02:59 20 Ottobre 2020
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Custodia in carcere confermata per un 32enne che aveva mandato foto e messaggi sessualmente espliciti a una minore su Whatsapp. La contestazione della difesa, imperniata sul fatto che "mancava l'atto sessuale", non essendo "avvenuto alcun incontro", è stata respinta.

Costituisce violenza sessuale il comportamento di chi invia foto hard tramite WhatsApp o altri sistemi di messaggistica a un minorenne, reato per il quale è prevista la custodia cautelare in carcere.

Lo ha stabilito oggi la terza sezione penale della Cassazione, che ha respinto il ricorso della difesa di un 32enne, indagato per aver inviato su WhatsApp messaggi "allusivi e sessualmente espliciti" a una ragazza minorenne, con in allegato una foto hard e la richiesta di riceverne di simili "sotto la minaccia di pubblicare la chat" su un altro social e pagine hot.

Il tribunale del Riesame di Milano aveva confermato la custodia in carcere disposta dal gip per l'indagato, la cui difesa si era rivolta alla Corte di Cassazione sostenendo che non si trattasse di violenza sessuale, ma, al limite, di adescamento di minore.

Secondo la difesa infatti "mancava l'atto sessuale", non essendo "avvenuto alcun incontro" tra i due; da escludere anche il 'child grooming', ossia "la pratica di adescamento di un soggetto minorenne in internet, tramite tecniche psicologiche volte a superarne le resistenze ed ottenerne la fiducia per abusarne sessualmente". Pertanto "la condotta tenuta dall'indagato non aveva intaccato la sfera sessuale della minore per assenza di una qualsivoglia richiesta di rapporto sessuale volta al soddisfacimento dei propri impulsi".

Per la Cassazione, invece, è "solida e ben motivata" la decisione del Riesame, poiché - anche in assenza di contatto fisico -  i "gravi indizi di colpevolezza" del reato contestato erano stati ravvisati "nell'induzione allo scambio di foto erotiche, nella conversazione sulle pregresse esperienze sessuali ed i gusti erotici, nella crescente minaccia a divulgare in pubblico la chat", spiega la Corte.

Giudicata corretta quindi la decisione di disporre la custodia in carcere per l'indagato sulla base del fatto che ha "perpetrato le stesse condotte nei confronti di altre minori, dimostrando di non saper controllare le proprie pulsioni", potendo "continuare a minacciare le vittime nonché reiterare le condotte delittuose a mezzo l'uso di strumenti informatici".

L'uomo nel frattempo ha comunque ottenuto gli arresti domiciliari. 

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