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04:16 23 Ottobre 2019

Migranti: sbarcati dalla nave ong Alex vengono riconosciuti come trafficanti. Arrestati

© AP Photo / Olmo Calvo
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I tre, due egiziani e un guineano, sono stati posti sotto fermo giudiziario dalla procura di Agrigento. Riconosciuti dagli stessi migranti nello hotspot di Messina. Il racconto degli orrori.

Secondo quanto riportato da Repubblica, li hanno riconosciuti in fotografia e indicati agli investigatori: erano i tre responsabili delle torture e violenze, trafficanti di esseri umani che al momento si trovavano insieme a tutti gli altri immigrati nello stesso hotspot di Messina. La denuncia è partita dalle testimonianze di alcuni dei migranti sbarcati a Lampedusa dalla nave Alex della ong Mediterranea.

L'inchiesta, partita dalla squadra mobile di Agrigento e coordinata poi dalla procura di Agrigento prima e dalla Dda di Palermo poi, ha portato al fermo giudiziario di tre persone: Mohamed Condè detto Suarez, 27 anni della Guinea, Hameda Ahmed 26 anni e Ashuia Mahmud 27 anni, entrambi egiziani.

Chi non poteva pagare veniva venduto come schiavo ad altre organizzazioni

I tre, che facevano parte di una banda di sequestratori e trafficanti di esseri umani, segregavano i migranti appena arrivati in Libia e li lasciavano partire soltanto dopo mesi di violenze e dopo il pagamento di un riscatto. Se non potevano permetterselo, li rivendevano come schiavi ad altre organizzazioni. Per i tre l'accusa è di tortura, sequestro di persona e tratta di esseri umani.

L'indagine ha permesso di gettare un' ulteriore luce sulle condizioni di vita inumane all'interno dei capannoni di detenzioni libici.

"Ci davano da bere solo acqua di mare"

Il racconto dei testimoni è una vera e propria galleria degli orrori: persone lasciate morire di stenti o senza cure per avvenute malattie dovute alle condizioni di vita, violenze e stupri financo a omicidi veri e propri. Il lager dove svolgevano le loro attività criminale i tre accusati è quello di Zawiya, a 50 km ad ovest di Tripoli. Un centro di detenzione gestito dalla polizia libica a cui aveva accesso anche l'Oim, l'Organizzazione internazionale delle migrazioni.

“Nonostante la loro presenza – ha raccontato uno dei migranti alla polizia italiana – la stragrande maggioranza di noi pativa la fame e la sete. Personalmente ho assistito alla morte di tanti malati lasciati senza cure”.

Da bere ci davano soltanto acqua di mare e ogni tanto pane duro, racconta un altro testimone.

“I carcerieri erano spietati – è il racconto di un altro migrante – il capo del campo si chiama Ossama, un libico vestito in borghese, sempre armato di pistola. Ho visto morire tanta gente in quel centro, compresa mia sorella Nadege deceduta per una malattia non curata. Ha lasciato due bambine di 7 e 10 anni che sono ancora là dentro”. “Ci picchiavano con bastoni soltanto come gesto dimostrativo per intimidire chi guardava”. Il provvedimento di fermo è stato firmato dal procuratore aggiunto Marzia Sabella e dai sostituti Ferrara e Caputo.

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