito violenza psicologica", racconta. Senza essere stati sottoposti a un processo, i 18 pescatori sono stati trasferiti in diversi luoghi di detenzione. "Abbiamo cambiato quattro prigioni. E una di queste su trova sottoterra al buio. Ce la siamo vista brutta. Abbiamo avuto paura. "

"L'ultima cella, dove abbiamo trascorso la notte prima di avere la notizia della liberazione, era buia - ha spiegato poi il capitano - Il cibo ci veniva portato in ciotole e non era buono. Quando ci hanno detto che era il 'giorno buono' non ci abbiamo creduto". 

"Pensavamo di non farcela"

I marittimi sono stati divisi per nazionalità e separati per oltre due mesi. 

"Ci hanno tenuti divisi: italiani e tunisini, separati. - racconta Marrone - In celle buie, senza un processo, e con indosso sempre gli stessi abiti. Ci siamo rivisti dopo 70 giorni, ed è stato bellissimo. Ma ci siamo spaventati. Quando ci hanno detto che sarebbe arrivato il presidente Conte ci hanno anche dato del cibo migliore, ma quello vero lo abbiamo mangiato ieri sulle nostre barche. Siamo felici, stiamo tutti bene, e non vediamo l'ora di arrivare a casa dai nostri familiari e dai nostri amici. Grazie a tutti".

ll sequestro dei pescherecci 

I 18 marittimi di Mazara sono stati trattenuti 108 giorni a Bengasi in stato di fermo. Le loro imbarcazioni erano state bloccate il primo settembre dalla guardia costiera libica a circa 40 miglia dalle coste, in acque che la Libia considera territoriali. I pescherecci Medinea e Antartide sono finiti sotto sequestro nel porto di Bengasi e i 18 pescatori sono stati trattenuti dalle autorità del Lna, il territorio sotto controllo del generale Khalifa Haftar. 

Dopo mesi di trattative ufficiose, rese difficili dal fatto che l'Italia non ha relazioni diplomatiche con Tobruk e non riconosce il Lna, la liberazione è avvenuta poco dopo il blitz del premier Conte e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Bengasi, dove sono stati ricevuti dal generale Haftar. 

Durante questi mesi le famiglie dei marittimi e i due armatori dei pescherecci, non hanno mai smesso di chiedere al governo un impegno per il rilascio immediato, recandosi a Roma dove hanno organizzato un presidio ad oltranza sotto Palazzo Chigi. 

Tags:
Khalifa Haftar, Libia, Sicilia, Italia
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