16:21 24 Novembre 2020
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La ricerca denuncia che sono circa un milione i posti di lavoro che le Pmi potrebbero perdere tra l’inizio e la fine del 2020.

Questo l’allarme emerso dall’indagine “Crisi, emergenza sanitaria e lavoro nelle Pmi” condotta su 5.000 professionisti (su 26mila) dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro tra fine settembre e metà ottobre sugli iscritti all’Ordine. E le prossime settimane saranno da incubo per le Pmi, tra coprifuoco, cig, avvio ristrutturazioni e crisi produttività.

Dalla ricerca emerge infatti che, sebbene il 59% dei consulenti reputi che le aziende siano oggi attrezzate in materia di prevenzione, queste non sarebbero comunque pronte a dover gestire nuove situazioni emergenziali. Per il 44,7%, infatti, le aziende sono mediamente poco o per nulla attrezzate a gestire il personale in caso di contagi e il 37,2% a fornire informazioni sul “da farsi”.

La preoccupazione di dover gestire un’emergenza sanitaria è peraltro secondaria rispetto alla possibilità di doversi nuovamente trovare alle prese con le procedure per la cassa integrazione, ritenuta dal 62,8% degli interpellati la principale criticità da affrontare nelle prossime settimane, ma anche con l’avvio delle ristrutturazioni (42,8%), con l’inevitabile riduzione dei livelli di produttività (42,2%), la gestione delle esigenze del personale, alle prese con conciliazione e quarantene, e la sua riorganizzazione.  

E a poco servirà il ricorso allo smart working, dato che secondo il 56,9% dei consulenti le imprese faranno di tutto per tenere i lavoratori in sede, e 8 su 10 sono già tornati a fine settembre, soprattutto a causa della tipologia di attività svolta. 

Crisi più grave delle stime di inizio pandemia 

La ricerca denuncia quindi che sono circa un milione i posti di lavoro che le Pmi potrebbero perdere tra l’inizio e la fine del 2020, un bilancio pesante per il milione e mezzo di imprese assistito dai Consulenti del Lavoro, i cui organici potrebbero contrarsi di circa il 10%”. 

E che l’effetto della crisi, unitamente allo sblocco dei licenziamenti, su cui è ancora aperto il confronto tra governo e parti sociali, è destinato a presentare per l’occupazione italiana un conto più pesante delle stime effettuate a inizio pandemia, che potrebbe ulteriormente aggravarsi con le misure che le regioni stanno adottando in questi ultimi giorni per contenere la diffusione del coronavirus. Situazione che rischia di far pagare un conto salatissimo soprattutto ad alberghi e ristoranti e alle aziende che operano nella filiera del tempo libero, della cultura e del commercio. 

“L’indagine ci consegna uno scenario che impone una riflessione ampia su come evitare il peggio, ovvero la chiusura di quelle aziende che grazie agli interventi della primavera hanno cercato di resistere”, è stato il commento della Presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Marina Calderone. 

Il prezzo del Covid-19: un milione di dipendenti in meno nel 2020 nelle Pmi “Ci sono buone ragioni per pensare che le imprese torneranno ai livelli di fatturato pre-Covid non prima di due anni. Resta tuttavia il tema di come affrontare un 2021 che, si spera, sia di transizione”, ha aggiunto, sollecitando “strategia comune e obiettivi chiari”.  

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