04:48 02 Giugno 2020
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Durante la crisi economica che l'Italia sta vivendo, la Cgia Mestre punta il dito contro le multinazionali del Web che producono milioni di fatturato nel territorio nazionale versando tuttavia una percentuale irrisoria di imposte. La Cgia critica anche la richiesta di Fca Italy di un finanziamento di 6,5 miliardi di euro tramite decreto Liquidità.

Secondo un comunicato stampa pubblicato da Cgia Mestre, nella quale vengono presi in considerazione i dati del 2018, l’aggregato delle controllate in Italia appartenenti a una quindicina di compagnie tecnologiche ha fatturato 2,4
miliardi di euro (0,3% del totale WebSoft mondiale), versando di imposte solo 64 milioni di euro.

A differenza dei colossi del web, le micro e piccole imprese italiane con meno di 5 milioni di fatturato hanno generato nello stesso anno un volume di affari di 926,7 miliardi, con un contributo fiscale di quasi 39,5 miliardi di euro, 600 volte superiore alle multinazionali high-tech. Tra le filiali italiane delle società monitorate nello studio sono presenti Amazon, ADP, Alibaba, Booking, Expedia, Facebook, Microsoft, SAP, Uber Technologies, Vipshop e Apple.

"Ormai è diventata una questione di giustizia sociale. Grazie al boom dell’ e-commerce, in questi due mesi di lockdown le multinazionali del web presenti in Italia hanno aumentato i ricavi in misura esponenziale, mentre la grandissima parte delle piccole imprese è stata costretta a chiudere l’attività per decreto. Se ai primi il peso delle tasse continua a rimanere insignificante, ai secondi il carico fiscale ha raggiunto livelli non più sopportabili che il decreto Rilancio è stato in grado di alleviare solo marginalmente. In altre parole: è giunto il momento di introdurre una web tax a livello europeo per far pagare il giusto anche a questi giganti tecnologici" ha dichiarato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Mestre Paolo Zabeo.

Critiche da Cgia anche per Fca Italy 

La Cgia, inoltre, rimane molto critica anche con le altre grandi imprese presenti nel nostro Paese, tra cui Fca Italy che, secondo Cgia starebbe per ricorrere alle misure introdotte dal decreto liquidità per ottenere un grosso finanziamento avvalendosi delle garanzie statali messe a disposizione da SACE per 6,5 miliardi di euro.

"Speriamo che alla fine prevalga il buon senso. Sarebbe inaccettabile che un grande gruppo industriale che ha deciso,
di spostare, legittimamente, la sede legale nei Paesi Bassi, chiedesse, con la controllata FCA Italy, un finanziamento avvalendosi delle garanzie pubbliche dello Stato che ha, invece, abbandonato. Sarebbe una cosa insopportabile che il Governo italiano non dovrebbe consentire" conclude Zabeo.

Italia come Francia: no contributi statali a società con sedi legali all'estero

Non solo Fca Italy, ma numerosi sono i gruppi che hanno trasferito le proprie sedi legali in Olanda, come Eni, Enel, Luxottica, Illy, Ferrero, Telecom Italia ed altre.

"Questi grandi gruppi non si sono trasferiti per sfruttare le aliquote fiscali ridotte di cui l’Olanda comunque non dispone, ma per i bassissimi prelievi presenti sui dividendi, sui guadagni da cessioni/partecipazioni e sulle royalties. Sarebbe quindi opportuno che anche l’Italia, così come ha fatto la Francia, decidesse di escludere dai contributi statali le società con sedi nei Paesi che offrono una fiscalità di vantaggio" afferma il segretario della Cgia Renato Mason.
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