11:58 21 Novembre 2019

In fuga dal Sud: via 2 milioni di persone in 20 anni

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Aumento gap occupazionale tra Nord e Sud, riduzione della natalità, emigrazione, invecchiamento: un quadro impietoso e preoccupante quello che emerge dal rapporto Svimez.

Sono giovani e laureati i nuovi emigrati che lasciano il meridione per cercare un'occupazione più congeniale alle competenze acquisite e un reddito adeguato. "Dal 2000 hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati" si legge nel rapporto che descrive il quadro emerso come una "trappola demografica". Il meridione rischia di spopolarsi e questo crollo demografico ha un costo, stimato a oltre a un terzo del Pil. 

Nuova migrazione e gap occupazionale

Più hanno titoli, più i giovani scappano dal sud. Un'emorragia di lavoratori specializzati, formati nelle università italiane, con titoli post laurea e con esperienza all'estero, che non riesce a integrarsi e a trovare spazio, collocamento e ruolo nel sistema produttivo del meridione. 

In vent'anni più di un milione di giovani hanno lasciato il Mezzogiorno definitivamente. Un'alternativa all'emigrazione è il cosiddetto pendolarismo di lungo periodo, che nel 2018 dal meridione ha interessato circa 236 mila persone (10,3% del totale). Di questi 57 mila restano al Sud, mentre 179 mila emigrano al nord o all'estero.

Parallelamente alla fuga dal Mezzogiorno, cresce il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord, che nell'ultimo decennio è aumentato dal 19,6% al 21,6%. In totale il Sud si ritrova 3 milioni di posti di lavoro in meno rispetto al resto d'Italia. Analogamente la qualità del lavoro peggiora da Roma in giù. Al Sud aumenta la precarietà che si riduce invece nel Centro-Nord, mentre cresce il part-time (+1,2%), in particolare involontario, che nel meridione raggiunge l'80% rispetto al 58% del Centro-Nord. 

Il rapporto rileva anche che i dati incoraggianti sulla crescita dell'occupazione nel primo semestre del 2019, non riguardano il Sud. La crescita dell'occupazione è negativa da Roma in giù, con una perdita di 27 mila posti di lavoro, contro i 137 mila occupati in più del resto d'Italia. 

Questi dati si riflettono nella performance economica dell'intera area, che secondo i dati Svimez è tecnicamente in recessione. Se il paese è in stagnazione, con una crescita prossima allo zero, il meridione cresce del -0,2%.  Se per il 2020 le previsioni di ripresa sono deboli per il paese, si riducono per il Sud. 

"L'Italia si allontana dall'Europa" e contemporaneamente "il divario Nord-Sud rimane non sanato". Questo comporta un doppio "doppio" gap a svantaggio del Sud. "L'Italia - sottolinea il direttore di Svimez, Luca Bianchi - segue il profilo di crescita europea con un'intensità sempre minore e il Mezzogiorno aggancia in ritardo la ripresa e anticipa le fasi di crisi". 

Crollo demografico

Il crollo della crescita nel Sud è unito a un crollo demografico. Il rapporto segnala un "nuovo minimo storico delle nascite". Sono solo 157 mila i bambini nati al sud nel 2018, 6 mila in meno rispetto all'anno precedente. Il decremento non è più compensato dall'immigrazione. "Il contributo garantito dalle donne straniere - si legge - non è più sufficiente a compensare la bassa propensione delle italiane a fare figli".

Le prospettive sono quelle di un drastica diminuzione della popolazione, falciata dal calo di natalità e dall'emigrazione. Questo potrebbe portare a una perdita di 5 milioni di abitanti, che equivarrebbero a quasi il 40%. 

Secondo il rapporto il reddito di cittadinanza non è stato utile, anzi ha permesso a molte persone di uscire fuori dalla forza lavoro. Secondo Svimez una crescita dell'occupazione, soprattutto femminile, investimenti e autonomia regionale, garantita da Lep, input infrastrutture e fondo perequativo, può costituire un incentivo alla crescita e allo sviluppo.

Tags:
Emigrazione, Svimez, Italia
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