03:47 31 Marzo 2020
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Il social network fa reclamo contro l'ordinanza dei giudici, che 2 settimane fa avevano ordinato la riapertura degli account di CasaPound: "da loro odio organizzato, hanno violato le nostre regole".

Facebook ha contestato e fatto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale di Roma che il 12 dicembre scorso aveva ordinato al social di riattivare gli account di CasaPound.

"Ci sono prove concrete che CasaPound sia stata impegnata in odio organizzato e che abbia ripetutamente violato le nostre regole. Per questo motivo abbiamo presentato reclamo", le parole del portavoce di Facebook.

"Non vogliamo che le persone o i gruppi che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono utilizzino i nostri servizi, non importa di chi si tratti. Per questo motivo abbiamo una policy sulle persone e sulle organizzazioni pericolose che vieta a coloro che sono impegnati in 'odio organizzato' di utilizzare i nostri servizi", ha aggiunto il portavoce di Facebook.

Dal social network hanno fatto sapere che le regole valgono per tutti, a prescindere dall'ideologia.

"Partiti politici e candidati, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia". 

CasaPound, profili degli esponenti sui social disabilitati

I profili di Casapound erano svaniti da Facebook e Instagram, come segnalato dagli esponenti della forza politica di estrema destra.

Per il leader del movimento Di Stefano si è trattato di "un abuso, commesso da una multinazionale privata in spregio alla legge italiana" e "uno sputo in faccia alla democrazia".

Vittoria degli attivisti di destra in tribunale

Il tribunale di Roma ha condannato il social, oltre alla riattivazione del profilo, al pagamento delle spese legali per 15 mila euro e al risarcimento di 800 euro per ogni giorno di mancata riattivazione dell'account.

Per il leader del movimento Di Stefano è stata "una sentenza storica".

Nella motivazione dell'ordinanza si legge che il rapporto tra Facebook e l'utente non è assimilabile a quello fra due qualsiasi soggetti privati, si legge nella sentenza, "in quanto una delle parti, appunto Facebook, ricopre una speciale posizione" che comporta che il social "nella contrattazione con gli utenti debba strettamente attenersi al rispetto dei principi costituzionali", ovvero non può oscurare un profilo, limitando la libertà di espressione di un utente. 

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Social Network, Società, Italia, Facebook
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