23:53 17 Gennaio 2019
Euro

È l’euro ad aver provocato i problemi economici dell’Italia?

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In 20 anni di valuta unica il Paese non solo non ha risolto i propri problemi strutturali, ma ne ha anche creati di nuovi.

La valuta unica europea è giunta in Italia 20 anni fa e oggi esistono ancora imprenditori secondo i quali questa è stata una buona idea. Ma cresce il numero di chi ritiene che adottare l'euro non abbia aiutato in alcun modo l'Italia e, anzi, l'abbia danneggiata.

Il PIL pro capite italiano non è cambiato da quando l'euro è diventata valuta ufficiale nel 1999, la disoccupazione si è ridotta leggermente, ma la produttività è diminuita.

"L'euro è stato una vergogna", dice Roberto Calletti, la cui società a gestione familiare specializzata nella produzione di scarpe è fallita nei primi anni dell'euro. "Come imprenditore ho perso buona parte dei mercati in cui potevo esportare perché abbiamo perso competitività".

Vent'anni dopo il debutto della valuta unica europea, si continua a dibattere su di essa. La Lega e i Pentastellati hanno sfruttato il malcontento degli elettori come Calletti per vincere le elezioni di marzo. Alcuni politici hanno pubblicamente avanzato l'ipotesi di un'uscita dell'Italia dall'eurozona che i media hanno soprannominato Italexit alimentando in tal modo i timori degli investitori riguardo alla capacità del Paese di fallire per l'enorme debito pubblico. Considerata la situazione poco chiara creata dai governi di Roma e dell'UE riguardo agli obiettivi di bilancio, l'economia del Paese ha rischiato di vivere una fase di recessione nella seconda metà del 2018.

E gli altri?

Ma quale posizione è corretta? Quella di chi sostiene l'euro o quella di chi incolpa la valuta unica di tutti i mali? Per rispondere a questa domanda, bisogna confrontare la produttività dei 10 Paesi che, insieme all'Italia, furono i primi a entrare nell'eurozona.

Le loro economie ebbero buoni risultati al tempo dell'adozione dell'euro. La Germania riformò il proprio mercato del lavoro, si rialzò dopo la depressione seguita all'unificazione e le sue esportazioni subirono una vera e propria impennata. La Spagna ha un alto livello di disoccupazione, ma anche imposte meno elevate. Nonostante il fatto che il Paese fu colpito dalla crisi del debito europeo, la sua economia dal 1999 è cresciuta 4 volte più velocemente di quella italiana. La Francia ha superato l'Italia. In misura diversa sono cresciuti anche altri Paesi: dall'Olanda all'Irlanda o al Portogallo.

Un bagaglio tossico

Perché l'Italia non ha fatto lo stesso? Una delle ragioni che si citano più frequentamene è il fatto che l'euro abbia aggravato i problemi già esistenti del Paese limitando il margine di manovra dei politici. "La bassa crescita dell'Italia è un fenomeno che risale ad eventi precedenti all'adozione dell'euro", ha osservato il presidente della BCE Mario Draghi in un suo intervento a Pisa dedicato al ventesimo anniversario della valuta unica.

"Negli anni '80 e all'inizio degli anni '90 il Paese ha cominciato a vivere al di sopra delle proprie possibilità e a riprova di questo vi è la crescita del debito pubblico. Ma le svalutazioni effettuate hanno permesso all'economia di rimanere competitiva", spiega Marco Valli, capo economista di UniCredit SpA a Milano.

Il primo decennio dell'euro ha coinciso con l'inizio della concorrenza cinese e con la rivoluzione digitale. L'Italia, il secondo maggiore centro produttivo d'Europa, ha osservato che i vantaggi concorrenziali delle proprie imprese diminuivano, in particolare quelli delle piccole aziende. I politici, però, non sono riusciti a sfruttare uno strumento da tempo conosciuto come la svalutazione della lira per rendere più convenienti le esportazioni e aumentare la competitività dei produttori.

Inoltre, la valuta unica ha reso la gestione del debito italiano meno costosa: le spese per i finanziamenti erano di 20 miliardi di euro all'anno in meno rispetto agli anni precedenti all'adozione dell'euro perché la BCE aveva reso le condizioni più agevoli per gli investitori. Tuttavia, i politici non hanno sfruttato questa tregua per rimettere ordine nell'economia del Paese: le spese pubbliche sono cresciute fino a più del 50% del PIL negli anni pre-crisi mentre il debito non è stato ridotto in maniera significativa.

L'Italia, a differenza della Spagna, non ha perfezionato il proprio sistema bancario dopo la crisi del debito e, anzi, ha lasciato ai creditori pesanti debiti. Ma il vero tallone d'Achille è la debole, se non quasi inesistente, crescita della produttività. Molti esperti tentano di capire la ragione di questa arretratezza cronica. Ma, sembrerebbe, il problema è il fatto che i politici non conoscono l'opinione degli esperti. Nelle 57 pagine dell'accordo di coalizione dell'attuale governo solo una volta è citata la parola "produttività", osserva Nicola Nobile di Oxford Economics, e questa parola nel caso specifico riguarda piuttosto il sistema giudiziario.

Fra le ipotesi che spiegherebbero la situazione vi sono il difficile mercato del lavoro, il tumefatto settore pubblico, un nepotismo eccessivo, investimenti insufficienti nell'istruzione, nonché la preponderanza di piccole imprese. Tutti questi fattori erano presenti molto prima dell'avvento dell'euro.

Nel primo decennio dell'euro le società italiane hanno sfruttato i tassi di interessi più bassi per aumentare gli investimenti. Ma questo non è stato sufficiente per incrementare la produttività e interrompere il calo della competitività. Con la crisi del debito le spese in conto capitale hanno subito una forte riduzione e sono ancora ben lungi dal riprendersi.

Chiaramente, gli ultimi 20 anni hanno conosciuto anche dei progressi. Nell'ultimo periodo l'Italia ha recuperato posizioni nella classifica mondiale per la competitività, le banche hanno diminuito il carico dei crediti inesigibili e le esportazioni sono aumentate. Dal 2013, inoltre, è stato creato un milione di nuovi posti di lavoro.

Un momento controverso

Alcuni di questi successi raggiunti con fatica al momento sono minacciati. Una delle condizioni per adottare l'euro era che il Paese dovesse osservare le limitazioni del deficit e di indebitamento stabilite. Proprio questo è il punto che il governo italiano sta tenacemente tentando di superare: infatti, accesi sono i dibattiti con i partner europei sulla finanziaria per il 2019. E questo non fa che innervosire gli investitori.

Ma i titoli dei giornali sull'aumento del rendimento del debito italiano hanno giocato a favore dell'euro: infatti, l'opinione popolare sulla valuta unica è più positiva. Sondaggi effettuati a ottobre hanno evidenziato che il 57% degli italiani ritiene che l'euro sia utile al Paese. Solo un anno fa i pro-euro erano il 12% in meno.

Secondo vari analisti questo vorrebbe dire che gli italiani hanno finalmente capito che la radice dei loro problemi non è l'euro. Forse, invece, la causa è il modo in cui si fa impresa in Italia. Ma chiaramente è più comodo incolpare l'euro, vero?    

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