03:30 02 Giugno 2020
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Giuseppe Conte difende il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, levata di scudi anche dal M5s con Vito Crimi e il Pd fa intervenire Orlando, ma la Meloni polemizza.

Mentre da destra i partiti chiedono le dimissioni del guardasigilli, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte blinda il suo ministro della giustizia e lo difende dalle accuse di non aver preferito il magistrato Nino Di Matteo come direttore del Dap nel 2018, per presunte pressioni indirette fatte dai boss mafiosi posti in regime di 41bis.

Conte ha “piena fiducia” in Alfonso Bonafede e lo stesso scudo a difesa del pentastellato viene innalzato da Vito Crimi, capo a interim del M5s che respinge con convinzione gli attacchi del magistrato, che ritiene di natura politica.

Per Crimi quelle del magistrato sono “congetture prive di fondamento”.

Gli altri partiti della maggioranza frenano perché il governo adesso non si può permettere crisi sulla giustizia e interviene l’ex guardasigilli Andrea Orlando del Pd, che non ammette le dimissioni di un ministro per i sospetti di un magistrato, tuttavia chiede che Bonafede faccia chiarezza su quanto realmente accaduto.

La posizione di Fratelli d’Italia e della Lega

Dal centrodestra è Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia a prendere le posizioni più nette e su Twitter scrive:

“Dicevano di volere andare al Governo con gente come #DiMatteo per combattere ‘il malaffare di Renzi e del PD’. Sono finiti al Governo con Renzi e PD a combattere Di Matteo. Parabola M5S si conclude col capo politico Crimi che difende #Bonafede senza se e senza ma contro Di Matteo”.

Via Facebook interviene anche Matteo Salvini, il quale dice che bisognerà andare fino in fondo sulla questione e servirà un "chiarimento vero in parlamento" sulla questione, perché non può "bastare una chiacchiera" aggiunge.

La difesa di Bonafede

Il ministro della Giustizia si difende anche via social dopo averlo fatto direttamente intervenendo alla trasmissione di La7 ‘Non è l’Arena’ dove il magistrato Di Matteo era intervenuto telefonicamente per “lanciare il sasso nello stagno”.

“L'idea trapelata nel vergognoso dibattito di oggi, secondo cui mi sarei lasciato condizionare dalle parole pronunciate in carcere da qualche boss mafioso è un'ipotesi tanto infamante quanto infondata e assurda”, scrive il guardasigilli.

“Ho sempre agito a viso aperto nella lotta alle mafie che, infatti, nel mio ruolo ho portato avanti con riforme come quella che ho sostenuto in Parlamento sul voto di scambio politico-mafioso; con la Legge c.d. "Spazzacorrotti"; con la mia firma su circa 686 provvedimenti di cui al 41 bis e con l'ultimo decreto legge che, dopo le scarcerazioni di alcuni boss, impone ai Tribunali di Sorveglianza di consultare la Direzione nazionale e le Direzioni distrettuali antimafia su ogni richiesta di scarcerazione per motivi di salute di esponenti della criminalità organizzata”, ha aggiunto Bonafede.

Appena un paio di giorni fa il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha sostituito al vertice del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria il direttore dimissionario nominando al suo posto il magistrato Dino Petralia. La polemica è che nel 2018 Bonafede chiamò il magistrato antimafia Nino Di Matteo, ma secondo quest’ultimo il ministro ritirò la sua candidatura perché intimorito dalle intercettazioni in carcere di alcuni boss al 41bis che assolutamente non volevano Di Matteo capo del Dap. Bonafede in risposta alle accuse ha affermato che aveva preferito Di Matteo a capo degli Affari penali al ministero, ruolo che fu di Giovanni Falcone, perché riteneva quest’ultimo incarico di maggiore impegno nella lotta contro alla mafia e più di primo piano.

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Giuseppe Conte, Alfonso Bonafede
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