03:27 03 Dicembre 2020
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I reparti di terapia intensiva degli ospedali italiani non sono pronti per affrontare la seconda ondata. E non è solo questione di posti letto: per il sindacato Aaroi-Emac servirebbero 4mila anestesisti rianimatori in più soltanto per coprire il fabbisogno ordinario.

Continua a crescere il numero dei pazienti Covid ricoverati con sintomi, 991 in più nelle ultime 24 ore, e quello dei casi nei reparti di rianimazione, 76 in più rispetto a ieri.

Certo, non sono dati paragonabili a quelli dello scorso mese di marzo. Ma il trend preoccupa comunque. Il rischio, secondo gli esperti, è che l’aumento esponenziale dei casi negli ultimi giorni possa portare ad una nuova saturazione delle terapie intensive, e al ripetersi delle scene che abbiamo visto la scorsa primavera negli ospedali lombardi.

Non è solo una questione di posti letto, ma anche di personale. Per il sindacato Aaroi-Emac servirebbero 4mila anestesisti rianimatori in più soltanto per coprire il fabbisogno ordinario.

Tra le ipotesi in campo per fronteggiare un’eventuale nuova emergenza, quindi, c’è quella di potenziare i reparti con specialisti di settori come quello di Medicina di Urgenza e Pneumologia, come spiega all’Agi il responsabile della UOC Anestesia e Rianimazione dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico Tor Vergata di Roma, Mario Dauri. È questo, ricorda l’esperto, il metodo che viene adottato in molti ospedali d’Europa e degli Usa.

In questo senso, la formazione riveste un’importanza cruciale. “Con l'esperienza abbiamo imparato a capire e molto spesso a prevedere”, afferma Dauri, sentito dalla stessa agenzia di stampa. È fondamentale, quindi, che le conoscenze acquisite finora per la gestione dei pazienti che si trovano nei reparti di rianimazione, vengano condivise il più possibile.

Ma aldilà delle esigenze dettate dalla pandemia, per Dauri il problema della carenza dei rianimatori nei reparti va risolto a prescindere. Una soluzione potrebbe essere “l'aumento dei posti nelle scuole di specializzazione” assieme alla riorganizzazione di questa specialità negli ospedali italiani.

Si tratta, spiega il medico all’Agi, di un’unità “molto trasversale”. Per questo, secondo l’esperto, bisognerebbe passare dall’attuale modello “polivalente”, ad una separazione tra le “terapie intensive post-chirurgiche” e quelle dedicate ai “pazienti affetti da altre condizioni”. Anche in previsione di nuove epidemie.

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