09:54 25 Novembre 2020
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Oggi, a Rebibbia, la requisitoria del pm Giovanni Musarò al processo sulla morte di Stefano Cucchi: "Non possiamo fare finta che quella notte non sia successo niente e non capire che si stava giocando una partita truccata all'insaputa di tutti". Imputati tre carabinieri, con l'accusa di omicidio preterintenzionale.

È il giorno dell'accusa nel processo ai 5 militari dell'Arma dei Carabinieri accusati di depistaggio nel caso che nell'ottobre di 10 anni fa ha portato alla morte del geometra romano Stefano Cucchi. Nell'aula bunker di Rebibbia è iniziata la requisitoria del pm Giovanni Musarò: imputati sono tre carabinieri, per i quali l'accusa è di omicidio preterintenzionale. 

In questo processo bis, che si è svolto davanti alla prima corte d'assise di Roma, si riprendono in esame i materiali e gli imputati del primo processo. Il punto centrale della requisitoria è in riferimento al complesso meccanismo di depistaggio che per anni ha sviato l'attenzione dai militari dell'arma coinvolti per portare sul banco degli imputati tre agenti penitenziari, poi assolti, e i medici dell'ospedale Sandro Pertini dove Stefano Cucchi è morto a seguito delle percosse ricevute durante il suo arresto.

"Il primo processo, quello che vedeva imputati per il pestaggio di Cucchi tre agenti di polizia penitenziaria, fortunatamente sempre assolti, è stato un processo kafkiano, con gli attuali imputati seduti all'epoca sul banco dei testimoni, con cateteri applicati a Cucchi per comodità e fratture lombari non viste apposta da famosi 'professoroni'. Tutto ciò non è successo per sciatteria, ma per uno scientifico depistaggio cominciato la notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009 alla stazione Appia dei carabinieri, quando il ragazzo venne arrestato"

La testimonianza del detenuto Lainà: "Si sono divertiti a picchiarlo"

Il procuratore ha inoltre ricordato che fin dal 2014 nelle indagini erano citati due carabinieri come autori del pestaggio contro Cucchi. A rivelare  la circostanza agli inquirenti era stato un altro detenuto, Luigi Lainà, che nella notte tra il 16 e il 17 ottobre del 2009 incontrò Cucchi nell'infermeria del carcere di Regina Coeli dove entrambi erano richiusi. "Si sono divertiti a picchiarlo", queste le parole del detenuto, che durante il breve periodo trascorso con Cucchi aveva appreso che quest'ultimo era stato picchiato da due carabinieri ma aveva ricevuto l'ordine di dire che le ferite erano state causate da una caduta.

La deposizione del testimone, secondo la Procura, resta fondamentale. "Cucchi lascia una sorta di testamento a Lainà - ha aggiunto il PM - dicendogli che a picchiarlo sono stati due carabinieri in borghese della prima stazione da cui è passato".

Le affermazioni di Casamassima e la svolta nelle indagini

Insieme alla deposizione di Lainà le dichiarazioni del carabiniere Riccardo Casamassima dettero un'ulteriore svolta e fecero luce in un processo insabbiato. Quest'ultimo, nel 2015 aveva contattato l’avvocato della famiglia Cucchi, raccontando di aver assistito allo sfogo del maresciallo Mandolini che arrivato in caserma avrebbe detto “È successo un casino, i carabinieri hanno arrestato uno e lo hanno massacrato”, aggiungendo che “stavano cercando di scaricare la responsabilità su quelli della penitenziaria e non sapevano come fare". Il riferimento è ai carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, ora a processo con l'accusa di aver colpito Stefano Cucchi con schiaffi, pugni e calci, procurandogli lesioni divenute mortali.

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omicidio, pm, carabinieri, Processo
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