03:06 04 Dicembre 2020
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Questa la proposta lanciata dal direttore di Svimez, Luca Bianchi, dopo che è emerso che durante i mesi del lockdown circa 45.000 persone hanno lavorato in smart working dal Sud.

Un dato emerso dall'indagine sul “southworking” realizzata proprio per conto della Svimez su 150 grandi imprese, con oltre 250 addetti, che operano nelle diverse aree del Centro Nord nei settori manifatturiero e dei servizi, e che potrebbe essere solo la punta di un iceberg perché, tenendo conto anche delle imprese piccole e medie, con oltre 10 addetti, molto più difficili da rilevare, si stima che il fenomeno potrebbe aver riguardato nel lockdown circa 100mila lavoratori meridionali. 

Riportare al Sud 60.000 giovani laureati

“Passare dalla politiche di attrazione per le imprese a politiche di attrazione delle persone, di attrazione di intelligenze e competenze, fissando magari l’obiettivo di riportare al Sud 60.000 giovani laureati tra i 20 e i 35 anni per lavorare per le imprese del Centro-Nord o anche del Sud”, ha suggerito Bianchi nel corso del convegno online tenuto oggi sul southworking.

Un termine coniato da alcuni ragazzi di Palermo che hanno dato vita, durante i mesi del lockdown all’Associazione southworking, presieduta da Elena Militello, per fare di questo fenomeno spontaneo e individuale, un movimento di comunità.

Southworking non è solo telelavoro da casa, e dal Sud

"Obiettivo dell'Associazione è favorire la disseminazione del fenomeno, inteso non solo come telelavoro emergenziale da casa, soltanto dal Sud, ma come lavoro agile, da dove si desira, da spazi di co-working intesi come presidi di comunità, in cui ci si possa incontrare, e incontrare la popolazione locale, per stimolare sui territori un senso di restituzione alle comunità di destinazione”, ha precisato nel suo intervento Militello.

Quindi un ritorno al Sud che non sia solo “consumo dello stipendio” ma “attrazione e creazione di investimenti” con l’obiettivo di favorire “lo sviluppo della coesione economica, sociale e territoriale”, ha precisato Militello.

Per tornare al Sud servono servizi

In base ai dati raccolti dall’Associazione l’85,3% degli intervistati andrebbe o tornerebbe a vivere al Sud se fosse loro consentito, e se fosse possibile mantenere il lavoro da remoto, ma a condizione di avere “uno standard di servizi quanto meno comparabile a quello del nord”, ha sottolineato Bianchi. Quindi servizi come asili nido, tempo pieno, servizi sanitari, culturali. 

Ma "necessariamente anche una connessione internet decente, possibilmente la banda larga, trasporti efficienti, con distanza massimo di due ore da un aeroporto internazionale o da stazione di alta velocità, e spazi di co-working pubblici/privati per incontrarsi, fare rete e incontrare le comunità locali”, ha precisato Militello.

"Tutto questo non impatterebbe solo sullo sviluppo economico, ma anche su quello sociale e culturale. Rianimerebbe il tessuto sociale del territorio", ha concluso Bianchi.
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